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Pensioni ricche, è fattibile il ricalcolo contributivo?

Ricalcolo Pensioni Ricche

L’intervento di Michele Poerio, Presidente nazionale FEDER.S.P.eV., Stefano Biasioli, Componente Consiglio Direttivo nazionale FEDER.S.P.eV. e Pietro Gonella, Responsabile Centro Studi FEDER.S.P.eV.

 

Già in precedenza l’On.le Meloni, quale prima firmataria del PdL 310 C (presentato il 23 marzo 2018 e ritirato il 10 ottobre 2018), aveva proposto un ricalcolo delle pensioni superiori a 10 volte il trattamento minimo INPS – al tempo 5.074 euro mensili lordi – con il sistema contributivo, al fine di utilizzare i risparmi di spesa per misure di natura assistenziale.

L’articolo 1 di tale PdL disponeva: “I trattamenti pensionistici obbligatori, integrativi e complementari che garantiscano prestazioni definite in aggiunta o ad integrazione del trattamento pensionistico obbligatorio […] i cui importi risultino superare complessivamente […] dieci volte l’integrazione al trattamento minimo dell’INPS, sono ricalcolati e corrisposti secondo il sistema contributivo di cui alla legge 8 agosto 1995, n. 335”.

Va evidenziato che al tempo la Commissione Lavoro della Camera era a conoscenza (cfr. audizione precedente dell’INPS per l’esame dell’AC 1253, prima firmataria sempre l’On.le Meloni) che per i dipendenti della Pubblica Amministrazione assicurata con l’ex INPDAP non è possibile ricostruire tutta la contribuzione versata durante l’attività lavorativa.

Per carriere lunghe nel tempo, di livello retributivo sin dall’inizio abbastanza elevato, con titoli di studio universitari riscattati e pagati con importi notevoli a completo carico del pensionato per incrementare la propria pensione (es. magistrati, ambasciatori, docenti universitari, alti funzionari, avvocati dello Stato, dirigenti pubblici, ammiragli, generali, giornalisti, notai, manager pubblici e privati, professionisti della P.A., medici) potrebbe addirittura essere più favorevole il ricalcolo contributivo, rispetto al calcolo retributivo.

Precedente proposta di ricalcolo contributivo della Lega/5 Stelle

Già il 14 agosto 2018 il Prof. Alberto Brambilla, il Prof. Gianni Geroldi e la Dott.ssa Antonietta Mundo (che erano e sono considerati i massimi esperti italiani in materia previdenziale) hanno presentato un approfondimento, cioè delle osservazioni puntuali sul PdL 1071 del 6 agosto 2018, presentato da Molinari/D’Uva del Governo Lega/5 Stelle. Si trascrivono in sintesi le più dirimenti:

a. le pensioni vigenti da 4.000 euro nette al mese per 13 mensilità al tempo erano 58.000 su un totale di circa 16 milioni, pari allo 0,36%!;

b. il 51,5% di queste pensioni era erogato dalla Pubblica Amministrazione (esercito, magistratura, prefetti, corpo diplomatico e dipendenti dello Stato e degli enti locali) di cui era difficile, se non addirittura impossibile, avere i dati contributivi se non degli ultimi 5 o 10 anni e quindi ci si deve assumere il “rischio” di applicare il taglio in base ad algoritmi di calcolo che potrebbero essere smentiti se il soggetto avesse conservato le buste paga;

c. il ricalcolo era, ed è a tutt’oggi, impossibile perché mancano totalmente o parzialmente gli estratti conto dei versamenti contributivi relativi ai periodi in cui la pensione è stata calcolata con il metodo retributivo. Non si riesce a fare un calcolo preciso e senza l’applicazione completa del metodo contributivo ogni soluzione è arbitraria, non in linea con la legge e quindi ricorribile.

