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Mef e Unicredit passano il bubbone Mps a Draghi. Ecco perché

Dossier Mps tra ministero dell’Economia e Unicredit. Fatti, numeri, indiscrezioni e scenari

La palla passa a Palazzo Chigi: è questo il vero stato dell’arte del dossier Mps dopo le trattative arenatesi fra ministero dell’Economia (azionista con il 68% del Monte dei Paschi di Siena) e Unicredit.

Troppo distanti le posizioni delle due parti e troppo stringenti le condizioni che si erano dati Unicredit e lo stesso ministero del Tesoro che della banca di Siena si è trovato azionista con il 64% dopo averne impedito il default, ha scritto oggi il Corriere della Sera. Ma è davvero così o entrambe le parti – in primis Unicredit – voglio passare dal vaglio definitivo del premier Mario Draghi, che finora – secondo le indiscrezioni di Startmag – si è beatamente defilato dal prendere in mano il dossier? E’ la domanda che si pongono molti addetti ai lavori, anche piuttosto informati sul dossier.

LE INDISCREZIONI DI REUTERS SU MEF E UNICREDIT

Ma che cosa è successo negli ultimi giorni? Il negoziato – secondo quanto svelato ieri sera dall’agenzia Reuters – sarebbe in procinto di saltare con le distanze tra le parti che non si sarebbero appianate. Diversi i nodi che diplomazie a lavoro per mesi non sarebbero riusciti a sciogliere. Uno su tutti l’entità del capitale da iniettare nel Monte per rendere più facile l’operazione con Unicredit. Più di 7 miliardi la richiesta di Orcel, meno per il Mef che ne avrebbe calcolati – secondo le indiscrezioni – 5 e non sarebbe disponibile a pesare ulteriormente sulle tasche dei contribuenti. A questo si aggiungono una nuova visione sul perimetro da acquisire, con il factoring e il leasing del Monte nuovamente nella trattativa, sottolinea l’Ansa: “Da qui la consapevolezza che le pre-condizioni di fine luglio non sarebbero raggiungibili”.

DOSSIER NPL

D’altro canto le richieste messe sul tavolo da Unicredit sono state chiare fin dall’inizio e pochi fin da subito i margini concessi. Condizione essenziale è l’impatto zero sul capitale, ma anche nessun rischio legale, senza npl (da cedere ad Amco, sgr del Tesoro), senza le società prodotto (Mps Leasing & Factoring, Mps fiduciaria, MpsCapital services) e senza 300 sportelli con le ipotesi di interesse, su una parte, del Mediocredito Centrale.

IL NODO ESUBERI

Altro nodo gli esuberi: 6-7 mila persone, secondo gli analisti con un costo stimato fino a 1,4 miliardi da spendere a fronte dell’aumento. Il ministro dell’Economia Daniele Franco ad agosto in audizione alle Commissioni Finanze di Camera e ha sottolineato che il Monte non sarebbe stato svenduto smembrato e che avrebbe fatto tutto il possibile per Senato l’occupazione e il territorio.

IL CONTRASTO FRA MEF E UNICREDIT SU MPS

i consulenti coinvolti nell’operazione quantificano in circa 3 miliardi la distanza fra Mef e Unicredit, scrive il Sole 24 Ore: “Tra crediti fiscali, iniezione di capitale e altre misure su addetti e rischi legali il Mef era disposto a sborsare in totale 5 miliardi, mentre da UniCredit se ne chiedevano più di 7, al netto dei crediti fiscali di 1,8 miliardi”. Una differenza su cui ora lavorerà Palazzo Chigi per trovare la quadra.

LA SITUAZIONE SU MPS

In questo quadro c’è da dire che la ricapitalizzazione, su cui pende l’autorizzazione Dg Comp, ha sempre rappresentato un’opzione subordinata rispetto alla fusione. Una matassa difficile da sbrogliare a meno che il Tesoro non abbia pronta un’altra opzione. Per Unicredit, la strada è diversa. Orcel è stato chiamato per risolvere il business del gruppo e le M&A sono una possibilità perché possono essere un acceleratore ma non sono l’unica strada. Certo eventuali prede non mancano tanto all’estero quanto in Italia. Nei mesi scorsi all’ipotesi Mps, si è accompagnata anche quella sul Banco Bpm, visto sempre in pista per essere l’architrave di un terzo polo. Ma al momento pare uno scenario poco probabile.

L’ANALISI DI REPUBBLICA

Ma quali sono le differenze tra Tesoro e Unicredit? “il compratore riluttante, pur avendo ridotto qualche richiesta, continuerebbe a volere circa 7 miliardi di dote (più 2,2 miliardi di benefici fiscali) per prendere la parte migliore diMps, ma il Tesoro non vorrebbe sborsarne più di 5, per liberarsi della banca di cui ha il 64% dopo averla salvata nel 2017 con 5,4 miliardi”, ha scritto il quotidiano Repubblica.

I RUMORS DEL TESORO

«Non ci sono le condizioni per proseguire nella trattativa: le richieste di Unicredit sono troppo punitive per i contribuenti», hanno sostenuto a Repubblica fonti romane, piuttosto vicine ai palazzi di via XX Settembre, e anche contrariate perché «non sono rispettate le condizioni fissate dall’accordo del 29 luglio» (linee guida che però non indicavano gli esborsi).

I NUMERI DI UNICREDIT

Unicredit sarebbe disposta a rilevare circa 60 miliardi, e in base ai propri modelli interni avrebbe espresso una valorizzazione negativa per 2 miliardi dei crediti, laddove Mps è positiva per 6 miliardi, ha aggiunto il quotidiano del gruppo Gedi: “Criteri diversi, che creano una prima differenza miliardaria. L’altro nodo è l’esodo di lavoratori Mps: 2.700 (su 20 mila totali) erano già previsti in uscita nel piano in solitaria dell’ad Guido Bastianini, le nozze con Unicredit li farebbero salire a circa 7 mila”.

LE TRATTATIVE DEL MEF CON BRUXELLES

Che sia una vera o molto presunta (come si evince da questo intervento del segretario generale della Fabi) rottura fra Mef e Unicredit, molti osservatori scommettono che il Tesoro dovrebbe trovare un piano B, “negoziando con la Commissione europea e la Bce tempi più lunghi per la privatizzazione. La data di fine 2021 non è perentoria; andranno discusse con la Concorrenza guidata da Margrethe Vestager ulteriori «misure compensative», cioè maggiori risparmi di costi sotto forma di esuberi di personale e chiusure di filiali”, ha scritto il Corriere della Sera.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE

La scadenza prevista per il ritorno al mercato della banca salvata con la ricapitalizzazione precauzionale del 2017 sta per scadere – ricorda il Sole 24 Ore – e le trattative su una proroga, già avviate in via informale da settimane, possono prendere una piega diversa: “Per dare al Monte targato Tesoro il tempo per rinforzarsi su una strada ancora solitaria per un altro tratto, e cercare nuove prospettive su un orizzonte più lungo. Un’opzione, questa, che potrebbe rivelarsi almeno nel breve periodo decisamente più economica per la finanza pubblica; ma che ha bisogno di un cambio di registro alla Dg Competition della Commissione, dove a suo tempo il via libera alla (costosa) ricapitalizzazione pubblica del Monte era arrivato in cambio di garanzie elevate sul capitale e tempi rigidi sulla riprivatizzazione”.

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