Economia

Ecco le ultime cantonate di Luigi Di Maio su pensioni d’oro, d’argento e di bronzo

di

L’intervento di Pietro Gonnella

Tutti gli associati all’Aps Leonida non possono condividere le reiterate esternazioni con le quali il Ministro Di Maio continua da oltre sei mesi a qualificarli/rappresentarli all’opinione pubblica. Cerchiamo di riassumere, sottolineandole, alcune dichiarazioni di questa vandea/campagna mediatica tesa a denigrare una classe dirigente che invero ha la sola colpa, se così si può paradossalmente dire, di aver sempre e soltanto lavorato ed operato per il bene del Paese, svolgendo una rilevante funzione/attività pubblica e professionale, con impegno e qualificazione, senza limiti di orario.

Più volte il Ministro, Vice Premier in coabitazione con Salvini, ha presentato ai media i percettori delle c.d. “pensioni d’oro” come parassiti sociali.

Per la Treccani il “parassita” è un individuo che non lavora, non produce e vive alle spalle di altri, in buona sostanza uno sfruttatore/uno scroccone. Ultimamente – sempre con riferimento ai percettori suindicati – ha affermato che vuole tagliare di più i privilegi di “questa gente che ci ha rubato il futuro”.

GENTE CHE HA “ASSICURATO IL FUTURO”

Noi associati all’Aps Leonida diciamo con forza e con convinzione profonda che, al contrario, abbiamo se mai “assicurato il futuro” e non certo “rubato il futuro”. E tale affermazione è incontestabile per i seguenti motivi:

  1. abbiamo lavorato per decenni, esercitando ai più alti livelli delicate e pesanti responsabilità professionali, economiche e sociali quale classe dirigente del Paese;
  2. abbiamo – in costanza di rapporto di lavoro – versato regolarmente i contributi previdenziali nella misura prevista dalle leggi statali vigenti medio tempore;
  3. abbiamo assolto l’obbligo tributario, pagando l’aliquota marginale massima (43%), concorrendo in tal modo a garantire l’erogazione continua e regolare di servizi pubblici essenziali per il benessere ed il progresso della comunità nazionale (istruzione, sanità, etc.);
  4. siamo andati in pensione nel rispetto di leggi statali vigenti al tempo, nell’ambito e nella certezza del rispetto del principio di legittimo affidamento (leale ed etica relazione Stato/Cittadino);
  5. continuiamo a pagare l’aliquota marginale massima dell’IRPEF (43%) anche in costanza di pensione;
  6. siamo l’unica platea di pensionati che – come evidenzia l’allegata tabella – consegue/percepisce prestazioni previdenziali che sono coperte con la più alta percentuale in assoluto dei contributi versati.

EX PROFILO LAVORATIVO DEI PERCETTORI DELLE C.D. “PENSIONI D’ORO”

Al fine di controbattere, rigettandola, la definizione di “parassiti sociali” nell’accezione sopra esplicitata, non possiamo sottrarci dal dire quali ruoli e quali funzioni hanno coperto/svolto nel corso della loro carriera professionale gli attuali pensionati d’oro (ex dirigenti pubblici e privati, alti ufficiali delle forze armate, prefetti, ambasciatori, carabinieri, poliziotti, direttori generali, dirigenti medici, etc.), accennando soltanto, ad esempio, ad alcune figure: Magistrato, Generale dell’Esercito, dell’Arma dei carabinieri, della Guardia di Finanza, Direttore Generale di ASL, Dirigente Medico/Primario, etc..

Sono questi professionisti esempi di “gente che ci ha rubato il futuro”? O, al contrario, sono professionisti che incarnano l’opposto di come vengono descritti dal Ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, cioè “gente che ci ha assicurato il futuro”?

LE PENSIONI DI DIAMANTE

Il Governo gialloverde, in prosecuzione di quanto fatto dal Governo Letta, continua ad aggredire una sola categoria di pensioni, quelle c.d. “d’oro”, dimenticando – volutamente per non registrare perdite/salassi di consenso popolare – che sono in campo nel settore previdenziale anche le c.d. “pensioni di diamante”, prestazioni che hanno un differenziale ricevuto contro versato superiore anche al 50% (prepensionamenti per crisi aziendali o per altri motivi sociali, esodi, ex ferrovieri, ex postelegrafonici, pensioni baby, etc.).

In ordine a quest’ultime, le “pensioni baby”, non si può non evidenziare che sono numericamente tantissime, che sono vigenti da ben oltre 30 anni e che riguardano, ad esempio, insegnanti che, dipendenti dello Stato, sono andate in pensione a 31-32 anni di età con 14 anni 6 mesi e 1 giorno di contributi e che percepiranno la pensione per oltre 50 anni in rapporto alle loro aspettative di vita, cumulando oltre 600.000 euro di pensione a fronte di non più di 100.000 euro di contributi. Le “pensioni baby” costano complessivamente 9-10 miliardi di euro a fronte di non più di 2 miliardi di euro di contributi versati!

