Economia

Non solo pensioni, perché è negativo il giudizio sulla Manovra di bilancio 2019-2021

di

Di maio Salvini

L’intervento di Michele Poerio, presidente nazionale FEDER.S.P.eV.

Con una fisionomia completamente diversa rispetto a quella originaria (non solo nei saldi, ma anche negli equilibri interni) la manovra in esame (che “pesa” circa 31 mld. di euro, nel 2019) è stata definitivamente approvata dalla Camera il 30/12/2018 alla terza fiducia su altrettanti passaggi parlamentari, testo peraltro incompleto ed operativo solo per un terzo, dal 1° gennaio 2019, in attesa di ulteriori decreti attuativi, ma prontamente sottoscritto dal Presidente della Repubblica per scongiurare l’esercizio provvisorio.
Questo cattivo modo di legiferare (mai così scandaloso nei tempi e nei modi) ha prodotto una coda velenosa: il Pd ha sollevato avanti alla Corte costituzionale la questione della modalità con la quale il Governo ha fatto approvare dal Senato il provvedimento, con riferimento all’art. 72 della Costituzione, infatti il Governo ha scavalcato i poteri del Parlamento trasformandolo da Organo di analisi, confronto, dibattimento per la formazione delle leggi, in sede di semplice verifica della persistenza e della consistenza della maggioranza, quasi che la maggioranza stessa avesse il “potere” di fornire al Governo una sorta di delega in bianco, per giunta su aspetti vitali per l’intero Paese.

Tuttavia, al di là dei modi, sono preoccupanti i contenuti della manovra.

Partiamo dagli aspetti “macro”: per l’intervento determinante della Commissione europea il valore della manovra è stato alleggerito da circa 40 mld. a 31 mld.; il deficit nominale è sceso di 7,2 mld. rispetto alla versione originaria (quella del “balcone” di Palazzo Chigi, indegna buffonata che ci ha screditato agli occhi del Mondo); il rapporto deficit/Pil è stato contenuto al 2% (rispetto al 2,4%); l’obiettivo tendenziale di crescita del Pil 2019 è stato fissato al + 1% (rispetto alla folle previsione iniziale del + 1,5%); sono state previste maggiori entrate per almeno 1,2 mld. (nuove tasse sui giochi, Web tax, tagli a crediti d’imposta, ecc.).
Rimangono le misure “simbolo” per M5S e Lega (rispettivamente reddito e pensione di cittadinanza e quota 100), ma i fondi appostati per l’avvio di questi due provvedimenti sono stati ridotti di 4,6 mld nel 2019.
Ribadiamo che per finanziare nel tempo i “pallini” anzidetti di M5S e Lega le risorse indicate nel triennio sono assolutamente inadeguate, ma quello che conferma l’intento elettoralistico delle misure citate è l’insistenza dei due Vice Presidenti del Consiglio di fissare l’avvio dei provvedimenti stessi immancabilmente al 1° aprile , o al più tardi al 1° maggio 2019, vale a dire prima delle elezioni europee di fine maggio prossimo, come al solito usando risorse pubbliche per cercare di “comprare” un consenso finora largamente immeritato (analogamente aveva fatto Renzi alla vigilia delle precedenti elezioni europee con l’elargizione degli 80 € ai suoi potenziali elettori).

Con l’aggravante, nella realtà attuale, che per evitare l’uso distorto e truffaldino del reddito di cittadinanza (in senso cioè pro-fannulloni e pro-lavoro nero) occorrerebbero Centri per l’impiego numerosi, attrezzati, qualificati ed una situazione socio-economica del Paese con sovrabbondanza di offerte di lavoro. Cose che, purtroppo, non sono nell’Italia d’oggi, che é probabilmente alla vigilia di una nuova recessione, o comunque di un rallentamento del ciclo economico.

