Economia

L’impatto della pandemia sul Sistema Italia

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L’obiettivo è rimettere l’Italia in piedi senza che essa perda in termini geoeconomici e geopolitici posizioni tali da essere definitivamente declassato come Paese nel sistema europeo ed internazionale. L’intervento di Michelangelo Celozzi e Paolo Quercia

L’articolo deriva da un approccio integrato, dal punto di vista degli Studi Strategici e dell’Ingegneria dei Sistemi, all’analisi dell’impatto della pandemia COVID-19 sulla sicurezza del Sistema Italia e sulle sue relazioni geopolitiche e geoeconomiche, su cui basare una exit strategy dalla fase emergenziale.

La crisi COVID-19, la più grave dal 1945 ad oggi a livello globale, ha colto l’Italia in un momento di grave difficoltà, con un governo debole, sorretto da una maggioranza risicata e divisa, senza l’esperienza internazionale necessaria, con un sistema sanitario in ginocchio dopo le “cure” degli ultimi dieci anni ed un sistema economico e produttivo già in recessione dal terzo trimestre 2019. Tre questioni appaiono assolutamente prioritarie:
1) rimediare agli errori fatti nella fase 1 della pandemia, altrimenti saremmo travolti dalla probabile seconda ondata;
2) ridare centralità al Parlamento;
3) condividere una “grand strategy” di uscita dalla crisi, che integri ed ispiri una strategia sanitaria, una strategia di ricostruzione industriale ed una strategia geopolitica.

30.000 morti dopo, dove siamo?

Dal 4 maggio l’Italia è entrata ufficialmente nella fase due, almeno dal punto di vista burocratico. I dati sanitari del contagio, tuttavia, non sono ancora tranquillizzanti e ci indicano che probabilmente siamo ancora nel pieno della fase 1, almeno in alcune parti importanti del Paese. Eccettuato il Regno Unito, restiamo il Paese con il maggior tasso di crescita dei contagi in Europa e viaggiamo quasi al doppio dei contagi giornalieri di altri grandi Paesi della UE come Francia, Germania e Spagna.

I 1401 nuovi casi di contagio ed i 274 morti registrati l’8 maggio sono valori più alti dei dati che dell’8 marzo, l’ultimo giorno prima che il governo decidesse il lockdown, quando si contavano 1247 nuovi casi e 37 morti. Certo il trend allora era crescente mentre ora, sfruttando le settimane di chiusura, appare essere in decrescita. Abbiamo evitato il collasso del sistema sanitario pagando un prezzo altissimo, ma siamo ancora nella fase espansiva della malattia.

Il governo, reagendo comunque troppo tardi allo scoppio del fenomeno, è ricorso all’adozione di drastici provvedimenti d’urgenza basati sulla limitazione dei diritti individuali e sul blocco delle attività produttive non essenziali alla sopravvivenza della popolazione. Questo sforzo carissimo è però inutile se non viene accompagnato da una strategia condivisa in cui si pianifica un percorso di messa in sicurezza dell’economia del Paese e se non si dà una prospettiva temporale di uscita dalla crisi economica che seguirà e che a nostro avviso non sarà inferiore ai 5 anni, ma potrebbe essere superiore.

Assumere il 2025 come orizzonte strategico vuol dire in primo luogo risolvere una basilare equazione risorse-tempo-obiettivi: quanti soldi servono, dove si prendono e per fare cosa. Tenendo bene presente che:
1. La sfida principale, più difficile e più pericolosa, è quella di far ripartire i fondamentali del sistema produttivo italiano, nel nuovo contesto sociale ed economico senza far comunque soccombere il Paese sotto un debito pubblico insostenibile (questione della sicurezza economica);
2. La sfida parallela è quella di proteggere l’Italia dalle tante minacce, interne ed esterne, che l’aiuto dall’esterno ad un’economia vulnerabile comporta; (questione della sicurezza da atti ostili economici e politici predatori);
3. Il vincolo ulteriore è quello di mantenere l’Italia geopoliticamente sovrana ed allineata in maniera più vantaggiosa possibile per trarre i migliori benefici dall’incombente processo di ridefinizione delle relazioni internazionali (sicurezza geopolitica).

