Economia

L’Inps di Tridico è una sorta di Nep giallo-verde? L’opinione di Cazzola

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La prima relazione annuale del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, letta e commentata da Giuliano Cazzola

 

Nei giorni scorsi, con la relazione del Prof. Pasquale Tridico, ha compiuto il suo esordio sulla pubblica scena l’INPPS ovvero il rinnovato Istituto Nazionale Populista di Previdenza Sociale. Io sottoscritto vivo in simbiosi con ‘’la fabbrica delle pensioni’’ (così è intitolato uno dei miei libri) da oltre un trentennio, durante il quale ho conosciuto e visto all’opera diversi presidenti; dapprima nominati su designazione sindacale, poi da parte del governo. Per quanti siano gli sforzi che ho imposto alla mia (ormai instabile) memoria, stento a trovare un rapporto del rappresentante legale di un ente così importante assai schierato con il governo e con i provvedimenti da esso assunti in materia di lavoro e di previdenza, come quello illustrato per iscritto e attraverso slides dal prof. Tridico.

L’ordine non regna solo a Varsavia, ma in tutta Italia. Il decreto Dignità ha aumentato e qualificato l’occupazione, il reddito di cittadinanza ha colmato una grave carenza presente nel nostro sistema di welfare, tanto che la povertà, benché non ancora sconfitta, è stata ridimensionata. Quanto a quota 100 (in verità di pensioni il neo presidente ha parlato molto poco) raggiungerà entro l’anno gli obiettivi previsti (erogando un trattamento medio di 1.900 euro mensili lordi, che al Nord sale oltre i 2.200 euro). Poi si vede ad occhio nudo che l’economista scappa di mano al presidente. Innanzi tutto, a proposito del salario minimo:’’ Sia la giurisprudenza lavorista, che gli studi economici del mercato del lavoro, hanno richiamato – secondo Tridico – l’attenzione sulla possibile introduzione anche nel nostro Paese di misure sul salario minimo legale, misure opportunamente integrate nell’ambito degli attuali modelli di contrattazione collettiva che comunque continuano a costituire un valido sistema di regolazione e tutela dei diritti dei lavoratori subordinati, ciò al fine di dare piena attuazione al dettato costituzionale (art. 36, Cost.)’’. I risultati delle analisi dell’INPPS evidenziano come, su un totale di 14,9 milioni di rapporti di lavoro, il 28,9% (4,3 milioni di rapporti di lavoro) si collochi sotto la soglia minima di 9 euro lordi. Oltre a migliorare le retribuzioni dei lavoratori, Tridico si occupa di orario di lavoro. Da noi si lavora troppo. Quindi sarebbe necessario ridurre l’orario di lavoro.

L’altra idea geniale del neo presidente è quella di fare entrare l’INPPS nel campo della previdenza complementare allo scopo di allocare le risorse nell’economia italiana (dimenticando che i fondi girano al largo dagli investimenti produttivi, visto che quasi la metà dei loro impieghi si rivolgono a titoli pubblici, in gran parte ‘’domestici’’). Da studioso, poi, si lascia andare ad una considerazione che non sarà piaciuta al Capitano. ‘’ Secondo le attuali previsioni demografiche – scrive Tridico – la popolazione complessiva italiana, tenendo anche conto del modesto contributo migratorio degli ultimi anni, passerebbe nel giro dei prossimi quarant’anni dagli attuali 60 milioni di residenti a circa 46 milioni’’. Ma come? Modesto contributo? Dove è finita allora l’invasione? Ma la parte che più mi ha fatto impressione (ovviamente io non sono depositario della verità) è la rilettura all’incontrario che il presidente ha compiuto della storia economica degli ultimi decenni. Tutto quanto è ritenuto comunemente innovativo, viene giudicato in modo negativo, nell’evocazione di un grande ritorno ad un passato migliore per i lavoratori. Il brano merita di essere riportato per intero.

“I cambiamenti dovuti all’accordo sulla contrattazione salariale dei primi anni Novanta, che hanno portato ad una riduzione dell’indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione, non adeguatamente compensata dalla contrattazione di secondo livello, rimasta in larga parte poco efficace; la caduta dell’occupazione nel settore manifatturiero, un settore tipicamente leader nelle relazioni industriali, che anche a causa della maggior competizione internazionale ha contribuito a frenare la dinamica delle retribuzioni; i processi di privatizzazione degli anni Novanta, che hanno portato ad un aumento della quota di profitto con una conseguente riduzione della quota lavoro. Dall’altro quelli più generali e legati al progresso tecnologico, caratterizzato negli anni più recenti dall’utilizzo massivo delle tecnologie informatiche e dall’automazione. Tali cambiamenti, in un contesto globalizzato, hanno portato all’adozione di tecniche di organizzazione aziendale che spesso contribuiscono alla compressione della quota lavoro, come l’outsourcing e l’offshoring. Va, inoltre, ricordato il ruolo della finanza. La mobilità dei capitali finanziari limita la possibilità di tassare i redditi finanziari, riducendo lo spazio per le politiche fiscali dei singoli paesi. Il peso crescente della finanza e il sistema di incentivi e di retribuzioni dei manager favorisce anche pratiche di management orientate verso obiettivi di breve periodo, comprimendo così la possibilità di investimenti produttivi’’.

Insomma, traspare la nostalgia per l’indennità di contingenza (che stabilizzava l’inflazione fino a portarla ad un percentuale di due cifre) che gonfiava le retribuzioni riducendone il potere d’acquisto). Vengono poste sotto una luce negativa, nel quadro della famigerata globalizzazione, sia la competizione internazionale, sia i processi di privatizzazione di aziende di Stato in generale decotte; viene denunciato l’impiego ‘’massivo’’ delle tecnologie informatiche e dell’automazione (bei tempi quelli della ‘’divisumma’’ e della ‘’lettera 22’’).

Poi c’è il guaio della mobilità dei capitali finanziari e del sistema di incentivi ai manager che li induce a speculare sui risultati a breve e a comprimere la possibilità di investimenti produttivi ( che nostalgia per quando si produceva per il magazzino o per i piazzali e non per vendere!). E’ questa la NEP del governo giallo-verde? Ringraziamo Pasquale Tridico di essersi un po’ allargato rispetto al ruolo che svolge. Ma almeno ora sappiamo che fine ci aspetta.

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