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Pensioni Inps

Pensionati attuali e futuri, è giunta l’ora di darci una mossa!

L'intervento di Michele Poerio, Presidente Nazionale FEDER.S.P.eV. e segretario generale CONFEDIR, Pietro Gonella, coordinatore Centro Studi, Stefano Biasioli, segretario APS-Leonida e segretario organizzativo FEDER.S.P.e V.

 

CONFEDIR , FEDER.S.P.eV.e APS-Leonida in qualità di Associazioni rappresentative — soprattutto dei percettori di trattamenti pensionistici di importo medio-alto e di importo elevato ma anche dei percettori di trattamenti pensionistici di importo medio —  hanno letto attentamente e preso atto con rammarico delle decisioni del Governo Meloni, che le ha proposte all’approvazione da parte del Parlamento, in merito alle misure adottate per contrastare gli effetti della galoppante e consistente inflazione che ha falcidiato il loro potere di acquisto nel corrente anno 2022 e che nel 2023 potrà essere recuperato seppur parzialmente e comunque in misura grandemente insufficiente.

Con il disegno di legge finanziaria 2023, il Governo Meloni perpetra l’ennesimo furto a carico dei pensionati (non solo di quelli fruenti di trattamenti medio-alti o elevati, ma anche di quelli fruenti di trattamenti medi, cioè tra 5 e 10 volte il Tm) sull’onda del meloniano refrain mediatico che ne proclama la legittimità in nome di una “giustizia sociale” non più differibile.

L’articolo 58 del DDL in parola massacra – per il biennio 2023-2024 – l’ordinario e consolidato meccanismo di rivalutazione delle pensioni stabilito dalla Legge 388/2000 (tre scaglioni 100%-90%-75%), meccanismo necessario per adeguarle nel fluire del tempo all’andamento del costo della vita al fine di preservarne il potere di acquisto, decidendo la rivalutazione piena al 100% – pari al 7,3% (percentuale peraltro inferiore, e non di poco, al tasso di inflazione reale superiore all’11% a fine novembre 2022!) – solo per le pensioni fino a 4 volte il trattamento minimo mensile di € 525,38 lorde, mentre per le pensioni:

Con riferimento a tale sconvolgimento – continuato nel tempo e costantemente riduttivo – di assalto alla diligenza della rivalutazione dei trattamenti pensionistici lordi, non ci si può astenere dal dire che negli ultimi 17 anni – 2008-2024 – i relativi trattamenti superiore a 10 volte il trattamento minimo non sono stati rivalutati/adeguati, ma fortemente sotto-valutati/sotto-adeguati, con il risultato eclatante che in 13 degli anzidetti anni (il 76,47% del periodo) ne è stato compromesso il potere di acquisto, causando un vulnus permanente pesantemente riduttivo dell’importo base su cui viene calcolato/applicato, da  un  anno  all’altro, il ridotto/non pieno indice di  rivalutazione stabilito dalla  legge  finanziaria  statale, importo  che  via via si è consolidato, divenendo irrecuperabile a motivo del trascinamento delle misure di deprivazione di detti trattamenti pensionistici: non è esagerato affermare che per gli stessi – in vigore e fruiti dal 2008 ad oggi – siamo di fronte ad una perdita del potere di acquisto dell’ordine non inferiore ad un range tra il 20 e il 25 per cento!

In particolare lo Stato continua a non rispettare il principio di legittimo affidamento (leale ed etica relazione Stato/cittadino), violando le tanto e più volte decantate “regole” che dovrebbero essere presidio di salvaguardia delle posizioni e degli interessi dei pensionati, quali ex lavoratori che nel corso della loro attività lavorativa hanno goduto di maggiori retribuzioni e avuto versamenti contributivi previdenziali corrispondenti, nonché assunto maggiori responsabilità ed acquisito maggiori meriti.

Ma per avere, ottenere e mantenere il consenso elettorale, il decisore politico continua ovviamente a preservare il potere di acquisto soltanto della grande numerosità dei percettori di pensioni (dati INPS 2021: 13.511.066 pensionati su 16.098.748 totali, cioè l’83,93%!):

  • nella misura del 100% per quelle di importo mensile lordo inferiore a 4 volte il trattamento minimo (€ 2.102), n. 11.583.920 soggetti, cioè il 71,96%;
  • nella misura dell’80% per quelle di importo mensile lordo tra 4 e 5 volte il trattamento minimo (€ 2.627), n. 1.927.146 soggetti, cioè l’11,97%;

la maggior parte dei quali non è titolare di alcun versamento contributivo previdenziale o è titolare di versamenti contributivi previdenziali largamente insufficienti per giustificare l’erogazione del trattamento pensionistico di cui sono in godimento.

A parole la meritocrazia è baluardo (davvero inespugnabile?) – da valorizzare ed accrescere per il bene della società – dell’attuale Governo di centro-destra, che in concreto però mette in campo e pratica politiche catto-comuniste, snaturando e disconoscendo nei fatti la propria indole e caratura identitaria.

La manovra del disegno di legge finanziaria 2023, che modifica l’ordinario e il consolidato meccanismo di rivalutazione previsto dalla legge 388/2000, consente al Governo – secondo le tabelle contenute alla fine della “Relazione tecnica” che accompagna l’articolo 58 alle pagine 119-121 – i sottoriportati risparmi:

  • 2,1 miliardi di euro per l’anno 2023;
  • 4 miliardi di euro per l’anno 2024;
  • 3,953 miliardi di euro per l’anno 2025.

In tutto sono 10,053 miliardi di euro nel triennio! Ne consegue allora la seguente impellente domanda: “Perché la modifica del meccanismo di rivalutazione in corso di approvazione travalica l’anno 2024? Anzi a ben vedere continua – sempre secondo le suddette tabelle – nel 2026 fino al 2032, con l’indicazione di una sequenza di risparmi per altri sette anni per un importo complessivo di  26,633 miliardi di euro; relativamente agli specifici anni si leggono i seguenti risparmi:

  • 3,934 miliardi di euro per l’anno 2026;
  • 3,897 miliardi di euro per l’anno 2027;
  • 3,856 miliardi di euro per l’anno 2028;
  • 3,811 miliardi di euro per l’anno 2029;
  • 3,764 miliardi di euro per l’anno 2030;
  • 3,713 miliardi di euro per l’anno 2031;
  • 3,658 miliardi di euro per l’anno 2032

Dichiarazioni governative – divulgate attraverso i media – motivano i risparmi come necessari per coprire i costi indotti da quota “103”/articolo 53, da APE sociale/articolo 55, da Opzione Donna/articolo 56, quindi misure che hanno, o dovrebbero correttamente avere, una esclusiva destinazione endo-previdenziale.

Ma non è così, in quanto l’entità dei risparmi nel triennio 2023-2024 (10,053 miliardi) è tale che è di molto superiore ai suddetti costi ammontanti per lo stesso periodo a non più di 3,4 miliardi. In buona sostanza il Governo mortifica i pensionati fino al punto di sottrarre loro la copertura delle perdite che registreranno i rispettivi trattamenti a causa di un alto tasso di inflazione; e lo fa non per una redistribuzione all’interno del settore previdenziale (per inciso ingrossato/ingrassato impropriamente – ma ormai e purtroppo regolarmente – da sempre più consistenti poste/erogazioni “assistenziali”), ma per finalizzare tali “economie strutturali” triennali – ben 6,653 miliardi di euro – al conseguimento di obiettivi generali di finanza pubblica: lo Stato usa – sequestrandole di fatto – sacrosante “retribuzioni differite”  (tali e così definite e ribadite più volte dalla Corte Costituzionale le “pensioni” assistite da contributi previdenziali versati) per le proprie necessità di ridurre progressivamente l’indebitamento netto delle pubbliche amministrazioni e di ricostituire un adeguato livello di avanzo primario, e ciò “secondo quanto programmato in relazione al percorso di riduzione del debito pubblico, nel rispetto di un bilanciamento di valori che oltre alle esigenze di finanza pubblica consideri l’adeguatezza e la proporzionalità del trattamento pensionistico, tenuto conto sia di quanto previsto dal comma in esame e sia di quanto previsto dal comma 2”. ARIA FRITTA purtroppo! Eloquio di parole e definizioni che tendono a mitigare il boccone indigesto che si è fatto, e si continua a fare, ingoiare ai pensionati, che – purtroppo per loro status e condizione – non hanno strumenti per difendersi, se non quelli di adire alla giustizia amministrativa e/o ordinaria.

Ai futuri pensionati – gli attuali lavoratori in attività di servizio – è pertanto doveroso, correndone l’obbligo, lanciare un messaggio di attenzionalità e di verità in ordine a quello che potranno “subire” una volta cessati dal lavoro per collocamento in quiescenza, nel senso che vivranno anni in cui il potere di acquisto dei loro trattamenti pensionistici lordi scemerà senza interruzione  di  continuità alla faccia dei loro versamenti contributivi effettuati in costanza di lavoro, privati  come si  troveranno di  contrastare, con azioni efficaci,  le  scorribande  di  un  potere legislativo incurante delle loro giuste e legittime aspettative, immolate sull’altare di una sempre più famelica, e non certo commendevole, difesa/rincorsa del consenso elettorale del proprio partito.

Alla luce di quanto sopra esposto CONFEDIR , FEDER.S.P.eV. e APS-Leonida rappresentano che – non potendo continuare a subire supinamente simili reiterate deprivazioni – ritengono non più rinviabile l’approvazione del MANIFESTO da diffondere con ogni mezzo ed in ogni sede, al fine di farlo conoscere alla generalità sia del mondo pensionistico che del mondo lavorativo, delle organizzazioni sindacali nonché degli ambiti sociali, economici e politici.

(Prima parte, la seconda parte dell’articolo sarà pubblicata domenica 18 dicembre 2022)

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