In questo articolo ci concentriamo sul primo punto, ossia sulla necessità di passare a combattere il secondo virus che ha già attecchito nel Paese e che rischia di produrre danni permanenti, quello del precipitoso declino economico dell’Italia. Di seguito alcuni spunti per definire la situazione da cui l’Italia parte, e possibili scenari e percorsi di sviluppo.

Guardare oltre la sicurezza biologica: la sicurezza industriale, la stabilità costituzionale, il dilemma finanziario.

Questi aspetti, se affrontati senza una strategia, sono montagne insormontabili. Un Paese demograficamente importante e con un’economia fra le prime sette al mondo non può, indipendentemente dal corso biologico dell’epidemia, restare “sospeso” per un periodo troppo lungo; l’Italia ha cercato di stirare al massimo la fase di stretto lockdown e la riapertura parziale era indispensabile.

Si poteva fare meglio, lavorando di più sulle cause che hanno impedito il tracciamento ed il controllo delle catene di contagio che hanno provocato il collasso del sistema ospedaliero in alcune aree del Paese, per evitare che una seconda ondata epidemica, da più parti considerata inevitabile, produca gli stessi effetti della prima, ma soprattutto elaborando una strategia complessiva di rilancio del sistema Paese, perché dovrebbe essere chiaro che non basterà tornare a fare quello che si faceva prima ma con la mascherina e con il social-distancing.

L’impatto del virus sui sistemi economici e sociali nazionali ed internazionali sarà talmente ampio che solo il varo di un piano per una nuova politica industriale d’emergenza può raggiungere il primo dei tre obiettivi che abbiamo illustrato, quello della sicurezza economica a breve termine.

La riapertura a cui stiamo assistendo appare infatti non essere accompagnata da tale riflessione ed avviene in assenza di una strategia chiara, che copra l’emergenza sanitaria (almeno fino al potenziale vaccino o cure che siano), l’emergenza sociale di chi non potrà lavorare e che vi agganci un piano di ristrutturazione industriale per alcuni settori italiani, per indirizzare verso obiettivi condivisi il sistema produttivo sin dalla fase di uscita dall’emergenza, da monitorare ed adeguare progressivamente all’evoluzione del contesto internazionale, fondamentale per un Paese come l’Italia fortemente caratterizzato dalle esportazioni.

A nostro avviso è un errore non immaginare il necessario lockdown come sub-componente di una grand strategy, fin dall’inizio dell’epidemia, perché solo così è possibile pilotare la crisi verso una via di uscita. Una tale strategia, anche nei suoi aspetti d’emergenza, non può non essere discussa e approvata in Parlamento, per la necessaria e consapevole condivisione con l’opposizione, con i cittadini e, a livello internazionale, con i Paesi alleati. Questo processo è indispensabile per indirizzare il Paese verso una “exit strategy” non solo dalla crisi medicale ma per dare una possibilità di ricostruzione e ripresa nella difficilissima fase economica che si preannuncia.

Comprendiamo che il Parlamento non è il luogo della costruzione delle scelte strategiche, ma certamente è il luogo della loro condivisione ed approvazione, soprattutto nelle fasi di grave emergenza come questa. Invece è stato lasciato ai margini delle scelte importanti, come accaduto con l’adozione continua di DPCM e Ordinanze, ossia atti amministrativi dei quali è evidente il dubbio di incostituzionalità nel momento in cui comprimono diritti costituzionalmente protetti e che possono essere limitati solo dalla legge. Al di là della dubbia costituzionalità, il modello di procedere per DPCM e di altre Ordinanze ministeriali e regionali appare chiaramente disfuzionale per mantenere una complessiva visione strategica del problema.