Anche la “bandiera” della Lega (quota 100) fa acqua da tutte le parti: per rendere il provvedimento strutturale (cioè permanente) le risorse non sono adeguate (ancor peggio, in prospettiva, l’ipotesi di garantire, dal 2021, l’uscita anticipata con 41 anni di servizio a prescindere dall’età anagrafica); se invece il provvedimento fosse temporaneo, si finirebbe per reintrodurre discriminazioni e ingiustizie all’interno della categoria sostanzialmente omogenea dei pensionandi, come aveva già fatto la legge Fornero per mancanza di equilibrio e gradualità. Peraltro è strumentale millantare quota 100 come strumento decisivo per la soluzione del problema della disoccupazione giovanile, innanzitutto perché non avviene mai che contestualmente ad una uscita dal mondo del lavoro si concretizzi un nuovo accesso, ma anche perché il Governo ha previsto “finestre” tra il raggiungimento dei requisiti (38 anni di contributi e 62 anni di età) ed il godimento della pensione anticipata e perché il blocco del turn over (che in modo parziale o totale nella pubblica amministrazione dura da decenni) verrà effettivamente rimosso solo a partire dal 15/11/2019.

Nonostante i correttivi di Bruxelles, si tratta di una manovra grossolanamente in deficit, cosa che non può permettersi un Paese con un debito cumulato al 132% del Pil e con gli impegni assunti (in realtà con leggerezza, in sede Ue) dai Governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte ed in cui sono presenti elementi recessivi, come un aumento di almeno mezzo punto percentuale della pressione fiscale (come certificato dal Presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio in sede ufficiale) ed una riduzione di più di 1,1 mld. in tema di investimenti pubblici e contributi agli investimenti rispetto agli orientamenti iniziali del Governo (e di cui il Presidente Conte menava gran vanto).

Nonostante i correttivi ed i contorcimenti anzidetti, per evitare l’avvio immediato della procedura d’infrazione da parte dell’Europa per eccesso di deficit e debito (ma continuiamo ad essere “osservati speciali”), la manovra in esame ha dovuto incorporare due maxi-clausole di salvaguardia su aumento IVA nel 2020 e 2021 (di importo enorme, 23 mld., solo nel 2020), clausole che verosimilmente non potranno essere del tutto annullate, quindi con nuovo effetto recessivo, con la promessa addirittura di garantire, nel 2019, la costituzione di un “fondo di riserva” di 2 mld. per correggere eventuali squilibri di bilancio in corso d’anno.
E veniamo ad uno degli aspetti più scandalosi della manovra: il trattamento riservato ai pensionati.

Dopo anni di penalizzazioni (8 anni negli ultimi 11) sui criteri di indicizzazione delle pensioni medio-alte in godimento, dal 1° gennaio 2019 si doveva ritornare ai migliori e più equilibrati criteri di cui alla legge 388/2000 (rivalutazione a scaglioni in base agli importi: 100% fino a tre volte il minimo INPS; 90% per gli importi tra 3 e 5 volte il minimo; 75% per gli importi oltre le 5 volte il minimo). Già questo criterio favoriva le pensioni di minore importo e penalizzava quelle di importo maggiore, in materia di indicizzazione.

Con la legge di bilancio 2019-2021 (rispetto ai criteri della rivalutazione secondo gli scaglioni di diverso importo della legge 388/2000 prima richiamata) si penalizzano le pensioni da circa 1.521 € lordi mensili in su, con note di particolare accanimento (anche rispetto alla legge Letta) per le pensioni oltre le 9 volte il minimo INPS. Pertanto per il prossimo triennio le pensioni saranno rivalutate (con una unica percentuale, di misura decrescente al crescere della misura complessiva della pensione) secondo il seguente criterio: 100% fino a 3 volte il minimo INPS; 97% tra 3 e 4 volte; 77% tra 4 e 5 volte; 52% tra 5 e 6 volte; 47% tra 6 e 8 volte; 45% tra 8 e 9 volte; 40% per gli importi complessivi oltre le 9 volte il minimo.

Al termine dei 14 anni (periodo 2008-2021) si potrà dire con certezza che la politica di de-indicizzazione delle pensioni intervenuta per 11 anni (78,57% del periodo) ha determinato una perdita del potere d’acquisto delle pensioni medio-alte del 15-20%, in concreto da 500 € netti mensili a più di 1.000 € in meno per le pensioni lorde tra 7-8 volte il minimo INPS e 14-15 volte il minimo, anche senza tener conto dell’appesantimento fiscale delle addizionali comunali e regionali intervenute dai primi anni 2000.
I criteri anzidetti, a giudizio del Prof. Alberto Brambilla (grande esperto di previdenza, storicamente vicino alla Lega) sono “bizantini, ingiusti, discriminanti”. Concordiamo.

