Economia

Tutte le bontà della liberalizzazione degli orari. Altro che chiusure domenicali… Report Istituto Bruno Leoni

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Ecco il report “Orari dei negozi. Promemoria per il parlamento” curato da Serena Sileoni, vice direttore dell’Istituto Bruno Leoni 

E stato depositato in commissione Attività produttive della Camera il progetto di legge per limitare la libertà di apertura dei negozi. Il ritorno alle chiusure domenicali è una delle promesse del Movimento 5 Stelle, molto cara al vice Presidente del Consiglio Di Maio, e sostenuta fin dall’inizio dell’attuale governo dalla Lega.

Già all’indomani della liberalizzazione, avvenuta gradualmente ad opera del nel 2011, il tentativo di ripristinare più o meno rigidi ed estesi obblighi di chiusura è stato perseguito con numerosi progetti di legge di iniziativa parlamentare, talora – come durante il governo Renzi – con l’appoggio esplicito del partito di maggioranza. La proposta che la Camera si appresta a discutere in Commissione rileva rispetto alle molte depositate in questi anni, in quanto frutto di una intesa della maggioranza di governo.

La proposta ribalta la disciplina attuale: dalla libertà di tenere aperti i negozi durante le festività e le domeniche, si passa all’obbligo di tenerli chiusi per la metà delle domeniche e in 12 festività nazionali, con una deroga per 4 giorni di apertura a scelta delle regioni. Le sanzioni per chi apre nei giorni di divieto vanno dai 10 mila ai 60 mila euro, raddoppiati in caso si sia già stati sanzionati.

Cosa prevede l’attuale disciplina

L’attuale disciplina lascia liberi i negozi, a prescindere dalla ubicazione, dalle dimensioni e dai beni e servizi offerti, di scegliere gli orari di apertura e chiusura, domeniche comprese. La liberalizzazione è avvenuta con decreto legge n. 201/2011, art. 31, c.1, convertito in legge n. 214/2011, a seguito di un periodo di sperimentazione introdotto nello stesso anno dall’art. 35, c. 7, del decreto legge n. 98/2011, convertito in legge n. 11/2011. La definitiva liberalizzazione degli orari è stata l’esito di un percorso ultradecennale di deregolazione, avviato alla fine del secolo scorso. In definitiva, oggi i negozi possono, e non devono, essere aperti quando vogliono. Non hanno limiti di orario, né di fasce orarie, né di giorni. La liberalizzazione consente ai negozi non di stare sempre aperti, ma di decidere autonomamente quando esserlo.

Comparazione con gli altri Stati membri dell’UE (UK compresa)

Oltre all’Italia, le nazioni che hanno lasciato alla libera determinazione degli esercenti la scelta dei periodi di apertura sono: Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lituania, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovenia, Svezia, Ungheria.

Nei restanti paesi, si prevedono obblighi di chiusura per alcune festività dell’anno, o ridotte limitazioni a seconda delle tipologie o della ubicazione dei negozi. Ad esempio in Danimarca, durante le maggiori festività, i negozi devono chiudere entro le 15,00; in Polonia gli esercenti sono liberi ma devono osservare almeno quindici giorni di chiusura l’anno. In Francia e Germania la regolamentazione è invece relativamente onerosa, anche se è stata fatta oggetto di significativi interventi di liberalizzazione a partire dagli anni Novanta. In Francia è previsto il riposo domenicale dei dipendenti, ma i negozi possono rimanere aperti se vengono presidiati dai proprietari.

In Germania è invece obbligatoria la chiusura domenicale, con la significativa esclusione di alcune tipologie merceologiche (panetterie, fiorai, giornalai, negozi di casalinghi, musei, stazioni di servizio, stazioni ferroviarie, aeroporti e luoghi di pellegrinaggio).

Benefici della liberalizzazione degli orari

A) Consumi

Le più recenti indagini empiriche hanno trovato un aumento dei consumi, ma non in tutte le categorie merceologiche (qui e qui). Tuttavia, la possibilità per i consumatori di scegliere quando fare la spesa genera un duplice beneficio. In primo luogo, consente a questi ultimi di scegliere come disporre del proprio tempo: due italiani su tre, ormai, fanno la spesa di domenica. Questa possibilità è particolarmente importante per le famiglie dove entrambi i partner lavorano e, all’opposto, per i genitori single. In un paese dove il tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro è relativamente basso, l’opportunità di conciliare i carichi lavorativi e famigliari appare particolarmente importante.

B) Occupazione

Le indagini empiriche dimostrano che la liberalizzazione degli orari ha un impatto occupazionale positivo e significativo (qui e qui). La ragione sta nel fatto che la forza lavoro necessaria a presidiare un esercizio commerciale dipende essenzialmente dalle ore di apertura, e solo in seconda battuta dai consumi. L’incremento occupazionale connesso alla liberalizzazione delle aperture domenicali può essere stimato nell’ordine del 7-9 per cento.

