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Patto Stabilità Ue Regolamentazione Crypto

Che cosa cambierà per l’Italia con il nuovo Patto Ue di stabilità. Girotondo

Girotondo di opinioni sulla riforma del patto di stabilità proposta da Bruxelles che cambia le regole di deficit e debito 

 

La riforma del Patto di stabilità proposta dall’Ue avrà un impatto importante sul modo in cui sono state gestite le finanze pubbliche italiane. Bruxelles da un lato ammorbidisce i toni nei confronti dei Paesi con debito alto e che fanno investimenti, ma dall’altro chiede serietà e di collocarsi sulla strada della graduale riduzione del debito con piani di rientro personalizzati per ciascun Stato membro. Pensa sanzioni salate.

PATTO DI STABILITÀ: COSA CAMBIA PER IL NOSTRO PAESE

Il punto di partenza per i futuri negoziati è nelle simulazioni della Commissione. Come riporta l’AGI il Pil italiano è stato di 1.909 miliardi di euro nel 2022, un eventuale piano quadriennale prevederebbe un taglio annuo dello 0,85%, vale a dire 16 miliardi, con un piano di sette anni la riduzione viene spalmata e la percentuale scende allo 0,45%, ossia 8,5 miliardi in meno l’anno. La logica di Bruxelles è che quella stretta da 0,85% del Pil all’anno serve all’Italia per risanare fino al punto in cui il debito inizierà a scendere da solo, senza nuovi sacrifici. “Non conosco queste cifre, la cosa certa è che l’Italia dovrà ridurre il livello del proprio debito. Credo che non ci sia nessun italiano che non ne sia consapevole, non solo al Governo ma in generale perché il debito elevato ha le difficoltà che tutti noi conosciamo – ha spiegato il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni -. Quello che possiamo dire è che quando questa riforma verrà approvata l’Italia potrà farlo in modo più graduale e potrà farlo anche in un modo che avrà deciso l’Italia. È molto importante”.

LE COSTOSE PROCEDURE DI INFRAZIONE: POSSONO ARRIVARE FINO A 9,5 MILIARDI DI EURO

Dunque, secondo la riforma del patto di stabilità, al nostro paese sarà chiesto un aggiustamento fiscale dello 0,85% di Pil l’anno su 4 anni o 0,45% di Pil su 7 anni. L’attuale regola del debito, ossia la riduzione di un ventesimo di debito eccedente la quota del 60% del Pil, avrebbe all’Italia uno sforzo del 4,5% del Pil l’anno. Ma non è mai stata applicata, grazie ai cosiddetti fattori attenuanti legati a flessibilità Juncker. In caso di procedura d’infrazione il nostro paese sarebbe chiamato a versare multe per 950 milioni di euro ogni sei mesi, fino a un massimo di 9,5 miliardi di euro.

LA TRANSIZIONE VERDE E DIGITALE RICHIEDE RISORSE

La nostra economia europea “deve far fronte a massicci investimenti e riforme per realizzare la transizione verde e digitale, rafforzare la competitività e aumentare la nostra resilienza industriale, anche nel settore della difesa”, dicono il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis e il commissario Gentiloni. Ciononostante “occorrono strategie credibili per il consolidamento delle finanze pubbliche, per rassicurare gli investitori sulla sostenibilità del debito pubblico e per facilitare il finanziamento degli investimenti pubblici sul mercato”. Per permettere al rapporto debito/Pil di continuare a diminuire “l’Europa ha bisogno sia di una maggiore prudenza fiscale che di un’economia più dinamica”. Per questo la proposta della Commissione punta a una riduzione più graduale ma costante dei livelli di debito e a stimolare una crescita sostenibile. “Ciò rassicurerebbe i mercati finanziari, soprattutto in un contesto di inasprimento della politica monetaria”, concludono il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis e il commissario Gentiloni.

LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE È UNA SINTESI DI PIÙ ISTANZE

La proposta della Commissione europea è la sintesi delle istanze di diversi Paesi: tra i più indebitati e i più rigoristi del Nord guidati da Germania e Paesi Bassi. Come scrive l’economista della Luiss, Valentina De Romanis, su La Stampa, nei giorni scorsi il ministro delle Finanze Christian Lindner aveva chiesto di mantenere criteri quantitativi uguali per tutti in modo da ridurre il potere discrezionale della Commissione in sede di negoziato. Anche le istanze tedesche sono state accolte solo in parte: nella richiesta di mantenere il rapporto debito/Pil a fine periodo inferiore al livello inziale e quello del disavanzo/Pil che deve scendere di mezzo punto percentuale l’anno se superiore al 3 per cento.