Come se ciò non bastasse, sulle pensioni di maggiore importo (oltre 100.000 € lordi/anno) tornano i taglieggiamenti del contributo di solidarietà, ancora peggiorativi rispetto alle decurtazioni introdotte dal Governo Letta nel triennio 2014-2016.Il taglio è previsto per 5 anni (periodo 2019-2023), quindi travalica il termine triennale della legge di bilancio, e consiste in: -15% per gli importi tra 100.000 e 130.000 €, che diventa -25% per gli importi tra 130.000 e 200.000, – 30% tra 200.000 e 350.000, – 35% tra 350.000 e 500.000, – 40% per gli importi lordi oltre 500.000 €/anno.

Si tratta di provvedimenti di gravità e misura inaudita, certamente anticostituzionali per lesione almeno dei principi di cui agli artt. 3, 36, 38, 53 della Costituzione vigente e che si fanno beffa di decine di sentenze della Corte in materia che, pur tollerando precedenti interventi lesivi dei diritti acquisiti dai pensionati, hanno posto tuttavia limiti ben precisi in termini di ragionevolezza, non discriminazione, progressività e proporzionalità a danno dei pensionati giustificata solo da situazioni di documentata necessità ed urgenza e per brevi periodi non ripetitivi, tutti limiti superati dalla legge di bilancio in esame.

Tutto ciò è avvenuto non certo “per equità”, ma solo per “far cassa”, anche su suggerimento malevolo del Presidente INPS, in modo da continuare a dirottare risorse dai fondi previdenziali sani a quelli assistenziali malati. E così si tagliano le pensioni di chi le ha meritate con lavoro, sacrificio e contributi adeguati per regalare privilegi a chi non ha lavorato, ha evaso o, comunque, non ha contribuito.

Speriamo tuttavia che i Giudici costituzionali nuovamente chiamati in causa per valutare la costituzionalità degli ultimi provvedimenti ai danni dei diritti dei pensionati non siano più così ossequienti al Palazzo in modo da scongiurare sentenze ambigue, talora contraddittorie e certamente non rispettose della lettera e dello spirito della nostra Carta.

Nella manovra di bilancio non mancano naturalmente una pioggia di “mance” a favore delle proprie clientele elettorali quali: bonus nido più ricco; proroga del bonus bebé e del bonus cultura; flat tax con imposta sostitutiva al 15% ma solo per le partite IVA che rispettino i limiti di ricavi o compensi pari a
65.000 €/anno (anche se è notorio che le partite IVA siano un po’ distratte nelle loro dichiarazioni dei redditi) ; tutta la serie dei bonus su casa e giardini; congedi più lunghi per i papà; bonus energetico con pratica all’Enea; bonus per la Nuova Sabatini e per agevolare le assunzioni a tempo indeterminato nel Mezzogiorno; bonus per l’acquisto di veicoli elettrici ed ibridi contrapposto all’ecotassa su quelli più inquinanti e via discorrendo, ma rimangono insufficienti le risorse per la sanità pubblica e per finanziare il rinnovo del contratto dei dipendenti del S.S.N., in particolare del personale dirigente, bloccato da 10 anni.

Naturalmente non sono rinvenibili, nella manovra, interventi efficaci per promuovere gli investimenti e la ricerca, favorire il lavoro e lo studio, combattere veramente l’evasione, premiare il merito, alleggerire il peso del fisco per favorire consumi, sviluppo, crescita.

Il nostro giudizio negativo non muta se lo sguardo si sposta su altri provvedimenti recenti: decreto fiscale, decreto legge Semplificazioni, decreto anticorruzione, dove non mancano certo disposizioni controverse, contraddittorie, controproducenti, talvolta addirittura immorali.

Superati i 6 mesi di “prova”, il nostro giudizio sul Governo giallo-verde non è favorevole: troppe contraddizioni, superficialità, incompetenza, imprudenza, contrapposizioni di mentalità, diversità di aree geografiche di riferimento e di obiettivi programmatici tra le due forze al Governo, troppa arroganza ingiustificata, condita da demagogia e populismo tanto insopportabili quanto esibiti.