Inoltre la Dott.ssa Mundo, ex Dirigente Generale INPS, non si è sottratta dal rappresentare che una simile disposizione legislativa, volta a disporre il ricalcolo contributivo ora per allora, costituisce norma con effetto retroattivo, e questo è uno degli aspetti di inconfutabile illegittimità, per il motivo che andrebbe a cancellare con un colpo di spugna:

  • le certezze giuridiche consolidate da molti decenni,
  • le età legali di vecchiaia via via vigenti (medio tempore),
  • gli accordi sindacali per esodi e prepensionamenti per crisi economiche,
  • le salvaguardie sempre normate in occasione di riforme previdenziali,
  • i limiti ordinamentali di età della Pubblica Amministrazione,
  • i limiti di età dei brevetti di guida (piloti, macchinisti, ecc.),
  • la tutela dei militari e dei diplomatici che hanno operato in zone di guerra,
  • la tutela dei lavoratori addetti a mansioni usuranti con speranze di vita ridotte ignorando anni di studi sui rischi per la salute ad esposizioni prolungate a sostanze dannose (amianto, cancerogeni, ecc.),
  • l’esigenza di accorciare l’esposizione a lavori pericolosi o nocivi.

Pensioni ricche

Con la recente RI-PROPOSTA dell’On.le Meloni – fatta in campagna elettorale – si vuole colpire i soggetti, che sono attualmente percettori di trattamenti pensionistici che superano l’importo di € 100.000 lordi/anno (soggetti che non sono né “parassiti sociali” né tantomeno “gente che ci ha rubato il futuro”, come più volte affermato negli ultimi sei mesi del 2018 dall’allora Ministro del Lavoro e Ministro dello Sviluppo economico Di Maio, ma sono “gente che ci ha assicurato e ci assicura il futuro”) perché è incontestabile quanto segue:

Si tratta di lavoratori che hanno versato e continuano a versare contributi in maggior misura di qualsiasi altro lavoratore:

1. sono cittadini che hanno lavorato per decenni, esercitando – ai più alti livelli – delicate e pesanti responsabilità professionali, economiche e sociali quale classe dirigente del Paese;

2. sono cittadini che hanno – in costanza di rapporto di lavoro – versato regolarmente i contributi previdenziali nella misura prevista dalle leggi statali vigenti medio tempore;

3. sono cittadini che hanno assolto l’obbligo tributario, pagando l’aliquota marginale massima = 43%, concorrendo in tal modo a garantire l’erogazione continua e regolare di servizi pubblici essenziali per il benessere ed il progresso della comunità nazionale (istruzione, sanità, etc.);

4. sono cittadini che sono andati in pensione nel rispetto ed in applicazione delle leggi statali vigenti al tempo, nell’ambito e nella certezza del rispetto del principio di “legittimo affidamento” (leale ed etica relazione Stato/Cittadino);

5. sono cittadini che continuano a pagare l’aliquota marginale massima dell’IRPEF = 43% anche in costanza di trattamento pensionistico;

6. sono l’unica platea di pensionati che – come evidenzia l’allegata tabella – consegue/percepisce prestazioni previdenziali che sono coperte con la più alta percentuale in assoluto dei contributi versati.

Si tratta di pensionati che, dal 2000 ad oggi, sono stati assoggettati– unica categoria di contribuenti – a ben quattro prelievi forzosi definiti come “contributi di solidarietà”:

1. il primo, decorrente dal 1° gennaio 2000, nella misura unica del 2% e per un periodo di tre anni, riguardante tre scaglioni dei

trattamenti pensionistici complessivamente superiori a € 74.500 – € 76.500 – € 78.550 lordi/anno;

2. il secondo, decorrente dal 1° agosto 2011, riguardante due scaglioni delle pensioni di importo superiore a € 90.000 – € 150.000 lordi/anno, con diversificazioni delle percentuali di prelievo forzoso (5 – 10 per cento), prelievo cassato dalla Corte Costituzionale con sentenza 116/2013;

