Economia

Le verità di Tria su bilancio, Recovery Fund e Bce

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Che cosa ha scritto su Bce e non solo l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria. L’articolo di Giuseppe Liturri

 

Non c’è bussola e manca il timone. Questo il titolo con cui sabato sul Sole 24 Ore è stato pubblicato un intervento dell’ex ministro Giovanni Tria. Commentiamo di seguito i passaggi più interessanti.

Serve un bagno di realtà.

Questa ci dice, ad esempio, che il quadro economico-finanziario prospettico presentato dalla Nadef come base della legge di bilancio è il prodotto di un esercizio doveroso ma purtroppo poco utile, perché è ormai fortemente obsoleto e non rispecchia i problemi che avremo di fronte […] Sono in altri termini incerti sia il denominatore sia il numeratore del rapporto deficit/pil stimato dal governo per l’anno in corso. Incerto, quindi, è anche l’effetto espansivo o di contrasto alla recessione di quanto speso finora. […] Ma non è questo il punto principale, perché l’incertezza non è oggi eliminabile.

Apprendiamo, finalmente da una voce autorevole, ciò che cominciava ad esser chiaro già da metà settembre, prima ancora della pubblicazione della Nadef: qualsiasi esercizio di previsione macroeconomica per i prossimi mesi ha un elevato rischio di produrre cifre scritte sul ghiaccio. Siamo cioè di nuovo alle prese con il rischio di compiere lo stesso errore compiuto a marzo: muoversi tardi e poco. Allora, meglio sbagliare per eccesso di prudenza che per eccesso di ottimismo. Gualtieri stenta a ancora a comprenderlo.

Quella che viene meno è la narrativa di un soccorso esterno risolutivo consistente nell’arrivo prossimo di un aiuto finanziario rappresentato da abbondanti fondi europei, denominati “opportunità unica” e comunicati come capaci di risolvere ogni problema, anche senza una qualche visione italiana di strategia di crescita. Il paradosso è che questa narrativa è servita a coprire proprio l’assenza di una strategia di reazione alla crisi e di crescita successiva. È quello che ho chiamato l’approccio da “sportello bancario” al piano Next Generation Eu. Un approccio, che sta prevalendo non solo in Italia, ma anche probabilmente a Bruxelles, secondo il quale permane l’idea di una Europa che controlla i progetti nazionali da finanziare invece di finanziare massicciamente programmi europei coordinati, aiutando a tal fine finanziariamente i paesi più deboli a parteciparvi con investimenti nazionali. Un approccio che è destinato a cozzare ancora una volta con il contrasto di interessi nazionali che hanno bloccato fino ad oggi la costruzione europea.

In dieci righe, Tria smonta tutta la vuota retorica della “pioggia di miliardi” in arrivo dall’Europa. La scelta di finanziare progetti nazionali sta andando a scontrarsi contro interessi nazionali strutturalmente divergenti, che è la storia della Ue negli ultimi 30 anni. I nodi sono rimasti irrisolti ed ha sempre prevalso l’interesse del più forte: l’asse franco-tedesco. E noi abbiamo commesso l’errore di affidare le sorti della nostra ripresa a questo ginepraio, pensando che potesse coprire la totale assenza di una strategia propria di reazione alla crisi. Errore doppio e fatale.

Da questo approccio di “sportello bancario” derivano alcune conseguenze logiche. La prima è che il governo scopre oggi (chi avrà fatto la spia?) non solo che il Mes è un prestito, ma che lo sono la gran parte degli altri fondi europei di cui si discute. In questa logica è chiaro che si facciano i confronti, non solo in Italia, tra le condizioni di credito alternative, cioè tra quelle di mercato e quelle europee. Il problema vero, quindi, è decidere l’ammontare di debito aggiuntivo sostenibile oltre che analizzarne le fonti di finanziamento preferibili. Se rimangono in campo solo i cosiddetti “grants” cioè le quote di debito comune europeo da ripartirsi tra i vari paesi, essi sono fondi utili ma molto limitati rispetto al fabbisogno prossimo futuro.

I famosi aiuti europei quindi sono per gran parte prestiti (cioè debito, per chi non avesse ancora le idee chiare). I sussidi sono utili ma insufficienti rispetto al fabbisogno. Quindi ciò che conta oggi è avere un’idea del debito sostenibile, a prescindere dalla fonte di finanziamento (Commissione UE, Mes o mercato dei titoli). Ed eventuali modeste differenze nei tassi di interesse delle diverse fonti, non spostano di certo l’asticella della sostenibilità.

Per questo motivo serve guardare con lucidità e senza retorica al mondo reale. L’Italia e gli altri Paesi europei, soprattutto quelli della sponda sud, ancora reggono solo per il motivo che sono state sospese tutte le regole europee. Ai singoli Stati è stato permesso di fare debito nazionale nella misura in cui ognuno è in grado di approvvigionarsi sui mercati finanziari. Questi mercati sono stati drogati dall’intervento della Bce, come nelle altre aree del mondo dalle altre banche centrali, con forme di monetizzazione occulta dei deficit che hanno permesso di ottenere credito a basso costo. […] In altri termini, liberi tutti. Come d’altronde nel contrasto alla pandemia: ognuno per sé. Il risultato è che, essendo crollati i tassi di interesse al quale gli Stati possono emettere debito sul mercato, ci si inizia a interrogare in molti Paesi sul fatto che per l’emergenza sembra che i finanziamenti di mercato ci siano e ottenibili a buone condizioni. Il problema è, quindi, quello dell’accumulo di debiti sovrani e della loro sostenibilità prospettica. La storia del “Recovery Fund” rimane importante, ma sfuma di centralità. Una possibile differenza tra l’indebitarsi con l’Europa o con i mercati è che qualcuno può pensare che, di fatto, la prima alternativa, che sembra condizionare di più i governi in fase di “approvazione del credito”, un domani renda più facile non onorare i debiti. In altri termini, è più facile evitare un default di fronte a creditori “sovrani”, con qualche accordo, o di fronte a creditori privati? Molto dipende dal ruolo che continueranno a svolgere le banche centrali.

Qui Tria ci sorprende con importanti ammissioni. Scopriamo infatti che, senza assurdi Patti di Stabilità e con la Bce che acquista debito pubblico, i Paesi dell’eurozona stanno reggendo al colpo di maglio della crisi da Covid. Interessante. Emerge di seguito una tesi non nuova (ne ha parlato anche il professor Mario Baldassarri) e che cioè sia meglio indebitarsi con la Commissione che con i mercati, alla luce del maggiore spazio negoziale consentito dalla prima. Ma la risposta la fornisce lo stesso Tria: tutto dipende dalla banca centrale. