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Mes, ecco come e perché la Germania può sbancare il fondo Sfr

Il funzionamento del Fondo di Risoluzione Unico (Srf), i timori di Berlino sulle banche tedesche e il caso Signa. L'approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Dopo mesi durante i quali i maggiori quotidiani di questo Paese ci hanno preannunciato la ormai certa ratifica da parte delle Camere del Trattato del Mes, mercoledì 22 la Camera ha rinviato ancora il prosieguo dell’esame in assemblea del disegno di legge di ratifica presentato dall’opposizione. Se ne riparlerà, forse, dopo l’Eurogruppo e il Consiglio Ecofin del 7 e 8 dicembre. Nel frattempo, i toni dell’Eurogruppo sono diventati ultimativi e, negli ultimi solleciti, hanno posto particolarmente l’accento su un aspetto della riforma di questo Trattato. Si tratta del prestito “paracadute” (backstop) che il Mes dovrebbe essere pronto ad erogare al Fondo di Risoluzione Unico (Srf) per la gestione delle crisi bancarie.

Sembra una faccenda molto tecnica riservata agli addetti ai lavori, ma non è affatto così. È in gioco uno dei pilastri dell’Unione Bancaria (il secondo pilastro), senza la quale l’unione monetaria rischia la dissoluzione, sfiorata durante la crisi del debito 2010-2012 e dalla cui traumatica esperienza è nato il progetto della vigilanza e della risoluzione unica. Il terzo pilastro (garanzia comune sui depositi bancari) è ancora di là da venire.

Quello che gli interessati solleciti provenienti da Bruxelles e Lussemburgo (sede del Mes) si rifiutano però di spiegare è quali siano le motivazioni della loro pressione e, in particolare, perché è necessario e addirittura urgente dotare il Srf di un prestito paracadute aggiuntivo rispetto alle risorse disponibili.

La risposta è che il Srf non ha le gambe per camminare da solo o almeno è troppo fragile per farlo. Infatti dal prossimo 1 gennaio non potrà più contare sui prestiti paracadute di pronto intervento concessi dai 20 Stati membri. L’impegno assunto dagli Stati nel febbraio 2017 è ormai prossimo alla scadenza. E allora il Srf ha disperatamente bisogno di un altro soccorritore pronto con il suo paracadute. Per questo (inconfessabile) motivo l’Eurogruppo sta brigando dal 2018 per trovare un ruolo al Mes – politicamente e finanziariamente tossico nel ruolo di prestatore a favore degli Stati membri che hanno perfino rifiutato in blocco il prestito “pandemico” – e, al contempo, assicurarsi che il Srf riesca a reggere l’urto della gestione di una crisi bancaria a partire da gennaio. Da quel giorno non esisterà più il paracadute degli Stati e rischia di non esserci quello del Mes.

Bisogna infatti sapere che il Srf a fine 2022 contava su circa 63 miliardi di liquidità e titoli pronti per essere impiegati in varie modalità in caso di crisi di una banca. L’obiettivo è quello di giungere a circa 80 miliardi entro fine anno. Poco meno del 1% dei depositi bancari dell’intera eurozona, pari a circa 9.000 miliardi. Per avere un’idea della gracilità del Srf, basti pensare all’ordine delle centinaia di miliardi che ci sono voluti per gestire le recenti crisi di Credit Suisse e di alcune banche Usa.

Il ruolo del Srf è quello, in caso di dissesto di una banca, di gestire in modo “ordinato” l’evento. Evitando un’affrettata e rovinosa liquidazione degli attivi e consentendo, nei limiti del possibile, una continuità nella gestione aziendale, rilevando l’azienda bancaria o un suo ramo. La ricapitalizzazione da parte del Srf ha però delle condizioni: il bail-in dei creditori della banca per almeno l’8% del valore del passivo e comunque può impegnarsi ad erogare non oltre il 5% di quest’ultimo valore. Consoliamo chi si fosse perso tra i numeri, aggiungendo subito che tale infernale meccanismo è fino ad oggi rimasto sulla carta, inutilizzato.