LA CORRISPONDENZA CON IL DEF ITALIANO

La proiezione, come scrive il Sole 24 Ore, sintetizza il possibile impatto del ritorno delle regole fiscali Ue sulla politica economica italiana dopo la lunga parentesi della sospensione emergenziale. Una linea che trova corrispondenza nel Def in votazione alle Camere e che per l’anno prossimo già prevede sul deficit strutturale una correzione potente con un taglio appunto dello 0,8% del Pil. “Il programma di finanza pubblica del governo già rispetta anche la «regola della spesa», perché per le uscite primarie finanziate con fondi nazionali indica nel 2024 un aumento dello 0,9%, largamente inferiore alla variazione del Pil nominale e sotto anche alla dinamica del prodotto potenziale – si legge sul Sole -. Il problema, però, è che in quelle cifre la legge di bilancio non ci sta, al netto delle coperture extra che si potranno trovare nelle «pieghe dei conti» alimentate dalla prudenza delle stime Rgs”.

PATTO DI STABILITÀ: NODI IRRISOLTI E L’IRRITAZIONE DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA

La riforma del patto di stabilità, e le fiammate dei tassi di interesse, mettono a rischio, però, la possibilità di trovare risorse per concretizzare gli investimenti. Si avverte disappunto da parte del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti perché gli investimenti del Piano nazionale di ripresa (Pnrr) non risultano esentati dal computo dei conti pubblici. “È un passo avanti – ha il ministro, secondo la ricostruzione del Corriere della sera – ma noi avevamo chiesto l’esclusione delle spese d’investimento, incluse quelle tipiche del Piano nazionale di ripresa e resilienza sul digitale e la transizione verde, dal calcolo delle spese obiettivo su cui si misura il rispetto dei parametri. Prendiamo atto che così non è”. Dunque, niente regimi di favore per investimenti, verdi, militari o legati al Pnrr. “La revisione del Patto di stabilità e crescita – di fatto – mette sotto stretta osservazione solo alcuni Paesi, quelli con alto debito e con squilibri macroeconomici eccessivi – scrive De Romanis su La Stampa -. A cominciare dall’Italia. Per questo il governo dovrebbe valutare con attenzione i rischi derivanti da questa nuova procedura. Ciò non significa che il debito non debba essere tagliato oppure che il divario rispetto ai nostri partner europei in termini di indicatori macroeconomici non debba essere ridimensionato. Al contrario. Tuttavia, ciò non può avvenire attraverso un sostanziale rafforzamento del vincolo esterno sulle politiche economiche come accadrebbe nel caso in cui la proposta della Commissione venisse approvata. Il risultato ultimo sarebbe quello di un incremento delle tensioni antieuropee. Di cui non abbiamo bisogno”.

BINI SMAGHI: CON IL NUOVO PATTO DI STABILITÀ GLI STATI MEMBRI PERDONO QUOTE SOVRANITÀ FISCALE

Secondo Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del board Bce e attuale presidente della banca francese Société Générale, raggiunto da Repubblica quello della Commissione Ue è “commissariamento della politica di bilancio dei Paesi ad alto debito, in particolare dell’Italia”. E la fase della negoziazione non sarà un cammino in discesa “a meno che i governi non accettino di cedere ulteriore sovranità fiscale”. Perché i percorsi pluriannuali di risanamento “dovranno essere coerenti con le traiettorie tecniche fornite dalla Commissione stessa: se il Paese non si adegua viene messo automaticamente in procedura per disavanzo eccessivo”. L’economista punta il dito anche su una presunta carenza di trasparenza sui criteri che verranno usati dalla Commissione per indicare le traiettorie di rientro del debito. “Si sa che verrà effettuata un’analisi della sostenibilità del debito per decretare la plausibilità della riduzione – dice Bini Smaghi -. Ma questo strumento è molto complesso e poco trasparente: richiama al caso della Grecia del 2010-2012. In queste condizioni, sarà difficile per un ministro dell’Economia preparare il Def, che non potrà essere modificato per quattro anni anche se cambia il contesto: ciò aumenta la rigidità del sistema. Si propone di passare da un sistema di regole flessibili a uno a discrezione stringente di Bruxelles: tutto dipenderà dalla capacità dei governi di interagire con la Commissione. Rischiano di esserci più tensioni tra la Ue e le capitali – in particolare Roma – perché non sono chiari i criteri di valutazione: il pericolo è alimentare il risentimento nei confronti delle istituzioni Ue”.

LE DOMANDE DELL’EDITORIALISTA DEL SOLE 24 ORE

Ha scritto l’editorialista del Sole 24 ore, Adriana Cerretelli, esperta di cose europee ed ex portavoce dell’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria: “In conclusione, flessibilità e rigore misurati a braccetto per poter investire in una crescita economica ricca di stabilità finanziaria. Che però non basta a Berlino & co. Dunque, sarà ancora battaglia Nord-Sud. Con una domanda: davvero gli equilibrismi del nuovo Patto permetteranno all’Europa di vincere le sue sfide globali quando, tra Ira e simili, Stati Uniti e Cina si auto inondano di investimenti enormi, immediati, senza paletti o troppe regole? Forse, con il suo forziere di risorse e un regime Ue di aiuti di Stato in libertà, la Germania pensa di farcela da sola: errore, come altri del passato”.

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