Intendiamoci, molti dei provvedimenti presi erano urgenti, ma i dati così disomogenei della mortalità in alcune aree d’Italia indicano che molte vite sono state perse a causa di ritardi ed errori. Anche le 3 settimane intercorse tra la delibera dello stato di emergenza del 31 gennaio ed i primi provvedimenti (decreto-legge e DPCM del 23 febbraio) per contenere i focolai scoppiati in Veneto e Lombardia appaiono indicare un tempo di reazione troppo lento ed una elaborazione concettuale distratta da preoccupazioni contingenti e non ispirata da una visione condivisa.

È opportuno ricordare che il Parlamento è anche la sede dell’unità nazionale e quando esso viene aggirato è molto più complicato ottenere la collaborazione leale da parte delle regioni e degli enti locali, che rischiano di diventare i canali in cui si convoglia il dissenso, come purtroppo è avvenuto con effetti estremamente negativi.

In una situazione di emergenza come questa, è apparsa chiara la mancanza di un luogo istituzionale dove si coltivino e sviluppino le grandi strategie, un Consiglio di Strategia Nazionale, tassello mancante nella architettura di protezione e supporto dell’interesse nazionale. L’enorme proliferare di task-force – i cui criteri di selezione sono inevitabilmente discrezionali ed i metodi di lavoro non trasparenti – mostra proprio la mancanza delle capacità strategiche necessarie sia a livello politico che di pubblica amministrazione, ma che non possono essere surrogate da queste strutture precarie create ad hoc nel pieno di un’emergenza.

Il danno sociale ed economico rischia di essere irreparabile

Come confermato anche dalla pur timida analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (l’Autority sui conti pubblici istituita in Parlamento), le previsioni per l’Italia considerano un crollo del PIL nel 2020 fra il 10 ed il 15%, una caduta mai registrata in Italia dal 1945 ad oggi. Ma, cosa ancora più preoccupante, è che, se non si interviene drasticamente, per la risalita ci vorranno anni per tornare ai livelli del PIL del 2019.

Il confronto con i vertici dell’UE sta avvenendo dunque senza un mandato del Parlamento e trattando su questioni fondamentali (MES, EUROBOND, Recovery Bond) per raccogliere più risorse possibili ma al fine di finanziare una serie di provvedimenti di micro-politica.

Le potenzialità del sistema europeo di contribuire alla ricostruzione dei Paesi membri sono enormi, forse le maggiori in assoluto, ma vanno collocate all’interno di un sistema complesso di Trattati e tenendo conto di forti vincoli politici, come affermato dalla recente sentenza della Corte di Kalsruhe sul Quantitative Easing della BCE, che necessitano una chiara strategia di ripresa da mettere sul tavolo dei nostri alleati.

Altrimenti il combinato disposto di risorse nazionali decrescenti, forte avversione dei nostri alleati a farsi carico del nostro indebitamento e assenza di una visione strategica condivisa renderà l’Italia una questuante per soddisfare bisogni emergenziali, mentre dobbiamo sfruttare l’opportunità. Sarebbe un peccato perché in questo momento la disponibilità dell’Europa ad aiutare uno Stato membro importante come l’Italia è massima e non va sprecata.

Ogni strumento ha suoi pregi e difetti. La dimensione internazionale della crisi in atto lascia pochi spazi ad iniziative nazionali non coordinate con quelle degli altri Paesi, in sincronia con le relazioni funzionali che legano le diverse economie nazionali.

Dove prendere le risorse

Il punto di partenza non può che essere il ruolo dell’ Europa, considerando l’entità e la misura degli strumenti finanziari che l’Europa può mettere in campo: il MES (37 Mld) , gli Eurobond ed i Recovery Bond, oltre a quelli già operativi attraverso la BCE (sottoscrizione di Titoli di Stato per 750 Mld di €), la BEI (200 Mld) ed il programma “SURE” (100 Mld), per il sostegno temporaneo contro i rischi di disoccupazione in emergenza al fine di proteggere i posti di lavoro.