3. il terzo, introdotto per il triennio 2014-2016, riguardante tre scaglioni delle pensioni di importo superiore a € 91.160,16 – € 130.228,80 – € 195.343lordi/anno, con diversificazioni delle percentuali di prelievo forzoso (6 – 12 – 18 per cento);

4. il quarto, introdotto per il quinquennio 2019-2023 con la legge di Bilancio 2019, riguardante cinque scaglioni delle pensioni superiori a € 100.000 – € 130.000 – € 200.000 – € 350.000 – € 500.000 lordi/anno, con diversificazioni delle percentuali di prelievo forzoso (15 – 25 – 30 – 35 – 40 per cento).

Quest’ultimo balzello – voluto fortemente dai governanti 5 Stelle/DiMaio con l’adesione silente della Lega/Salvini, al di là del risibile plafond di risorse che riesce a rastrellare (mediamente meno di 85 milioni annui, a fronte di ben 7/8 miliardi annui erogabili ed erogati per il reddito di cittadinanza!) – è stato presentato dai due partiti come una misura sacrosanta di equità/giustizia sociale: sic!!!

Si tratta infine di pensionati che – sia nel corso dell’esercizio della loro professionalità dirigenziale svolta in attività di servizio per 38-40 anni e più, sia nel corso di un periodo di quiescenza mediamente pari a 22/23 anni – presentano un background finanziario ammontante a 3,8/4 milioni di euro così suddivisi:

  • Montante contributivo 1,6/1,7 milioni di euro,
  • Irpef in attività di servizio 1,1/1,2 milioni di euro,
  • Irpef in quiescenza 1,1 milioni di euro.

Il trattamento di pensione per il periodo medio di 22/23 anni, al netto dell’Irpef (che è il costo effettivo a carico dell’INPS, cioè della finanza pubblica), non supera i 2 milioni di euro!!!

Categorie pensionistiche

Nel settore previdenziale sono in campo – e non se ne parla mai – anche le “pensioni super ricche”, prestazioni che hanno un differenziale ricevuto contro versato superiore anche al 50% (prepensionamenti per crisi aziendali o per altri motivi sociali, esodi, ex ferrovieri, ex postelegrafonici, pensioni baby, etc.).

In ordine a quest’ultime, le “pensioni baby”, non si può non evidenziare che sono numericamente tantissime, che sono vigenti da ben oltre 35-40 anni e che riguardano, ad esempio, insegnanti che, dipendenti dello Stato, sono andate in pensione a 31-32 anni di età con 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi e che percepiranno la pensione per oltre 40-50 anni in rapporto alle loro aspettative di vita, cumulando oltre 600.000 euro di pensione a fronte di non più di 100.000 euro di contributi, cioè il 20% di quanto sarà ricevuto nell’arco della vita! Le “pensioni baby” costano complessivamente 9-10 miliardi di euro a fronte di non più di 2 miliardi di euro di contributi versati!!!

Non si può inoltre non evidenziare anche la eclatante situazione delle prestazioni pensionistiche di 3.000 euro mensili – circa 700.000 – che sono in pagamento tra 38 e 41,5 anni!!! Prestazioni pensionistiche che comportano un costo annuo di 26-28 miliardi di euro.

Sorge spontanea una domanda: perché queste eclatanti situazioni vengono ignorate come non esistessero? Eppure queste comportano miliardi di esborsi a fronte di contributi versati o largamente insufficienti o addirittura pari a zero rispetto alla entità dei predetti esborsi!!!

L’economia non osservata nei conti nazionali

Le politiche penalizzanti nei confronti dei pensionati della classe medio-alta, che hanno svolto anche una funzione di ammortizzatore sociale durante le recenti crisi e continuano a farlo sostenendo figli e nipoti con una spesa annua di circa 10 miliardi, sono un segnale negativo che incentiva i giovani all’economia sommersa stimata dall’ISTAT per il 2015 in 190 miliardi, di cui l’evasione e l’elusione contributiva per contributi previdenziali non versati pesano per quasi 11 miliardi. Sommando ai 190 miliardi i dati relativi alle attività illegali stimate in oltre 17 miliardi, l’economia non osservata del nostro paese è valutabile in 207,6 miliardi.