La comunicazione ossessiva e simbolica messa in campo dai leader al Governo, che rimangono di parte, ha oscurato la informazione attendibile, gli slogan e le semplificazioni cancellano verità ed approfondimenti, il divenire legislativo procede in modo criptico in un percorso carsico, Di Maio e Salvini ostentano in ogni circostanza (anche di fronte alle sconfitte più cocenti ed alle figure più magre) sorrisi e sicurezza disarmanti, anche quando affermano assurdità.

In particolare, Matteo Salvini ha tradito la coalizione con cui si è presentato alle elezioni del 4 marzo, e con essa il relativo programma elettorale (flat tax equamente distribuita tra le fasce di reddito), certo incompatibile con un reddito di cittadinanza di chiaro taglio assistenzialistico. Dall’unione degli opposti (M5S e Lega) è nato un “contratto di Governo”, mitizzato quasi fosse una Bibbia, ma che non ha avuto alcun avallo elettorale (essendo nato faticosamente e successivamente al voto popolare), che rappresenta un libro dei sogni con fini di propaganda elettorale a vantaggio delle forze contraenti in vista delle elezioni europee del maggio prossimo, ma che in realtà vende solo fumo e tuttavia è già riuscito a far “volare” lo spread e svanire i risparmi degli italiani per bene ed a mettere in dirittura di dissesto il bilancio dello Stato.

Il M5S pare un nuovo Pci, con i vecchi arnesi dell’odio ed invidia di classe, con l’illusione che si possa campare senza lavoro e senza capitale e che la ricchezza debba solo essere “ridistribuita”, senza necessità di produrla, con l’uso solo di una comunicazione propagandistica senza curarsi di approssimazioni, reticenze, ambiguità, falsità.

I fatti e la cronaca hanno dimostrato che credito dare alle parole d’ordine onestà, trasparenza, rinnovamento: forse è apprezzata l’onestà altrui (senza troppo badare alla propria); circa la trasparenza basta analizzare l’iter parlamentare della manovra di bilancio; sul rinnovamento parlano la reiterazione della rottamazione delle cartelle e l’ennesima sanatoria fiscale ed edilizia.

Abbiamo ormai perso la fiducia nel M5S e nella Lega avendo avvertito pienamente il pericolo dell’azione di Governo di Salvini e Di Maio, prima che il “sovranismo”, che scimmiotta il trumpiano “il mio Paese per primo”, porti al protezionismo, inconcepibile in un Paese come il nostro, che vive di esportazioni di prodotti e manufatti, ma ha bisogno di importare materie prime, come non è conciliabile con il mercato interno europeo.

In rappresentanza dell’Italia, bisogna mandare in Europa chi la vuole riformare, completandone il processo evolutivo, ma è disposto a condividere gli inevitabili adattamenti, rispettando peraltro gli impegni assunti dai suoi membri, non chi la vuole scardinare dall’interno.

Tale orientamento diffonderemo tra i dirigenti e iscritti dei nostri sindacati (FEDER.S.P.eV. e CONFEDIR), come tra le Organizzazioni aderenti al Forum Pensionati, loro famigliari e simpatizzanti, perché non ci piace vedere svilita la democrazia rappresentativa e parlamentare e come è snobbato da questo Governo il confronto con le Organizzazioni sindacali e le altre espressioni sociali, che comunque esprimono istanze e valori in una realtà complessa ed articolata.

Non solo i pensionati da noi rappresentati devono sentirsi preoccupati, ma anche i lavoratori attivi, incerti pensionati di domani, devono avvertire i rischi di un Governo che non rispetta i diritti acquisiti dagli ex lavoratori, tacciandoli di essere “parassiti sociali”, “ladri di pensione”, “soggetti che ci hanno rubato il futuro” o “avari più dell’Arpagone di Molière” quando si vedono rubare la pensione maturata e meritata, oggi in godimento.

Impugneremo, comunque, attivando un contenzioso legale, le disposizioni lesive dei diritti dei pensionati contenute nella manovra, in ogni sede competente consentita.

Prof Michele Poerio

Presidente Forum Pensionati per l’Italia

Segretario generale CONFEDIR

Presidente nazionale FEDER.S.P.eV.

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