Gli Eurobond, pur con grandi potenzialità, attualmente non sono coerenti con il Trattato istitutivo della UE, per cui non sono stati accettati dalla Germania (e dall’Olanda) e richiederebbero (qualora lo fossero) lunghe trattative necessarie alla modifica dei trattati.

I Recovery Bond, titoli che sono emessi in comune per finanziare una spesa che si decide assieme, hanno invece buone possibilità di essere accettati da tutti. Riguardano una spesa futura, non si agganciano ai debiti passati e non devono finanziare la spesa corrente dei Paesi richiedenti.

I Recovery Bond quindi sono una opportunità concreta, chiarendo che si tratta pur sempre di finanziamenti, a tassi d’interesse molto bassi da rimborsare a lungo termine, e non di contributi a fondo perduto, compatibili con linee comuni di politica economica e fiscale che riavvierebbero in maniera concreta il percorso di crescita del Progetto Europeo proposto dalla Sig.ra Merkel. Ma le trattative sui Recovery Bond sono solo agli inizi, e soprattutto sarà importante l’approccio della Germania, che è uno dei 6 Paesi Fondatori dell’UE e rappresenta la principale economia dell’area Euro.

Quindi al momento, per sostenere la ripresa produttiva, l’Italia potrebbe contare a livello europeo sui 37 Mld del MES, senza condizionalità da investire nel rafforzamento sistema sanitario italiano, sull’acquisto di titoli di stato da parte della BCE (quota parte dei 750 Mld) e sui fondi BEI, in misura da definire, mentre i Recovery Bond sono ancora da negoziare.

È chiaro che queste risorse, pur importanti, non bastano e sono comunque limitate e soggette a vincoli. È necessario dunque attivare un secondo cerchio di risorse nazionali per il sostegno e la ripresa dell’economia industriale italiana. Esse dovrebbero andare a costruire un Fondo Nazionale appositamente costituito ed alimentato in parte attraverso la sottoscrizione di titoli italiani da parte della BCE (meccanismo già esistente) ed in parte attraverso l’emissione speciale di titoli di stato offerti ai cittadini italiani a titolo di prestito non forzoso, con scadenza a lungo termine esentati da tasse presenti e future, come proposto da alcuni autorevoli osservatori, da Giulio Tremonti a Ferruccio de Bortoli.

Si tratterebbe sostanzialmente di procedere ad un’emissione di titoli di Stato speciali per destinatari, durata e tassazione con l’obiettivo di investire una parte dei risparmi delle famiglie nella crescita e nel rilancio economico. Affinché ciò funzioni è indispensabile che la fiducia che si chiede agli italiani sia ricambiata da un chiaro piano strategico di come, quando e perché utilizzare il denaro raccolto, evitando sprechi, errori ed investimenti improduttivi che in passato hanno caratterizzato l’intervento pubblico nell’economia L’impegno di parte del risparmio degli Italiani nel Fondo sarebbe un segnale forte della credibilità dello sforzo del Paese nel superare la crisi.

L’obiettivo deve essere congruente con il valore risparmio degli Italiani, valutato dalla Banca d’Italia, a fine 2017 pari a 9.743 Mld di euro, circa 8 volte il loro reddito disponibile e quasi 5 volte il PIL.

Ipotizzando che i risparmiatori italiani possano destinare al Fondo solo una quota minima del loro risparmio, dell’ordine di qualche percento dei 1.500 Mld giacenti nei depositi bancari, si potrebbe puntare a raccogliere una cifra dell’ordine dei 100 Mld; questi sarebbero poi integrati con le somme derivanti dalla sottoscrizione di titoli italiani da parte della BCE (ipotizzando un importo fra 200 e 300 Mld), per raggiungere una disponibilità del Fondo dell’ordine di 3/400 Mld. Uniti alle disponibilità di BEI e MES e aggiunta la liquidazione del debito di 40 miliardi della Pubblica Amministrazione verso le imprese – per lavori già eseguiti, collaudati e fatturati e già compresi nel Bilancio dello Stato – si giungerebbe ad un ammontare complessivo di circa 500 miliardi di euro, una cifra compatibile con le dimensioni del sistema sociale ed economico dell’Italia e del suo Sistema Sanitario.

