Economia

Che cosa succederà a pensioni, quota 100 e reddito di cittadinanza con M5s e Pd. L’analisi di Forlani

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Il programma economico del governo Conte 2 analizzato da Natale Forlani, già ai vertici della Cisl, esperto di welfare e coautore del Libro Bianco di Marco Biagi

I 29 punti che costituiscono la piattaforma programmatica che accompagna l’avvio del secondo governo Conte, sembrano essere stati accuratamente predisposti per aggirare i nodi di breve periodo, in particolare i vincoli di bilancio, e i contenuti che potevano rimarcare le distanze tra le due principali forze della nuova maggioranza.

La bozza del programma espone un lungo elenco di propositi generici, che in larga parte potrebbero entrare nelle intenzioni programmatiche dei governi di qualsiasi colore (aumentare gli investimenti infrastrutturali, dare una mano a chi sta peggio, migliorare l’ambiente, fare più ricerca…), e diventa più originale quando manifesta la volontà di ridurre il cuneo fiscale e contributivo sul costo del lavoro per migliorare le retribuzioni dei lavoratori con stipendi medio-bassi, di introdurre un salario minimo legale, di cambiare le politiche per l’immigrazione rafforzando il ruolo dell’Europa. Intenti che esprimono il senso di marcia della nuova compagine, ma che potrebbero essere declinati in modo assai diverso, se non addirittura opposto.

Sui nodi fondamentali che devono essere affrontati con scadenze immediate dal nuovo governo, ad esempio come reperire la trentina di miliardi per evitare l’aumento dell’Iva e far fronte alle spese indifferibili, ovvero quali decisioni assumere tra pochi giorni sulla Tav, sull’Ilva e sull’Alitalia, buio completo.

Anche immaginando un significativo allenamento dei vincoli da parte della Ue, la Legge di bilancio dovrebbe, innanzitutto, programmare un significativo taglio delle spese, almeno 15 miliardi, oppure aumentare la pressione fiscale, scelta che per il momento viene esclusa dalla nuova maggioranza parlamentare. Si confiderà sulla riduzione del costo degli interessi sul debito, grazie al calo dello spread, e sull’incremento delle misure di controllo sulla tracciabilità delle transazioni economiche per contrastare l’evasione fiscale.

Ma l’incognita delle spese è soprattutto collegata alla crescita esponenziale, scientemente voluta dal governo giallo-verde, della spesa previdenziale e assistenziale. L’ipotesi di ridimensionare il reddito di cittadinanza e quota 100 è suggestiva, ma difficilmente praticabile sul piano politico e su quello pratico.

Il Movimento 5 Stelle difficilmente accetterà una diminuzione dell’entità degli interventi legati al reddito di cittadinanza. Del resto, le domande già approvate hanno un effetto di trascinamento che pregiudica le coperture del 2020. Non bastasse ciò, è manifesta la richiesta del Pd di rimuovere i vincoli di accesso legati agli anni di residenza degli extra-comunitari lungo soggiornanti, che con tutta probabilità troverà sponde nei pronunciamenti della magistratura, e che potrebbe potenzialmente allargare la platea dei beneficiari ad ulteriori 800mila persone.

Sul piano legislativo è del tutto possibile anticipare la chiusura della sperimentazione di quota 100. Ma il solo annuncio di un intervento del genere comporterebbe la corsa alle domande, in condizioni di diritto acquisito, da parte dei 150mila lavoratori che hanno già maturato i requisiti senza avanzare sinora la domanda di pensione. Per non parlare del rischio di riproporre il tema degli esodati per le aziende che hanno sottoscritto accordi per accompagnare alla pensione i lavoratori in esubero nei prossimi tre anni.

Date le difficoltà, difficile immaginare grandi spazi per avviare una prima operazione di riduzione del cuneo fiscale e contributivo. Nelle stesse intenzioni dei proponenti questa viene annunciata come una manovra pluriennale rivolta a migliorare le retribuzioni. Ma l’unità di intenti finisce qui. Nelle intenzioni del M5s lo sgravio dovrebbe compensare le imprese per i costi da sostenere per gli incrementi salariali collegati all’introduzione del salario minimo legale. Confessando in questo modo di non voler introdurre un salario minimo di garanzia, ma di aumentare tout court i salari contrattuali tramite legge.

Nelle ipotesi avanzate dal Pd l’intervento si dovrebbe caratterizzare come un aumento delle detrazioni fiscali sui salari medio bassi (l’ipotesi avanzata è quella di 1.500 euro l’anno per i salari fino a 35mila euro, decrescente per quelli sino a 50mila euro), che riassorba al suo interno anche il bonus degli 80 euro mensili introdotti dal governo Renzi. In questo caso non ci sarebbe una riduzione del costo delle imprese, ma un ovvio beneficio diretto sul valore dei salari netti, con un costo a carico dello Stato stimabile in 15 miliardi nel triennio.

(estratto di un articolo pubblicato su Sussidiario.net; qui l’articolo integrale)

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