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Che cosa propone il terzo polo di Calenda su lavoro e pensioni

Berlusconi

Il programma di Azione e Italia Viva su lavoro e pensioni analizzato da Giuliano Cazzola

 

Giuro di aver fatto scorrere più volte sul pc le 68 pagine del programma del Terzo Polo, presentato  e pubblicato nella giornata di ieri. Ma non sono riuscito a trovare nulla che ricordasse la solita solfa che mi perseguita da decenni in materia di pensioni, con un’accelerazione particolare dal 2012 quando è entrata in vigore la riforma Fornero. A proposito di quest’ossessione debordante nel dibattito pubblico e nei programmi elettorali di tutti i partiti, nel testo ho trovato dell’alleanza tra Calenda e Renzi ho trovato solo questi riferimenti.

  1. il trattamento a livello pensionistico è peggiore di quello del lavoro dipendente;
  2. Programma di incentivazione all’attivazione di piani di previdenza complementare per gli under 35, con un regime fiscale più favorevole allo scopo di consentire un montante contributivo più elevato.

Per quanto riguarda il primo punto si tratta di una constatazione, in parte discutibile; il secondo contiene invece una proposta condivisibile, in linea con i regimi fiscali previsti negli altri paesi. Mi sento autorizzato a pensare che secondo questa formazione politica la riforma delle pensioni del sistema obbligatorio, quanto meno, non è una priorità. Ma potrei anche osare di più: ritenere che, secondo il Terzo Polo, si debba cessare il gioco pericoloso in cui il Paese si è impegnato negli ultimi anni (non solo il governo giallo-verde) a scapito della sostenibilità del sistema e dell’equità nei confronti delle future generazioni.

Nei programmi degli altri partiti e coalizioni, anche quando non si percorre – come nei testi unitari e distinti di quelli di centrodestra –  la strada dei passi perduti dei trattamenti minimi elevati a mille euro mensili, si fa ampio sfoggio – con maggiore o minore cautela – sia alla flessibilità in uscita, a partire da una età da ‘’giovani anziani’’ sia alla c.d. pensione di garanzia per i giovani, senza rendersi conto – in questo caso – del ridicolo a cui ci si espone, con la pretesa di  assicurare ai  giovani una tutela per quando saranno anziani come se fosse impossibile per loro procurarsi una normale pensione lavorando.

Anche il capitolo dedicato a lavoro si sottrae alle narrazioni drammatiche  – a cui siamo abituati – di un mercato del lavoro ostile ai giovani condannati ad una vita da precari. Innanzitutto va segnalata una particolare attenzione per il lavoro indipendente, mentre di solito le politiche di promozione dell’occupazione sono rivolte a quello dipendente. Poi vi è una forte sottolineatura della difficoltà delle imprese a reperire manodopera adeguata, tanto da prevedere il rafforzamento delle politiche di formazione e di compensare le imprese per i costi sostenuti nel intrecciare rapporti con gli ITS e gli enti di formazione ai fini della promozione delle competenze  per nuove assunzioni.

Mettere in primo piano il mismatch tra domanda e offerta di lavoro è una scelta innovativa nell’affrontare un problema che, quando va bene, viene ignorato o sottovalutato dalle organizzazioni sindacali che invece si ostinano a difendere posti di lavoro ormai travolti insieme alle loro aziende. Quanto alla precarietà la si contrasta – secondo il programma – attraverso una ‘’flessibilità regolata’’, un concetto che richiama il pensiero e l’opera di Marco Biagi. Senza che vi siano indicazioni precise viene raccomandata una ‘’pulizia’’ di certi rapporti contrattuali spuri (che era poi la linea del jobs act).

Viene criticato il decreto dignità che ha finito per contrastare il lavoro flessibile regolare senza riuscire a combattere gli abusi. Quanto al lavoro sommerso, viene criticata l’abolizione dei voucher che costituì uno degli obiettivi perseguiti con accanimento dalla Cgil.

Anche le proposte di correzione del reddito di cittadinanza (RdC) puntano a finalizzare maggiormente l’istituto nella promozione del lavoro, attraverso tempi più brevi della durata e della revoca. In particolare si prende atto di quanto emerso dalle analisi delle esperienze compiute, dalle quali risulta che i beneficiari non vengono occupati se non in misura minima per la semplice ragione che non sono occupabili per limiti nel bagaglio di scolarizzazione e di competenze e di pratiche lavorative. Per questi motivi sono raccomandati un maggiore impegno nella formazione dei beneficiari dei sussidi, un coinvolgimento delle agenzie del lavoro private  e, in caso  di fallimento dell’accesso al lavoro, viene accelerato il passaggio degli interessati  ai servizi degli  enti locali per lavori di pubblica utilità.

Vi è poi un discorso generale di semplificazione delle norme e degli adempimenti burocratici nonché  delle forme di contenzioso  inutili e formali  allo scopo di attirare investimenti, esteri particolare.

Si tenga conto che nei programmi della sinistra tendono a moltiplicarsi i controlli, i divieti e le sanzioni. Mentre nei programmi del centrodestra l’ingresso di capitali stranieri viene considerato con sospetto tanto da indicare il ripristino di forme di protezionismo.

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