Questo fondo ha avuto a disposizione ben 8 anni (dal 2016 al 2023) di periodo transitorio per veder affluire fondi dalle banche contribuenti (2.896 nel 2022, di cui 375 italiane che nel 2022 hanno contribuito con 1,4 miliardi, il 10% circa del totale). Tali fondi erano dapprima separati in comparti nazionali, cioè, in caso di dissesto, ogni Stato pagava per le proprie banche. Poi progressivamente la mutualizzazione è salita, fino ad arrivare al 100% dal prossimo gennaio. Da quel momento, l’intera massa dei circa 80 miliardi è a disposizione di qualsiasi banca dell’eurozona, quale che sia lo Stato di appartenenza. E questo espone ancora di più il Fondo a rischi di incapienza in caso di una crisi di rilevanti dimensioni ed è un motivo in più per avere con urgenza il “paracadute” del Mes, che avrebbe dovuto essere operativo già da inizio 2022. Infatti, nel novembre 2020 l’Eurogruppo (c’era Roberto Gualtieri per l’Italia, che aveva forse dato per certa la ratifica da parte del nostro Parlamento) aveva deciso di anticipare di ben due anni la disponibilità del prestito paracadute.  E a Bruxelles e Lussemburgo erano così sicuri della rapida ratifica da parte di tutti gli Stati, che si erano organizzati per essere pronti ed invece hanno dovuto subire lo smacco della mancata ratifica italiana. Ma ora, per i motivi esposti fin qui, l’attesa non è più tollerabile.

La riforma del Mes gira tutta intorno a questo progetto. C’è poi un problema costituito dall’enorme capitale politico investito sulla riforma del Mes ormai dal 2017 e finora gettato al vento. A cui si aggiunge l’oggettiva necessità di trovare una ragion d’essere a questo carrozzone che impiega 228 persone che costano 42 milioni l’anno. E che, ormai da anni, non presta più soldi a nessuno e si limita a gestire i rimborsi dei prestiti fatti a Grecia, Cipro e Spagna (86 miliardi, mentre Portogallo e Irlanda hanno già rimborsato tutto). Prestiti concessi facendo leva sulla raccolta dagli Stati membri di 80 miliardi (14 dall’Italia) a cui ha aggiunto circa 105 miliardi di bond emessi. La differenza di circa 100 miliardi è parcheggiata in liquidità e titoli su cui, in uno scenario di tassi crescenti, questi signori riescono pure a perdere soldi. Infatti, il Mes – caso più unico per un soggetto che somiglia a una banca, seppure atipica – nel 2022 ha perso 60 milioni.

Da mercoledì, il fatto che il Srf resti dormiente (con il suo staff che costa 55 milioni annui) è un evento sempre meno probabile. La Bce ha infatti pubblicato il Rapporto sulla Stabilità Finanziaria, dedicando una particolare attenzione alla vulnerabilità del settore immobiliare agli attuali elevati tassi di interesse. E il quadro offerto non è affatto rassicurante. Infatti, ci sono ben 14 Stati in cui l’esposizione al settore immobiliare residenziale e commerciale supera il 40% del totale dei prestiti concessi. L’Italia è tra gli ultimi 4. Inoltre, c’è un nutrito gruppo di Paesi che ci precede nella classifica dell’esposizione ai tassi variabili. Le nostre famiglie hanno una quota di prestiti a tasso fisso molto rilevante, un po’ meno le imprese. I tassi alti stanno abbattendo sia i volumi che i prezzi degli immobili e la Bce stima che, nello scenario peggiore, ben il 53% dei prestiti al settore immobiliare saranno in capo a imprese in perdita, con i conseguenti problemi nei rimborsi.

Poiché la Bce non scrive mai certe cose casualmente e nel rapporto parla esplicitamente di “probabilità crescente di rilevanti perdite per il sistema bancario” soprattutto per il settore degli immobili commerciali, la fretta di ratificare il Mes e così rafforzare il Srf trova una sua ragionevole spiegazione. Perché potrebbero servire anche il prestito paracadute del Mes per correre in soccorso di qualche banca quasi certamente non italiana travolta dalla scoppio della bolla immobiliare, settore che manifesta i primi segnali di turbolenza, come anticipato già venerdì 24 dal quotidiano Der Spiegel, riferendosi al gruppo Signa del magnate austriaco René Benko.

LA SECONDA PARTE DELL’ANALISI DI PUO’ LEGGERE QUI: Perché le banche tedesche temono lo sboom immobiliare di Signa

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