Risorse per fare cosa?

L’operazione di sostegno forte dell’economia del Paese dovrebbe essere concentrata su alcune azioni primarie:

1) Rilanciare il motore tradizionale dell’economia, costituito dagli investimenti infrastrutturali, attraverso il varo di un piano pluriennale per il rilancio di opere pubbliche strategiche (nazionali, regionali e locali), utilizzando soprattutto risorse private attraverso la Finanza di Progetto, basata su investimenti condivisi a livello Europeo (Fondi BEI) per rafforzare la fiducia degli investitori internazionali nei progetti italiani. Ciò con particolare al rilancio della portualità italiana, il cui sviluppo è bloccato dall’inespressa marittimità del nostro Paese.

2) Investire nel settore dell’Ambiente, che include anche quello della sicurezza alimentare, della gestione del ciclo dei rifiuti, della realizzazione di impianti di termovalorizzazione e di produzione di biometano e della produzione di energia da fonti alternative.

3) Trasporti e in particolare per la realizzazione favorire lo sviluppo della logistica integrata e dell’intermodalità ed il passaggio del trasporto merci da gomma a ferrovia. La ripresa industriale di fatti non può prescindere da una politica di sviluppo sostenibile, in grado anche di sostenere l’occupazione ed in linea con gli obiettivi della Commissione Europea.

Gli investimenti nel settore dei Trasporti e dell’Ambiente favorirebbero inoltre lo sviluppo dell’industria del Turismo, che per l’Italia rappresenta una sorta di risorsa naturale non adeguatamente sfruttata.

Infine, da non dimenticare che le imprese, al di là dei progetti strategici, hanno anche bisogno di compensare il mancato fatturato di questi mesi che non potrà essere recuperato nel 2020/2021, altrimenti non torneranno mai a produrre ricchezza in futuro.
Qui si apre la partita dei contributi a fondo perduto a favore delle imprese che è una necessità enorme ed è giusto prevederlo per salvare una parte più ampia possibile del sistema produttivo nazionale.

È un tema molto delicato, perché comporta rimettere in discussione il ruolo stesso del capitalismo nei Paesi democratici ed il ruolo dello Stato nell’economia.  In linea di massima siamo favorevoli ad interventi a fondo perduto, ma a patto che siano per periodi estremamente brevi (12- 18 mesi), a bassissimo tasso di burocrazia e comunque non a pioggia ma selezionando alcuni settori ed alcune aziende che hanno possibilità di restare sul mercato una volta che gli incentivi saranno terminati.

Sicuramente il salvataggio delle imprese va incluso negli strumenti di uscita dalla crisi dedicando ad esso una quota del Fondo Nazionale Strategico. Certamente non potrà compensare integralmente la caduta del fatturato delle imprese italiane, che si prevede nel 2020 sarà tra i 350 ed i 470 miliardi , ma se non c’è salvezza economica non è neanche possibile compiere le grandi scelte strategiche.

Conclusioni

Riassumendo, massima priorità alla sicurezza biologica, con tutte le misure necessarie per evitare il collasso del sistema sanitario e ridurre le vittime. Al tempo stesso – ossia in parallelo – restituire al Paese la democrazia politica che esso ha perduto, avviare un salvataggio d’emergenza delle imprese, concentrare e coordinare tutti i finanziamenti in un Fondo Strategico Nazionale, alimentato sia dai vari fondi europei che da una quota di finanziamento nazionale non inferiore al 25%.

L’obiettivo di tutto ciò è di rimettere l’Italia in piedi senza che essa perda in termini geoeconomici e geopolitici posizioni tali da essere definitivamente declassato come Paese nel sistema europeo ed internazionale. Il virus va pensato non come unica minaccia all’interesse nazionale ma come potenziale attivatore di un numero più ampio di minacce. Che possono essere affrontate solo guardando oltre l’emergenza, in una prospettiva di grandi scelte strategiche per il Paese.

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