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Mps, Unicredit, Ubi, Banco Bpm. Ecco chi punta sulle banche italiane

Banche Unico Gruppo Bancario

L’articolo di Luca Gualtieri, giornalista di Mf/Milano Finanza, sul risiko potenziale delle banche italiane come Mps, Unicredit, Ubi, Banco Bpm

Quando si trattava di m&a Emilio Botin si assicurava sempre che la potenziale preda fosse sufficientemente debole prima di farsi avanti e acquisirla. Così ad esempio l’ex numero uno del Santander aveva fatto nel 2004 con l’inglese Abbey National e nel 2007 con gli asset dell’olandese Abn Amro, operazioni in cui la scelta della tempistica ebbe un ruolo determinante. Oggi, seguendo la stessa logica, un investitore internazionale non troverebbe momento più propizio per intervenire sulle banche italiane.

COME VANNO LE BANCHE IN BORSA

Azzerate le riprese di valore dello scorso anno, le azioni sono tornate ai minimi di inizio 2017 e potrebbero perdere ulteriormente terreno con i prossimi ribassi dei titoli di Stato. Con una differenza sostanziale però rispetto al passato: oggi gran parte degli istituti hanno fondamentali solidi con una robusta posizione patrimoniale, una qualità del credito in miglioramento e ricavi in cauto aumento.

IL CASO UNICREDIT E L’AFFARONE DELLE BANCHE ITALIANE

Per un investitore abbastanza audace insomma entrare sulle banche italiane sarebbe un affare. Anche perché quasi tutti i gruppi sono ormai completamente contendibili, dalle ex popolari trasformate in società per azioni a Unicredit che, con l’ultimo aumento di capitale da 13 miliardi, ha spazzato via gli azionisti storici. Proprio Unicredit ha oggi tutte le caratteristiche per finire nel mirino di una grande banca internazionale: una capitalizzazione di appena 30,7 miliardi, un rapporto price/book value di 0,5 e un assetto perfettamente scalabile per l’assenza di soci con partecipazioni superiori al 5%.

MOSSE E SILENZI DI MUSTIER IN UNICREDIT SULLE AGGREGAZIONI

I vertici del gruppo sono consapevoli di questa vulnerabilità che è anche una delle ragioni per concludere al più presto un’alleanza internazionale. Da mesi ormai l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier sta trattando con Société Générale per una fusione che incontra però non pochi ostacoli, a partire dai sempre più difficili rapporti tra Italia e Francia.

TUTTI GLI SCENARI PER UNICREDIT (NON SOLO SOCGEN)

Tra gli analisti si fanno i calcoli e si valutano i possibili scenari, tutti chiaramente prematuri, in vista di un’aggregazione. I problemi vanno dalla multa comminata dagli Usa a SocGen ai molti Btp nel portafoglio crediti di Unicredit. Ma c’è anche altro: la fusione potrebbe infatti richiedere fino a 7 miliardi di nuovo capitale per ripristinare i coefficienti patrimoniali. Uno sforzo davvero notevole per gli azionisti di Unicredit, che solo 18 mesi fa hanno sostenuto un aumento da 13 miliardi di euro per ripulire l’attivo.

NEL MIRINO ANCHE UBI E BANCO BPM

Ma gli appetiti internazionali potrebbero riguardare anche altre banche italiane. Ad esempio c’è chi ritiene che oggi Ubi e Banco Bpm siano particolarmente esposte a raid stranieri per le basse valutazioni di borsa e la buona dislocazione geografica. Per Ubi peraltro un’eventuale incursione ostile avrebbe quasi il sapore di una beffa visto che nel 2007 il gruppo nacque proprio con l’obiettivo di preservare la bresciana Banca Lombarda dalle mire del Santander, uscito sconfitto dalla corsa per il San Paolo di Torino. Difficile dire se oggi Ubi opterà per una strategia simile, mettendo in campo un merger of equal per accrescere la massa critica e dissuadere un’incursione straniera. Se però lo facesse, l’ipotesi preferita dagli analisti è un’integrazione con Banco Bpm dove Giuseppe Castagna sta concludendo il processo di derisking in anticipo sulla tabella di marcia.

DOSSIER MPS

Dalla fusione nascerebbe un gruppo con quasi 300 miliardi di attivi e una capitalizzazione di otto miliardi di euro, numeri che renderebbero praticabile anche un intervento sul dossier più delicato del sistema bancario, quello di Mps. Sembra infatti che proprio in queste settimane il Tesoro stia iniziando i primi sondaggi sul mercato per avviare il processo di vendita della banca senese. A breve potrebbe partire la ricerca degli advisor finanziari chiamati a gestire la procedura. La tabella di marcia del resto è serrata ed entro il prossimo mese di giugno l’azionista dovrà mettere nero su bianco tempi e modalità della privatizzazione. L’attuale management vedrebbe con favore un’operazione con Ubi o con Banco Bpm, ma il governo giallo verde avrebbe idee diverse e potrebbe spingere per un intervento di Poste sul Monte.

DOSSIER MEDIOBANCA

Perfino il dossier Mediobanca è finito sotto la lente di investitori internazionali. Anche perché l’uscita di Vincent Bolloré dal patto di sindacato ha imposto una brusca accelerazione verso quel modello di public company che l’amministratore delegato Alberto Nagel ritiene ormai ineludibile. Se il mercato plaude, i grandi soci sono orientati a muoversi con prudenza e blindare ancora per un paio d’anni l’azionariato della merchant. Per farlo l’orientamento sarebbe quello di varare un patto di pura consultazione fino al 2020 che decadrebbe con l’entrata in vigore del nuovo sistema di governance monistico. La soluzione non è sgradita a Unicredit (primo azionista all’8,4%), che potrebbe così mantenere il presidio su Generali proprio nell’anno in cui verrà nominato il nuovo presidente. Non solo. Nelle intenzioni di Mustier una presenza nel capitale di Mediobanca potrebbe scongiurare incursioni su Trieste come quella che un paio d’anni vide protagonista Intesa Sanpaolo.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

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