Falsi problemi della liberalizzazione degli orari

La ri-regolazione degli orari muove in genere da tre preoccupazioni: i) tutelare le condizioni contrattuali dei dipendenti degli esercizi commerciali; ii) tutelare i negozi di vicinato rispetto a strutture di vendita maggiori; iii) incentivare stili di vita meno consumistici.

A. Indubbiamente, per i piccoli esercenti e più difficile organizzare le aperture festive rispetto ai grandi esercenti, perché i maggiori costi fissi sono a carico di volumi di vendite ridotti. Tuttavia, le difficoltà dei piccoli negozi dipendono da una molteplicità di fattori, inclusa l’arretratezza della nostra rete di distribuzione commerciale. Obbligare tutti a stare chiusi, d’altro canto, se non farà guadagnare i grandi esercenti, di sicuro non farà guadagnare nemmeno i piccoli, obbligati come i primi a tenere le saracinesche abbassate. Al contrario, un maggior dinamismo dato dalla concorrenza anche sugli orari consente agli esercizi di vicinato di comprendere meglio le esigenze della clientela, stabilendo le aperture in modo da facilitare gli acquirenti o specializzandosi in prodotti di nicchia che difficilmente trovano spazio negli esercizi generalisti. Peraltro, obbligare i piccoli esercenti a stare chiusi insieme ai grandi metterà entrambe le categorie in posizione di svantaggio rispetto a un concorrente aperto tutti i giorni dell’anno e a tutte le ore offrendo qualsiasi tipologia di bene: il commercio elettronico. L’osservazione è nota al governo, tanto che l’ipotesi, circolata al Mise, di estendere gli obblighi all’on line impedendo che l’acquisto sia processato non vuol dire estendere i limiti orari. Chi compra, infatti, finalizza l’acquisto con il click che fa partire l’ordine. Se poi i magazzini lo processano il giorno feriale successivo, l’acquisto è comunque avvenuto.

B. Le condizioni e i diritti dei lavoratori sono disciplinati dalla legge e dalla contrattazione collettiva nazionale. Indipendentemente, dunque, dalla liberalizzazione degli orari o dalla presenza di limiti di apertura, i lavoratori non possono lavorare oltre un certo limite orario, hanno diritto a una maggiorazione per lavori in orari non ordinari, possono, in alcuni casi, rifiutarsi di lavorare nei giorni festivi, hanno diritto a sospendere il lavoro su base giornaliera, settimanale, annua. In particolare, la legge e la contrattazione nazionale prescrivono:
• limite orario massimo settimanale
• limite orario massimo giornaliero
• limiti massimi alla flessibilità d’orario
• limite orario massimo di lavoro straordinario (giornaliero e settimanale)
• maggiorazioni per lavoro in orari notturni, festivi, e festivi notturni
• maggiorazioni per lavoro straordinario
• pause giornaliere
• riposo giornaliero
• riposo settimanale
• ferie annuali
• diritto per particolari categorie di rifiutare di prestare il proprio lavoro nei giorni festivi (genitori di bambini di età fino a tre anni o che assistono disabili non autosufficienti).

Il rispetto delle condizioni contrattuali dipende dunque non dalla liberalizzazione o dalla restrizione degli orari, ma dalla capacità dare esecuzione alla legge e alla CCNL di cui sono responsabili in primo luogo, per i lavoratori, i sindacati che hanno sottoscritto il contratto collettivo.

C. La scelta di come trascorrere la domenica e le festività è una scelta evidentemente del tutto privata. Ritenere che sia influenzata dall’obbligo per i negozi di stare chiusi, e pensare ad esempio che ci sia una correlazione tra l’apertura dei negozi e le chiese vuote, vuol dire sottostimare del tutto i cambiamenti sociali e culturali che hanno radicalmente modificato la nostra società. Oltre a ciò, chi ritiene che la chiusura dei negozi abbia un valore ‘etico’ di indirizzare le persone a usare il tempo libero in attività meno consumistiche non tiene conto i) del fatto che le attività comunemente ritenute ad alto valore culturale si svolgono grazie al lavoro anche domenicale e festivo delle persone (si pensi ai dipendenti dei cinema o dei musei). Chiedere dunque la chiusura dei centri commerciali per andare al cinema è, da questo punto di vista, una contraddizione in termini; ii) del fatto che la cura del tempo libero prescinde dal luogo in cui svolge. In questo caso, chiedere la chiusura dei centri commerciali per stare in famiglia non tiene conto che si può trascorrere il tempo in famiglia anche andando al centro commerciale. Resta, da questo punto di vista, la questione dei commessi dei negozi che fanno turni nei giorni festivi, per la quale tuttavia si rimanda al paragrafo sopra, aggiungendo peraltro che i dipendenti non sono l’unica categoria che può lavorare nei giorni festivi (dai camerieri agli addetti ai musei e ai cinema, per l’appunto, e senza contare gli esercenti un pubblico servizio).

 

ECCO IL TESTO INTEGRALE DEL REPORT IBL

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