Non si può inoltre non evidenziare anche la eclatante situazione delle prestazioni pensionistiche di 3.000 euro mensili – circa 700.000 – che sono in pagamento tra 38 e 41,5 anni!

Sorge spontanea una domanda: perché queste eclatanti situazioni vengono ignorate come non esistessero? Eppure queste comportano miliardi di esborsi a fronte di contributi versati o largamente insufficienti o addirittura pari a zero rispetto alla entità dei predetti esborsi!

L’operazione di perseguire “l’equità del sistema previdenziale” – al fine di dare risposte al sistema assistenziale, con innalzamento delle pensioni minime – può essere socialmente condivisibile, ma va fatta con la fiscalità generale, cioè a carico dell’erario, e non certo “dirottando/succhiando” i danari del sistema previdenziale = contributi versati dai lavoratori che non possono essere sottratti alla loro naturale/obbligatoria/immanente destinazione ab origine.

GENERALITÀ E UNIVERSALITÀ DEI PRELIEVI FORZOSI

È altamente discriminatorio che si preveda di assoggettare a dei prelievi forzosi soltanto una categoria di contribuenti/pensionati che – lo si deve ribadire con forza – è quella che da un lato continua a scontare la progressività della tassazione pagando l’aliquota marginale massima dell’IRPEF (43%), dall’altro registra la più alta percentuale in assoluto dei contributi versati come evincibile dall’allegata tabella.

Non possiamo qui non ricordare che siamo di fronte ad una platea di pensionati che ha subito negli ultimi quindici anni pesanti penalizzazioni (mancata rivalutazione per 8 anni sugli ultimi 11 e assoggettamento a prelievo forzoso = contributo di solidarietà) che hanno ridotto il loro potere di acquisto del 20%.

Un’azione governativa che punti ad evitare ogni discriminazione di sorta non può che decidere di intervenire su tutti i redditi (indistintamente dalla loro natura: di lavoro dipendente, di lavoro autonomo, di pensione, etc.) che superano una certa soglia annua, nel rispetto quindi del disposto degli articoli 3 e 53 della Costituzione.
Una distribuzione diffusa dei prelievi forzosi su tutti i suddetti contribuenti consentirebbe di reperire un plafond più consistente di risorse utili e finalizzate a costituire due fondi ad hoc per contrastare la povertà e la disoccupazione giovanile.

LOTTA ALL’EVASIONE FISCALE

Peraltro noi di Aps Leonida non possiamo – per senso di responsabilità civile – astenerci dal rappresentare per l’ennesima volta che i due fondi di cui sopra, importanti e qualificanti per il perseguimento di un’autentica e condivisa coesione sociale, dovrebbero essere costituiti con la fiscalità generale a 360 gradi, interessare cioè l’intero universo dei contribuenti e non soltanto i contribuenti percettori di redditi superiori a una certa soglia, e ciò in quanto trattasi di spesa assistenziale la prima e di spesa sociale la seconda finalizzata ad incentivare il lavoro a tempo indeterminato.

Come farlo? Aumentando nei fatti la lotta all’evasione fiscale che, secondo l’ultimo Rapporto sulla stessa pubblicato dal Ministero dell’Economia e basato su dati Istat, oscilla tra i 255 e i 275 miliardi di euro, pari al 14-15% del PIL (dal Rapporto 2016 dell’Eurispes risulta che l’Italia ha un Pil sommerso di 540 miliardi di euro a cui andrebbero aggiunti almeno ulteriori 200 miliardi derivanti dall’economia criminale, per un totale di ben 740 miliardi euro, pari ad oltre il 30% del Pil!).

Si tratta di una valanga di danari che, se recuperati almeno in parte, consentirebbero di disporre di cospicue risorse non solo per i due fondi sopra specificati, ma anche – e questo è un aspetto di primaria importanza per il progresso e il miglioramento della qualità della vita dell’intera comunità nazionale – per varare un piano pluriennale di investimenti in opere pubbliche volte a mettere in sicurezza l’assetto idrogeologico del territorio che ciclicamente viene sottoposto a sconvolgimenti al verificarsi di eventi meteorologici avversi.

Gli investimenti per prevenire i disastri ambientali, purtroppo registrati anche in questi ultimi tempi con una virulenza inaudita, comportano costi sociali inferiori alle spese che si devono sostenere per riparare i danni provocati dai ripetuti dissesti territoriali (negli ultimi 30 anni si sono spesi al riguardo oltre 200 miliardi per far fronte agli stessi, senza peraltro che questo sia servito ad evitarne di successivi).

In conclusione anziché aggredire le pensioni, lo Stato ed il suo Governo decidano di aggredire seriamente e senza indugi la questione, madre di tutte le battaglie, riguardante l’evasione fiscale.

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