È la diffidenza verso lo Stato, che mostra di voler colpire i pensionati che hanno versato più contributi quando non hanno più la possibilità di difendersi, piuttosto che gli evasori. La sua inaffidabilità nel tempo a mantenere fede alle regole che ha stabilito alimenta la sfiducia e l’economia sommersa e la sua inefficienza e inefficacia a non contrastare come servirebbe le attività in nero e illegali.

Proposta FEDER.S.P.eV.-CONFEDIR per avversare la denatalità

Si riporta di seguito – a dimostrazione della sensibilità sociale della classe dirigente (e dei quadri) del Paese, che non si chiama fuori – la proposta presentata formalmente in occasione del 57° Congresso Nazionale della FEDER.S.P.eV., svoltosi a Verona dal 16 al 20 giugno 2022, avvalorante la partecipazione concreta e solidale verso una situazione di preoccupante impoverimento progressivo delle risorse umane idonee a supportare adeguatamente il sistema produttivo italiano.

Il problema più grave che attanaglia la comunità nazionale, in quanto pervasiva e invasiva di tutte le sfaccettature della vita quotidiana (lavoro, economia, servizi pubblici, etc.) è l’inverno demografico in cui è caduta dopo il 2000 la popolazione italiana. Se continuerà la diminuzione delle nascite anche nei prossimi trent’anni, nel 2050 gli abitanti saranno circa 50 milioni con oltre 20 milioni di anziani!

Chi pagherà le prestazioni pensionistiche con il drastico calo dei lavoratori attivi versanti contributi previdenziali verosimilmente insufficienti?

Conseguenza: non sostenibilità del sistema previdenziale. Per invertire tale tendenza negativa occorre introdurre politiche di contrasto con una rivoluzionaria proposta, che non potrà di certo essere contestata da chi si definisce un vero cittadino che ha a cuore le sorti future e il benessere del proprio Paese, amandolo, condizione ed atteggiamento di cui la classe dirigente – attiva ed in quiescenza – si fa consapevolmente carico: si tratta di canalizzare gli importi derivanti da prelievi forzosi generali ed universali su tutti i redditi al di sopra dei 55 mila euro all’anno (a crescere gradualmente con l’aumento degli importi relativi) verso erogazioni a sostegno delle famiglie che fanno nascere più figli, calibrandole in aumento proporzionalmente con la numerosità degli stessi.

Una distribuzione diffusa di tali prelievi forzosi su tutti i sottoindicati contribuenti consentirebbe di reperire un plafond più consistente di risorse utili e finalizzate a costituire un fondo ad hoc per contrastare la denatalità, in modo da assicurare nel medio e lungo termine la stabilità e la sostenibilità del sistema previdenziale. Sono complessivamente 1.922.882 i contribuenti rientranti nelle classi di reddito interessate:

A fronte di questa disponibilità di concorso concreto della classe dirigente (e dei quadri), per contrastare il declino demografico ed economico del Paese, espressione e testimonianza di un’autentica Welfare Community, lo Stato dovrebbe destinare risorse annue graduali (fino ad un massimo dell’1% del PIL così da mettere in campo a percorso completato un coacervo di risorse annualmente pari a 25 miliardi di euro.

Tabella di confronto tra contributi versati e pensioni erogate

*Il 15/03/2016, in sede di audizione alla Camera dei Deputati rispetto alla proposta Meloni per il ricalcolo delle pensioni ricche, un dirigente generale dell’INPS – oltre ad avere affermato che il ricalcolo del periodo retributivo è impossibile – ha dichiarato che per le pensioni lorde superiori a 100.000-120.000 euro annui, in caso di ricalcolo contributivo, sarebbero state incrementate.

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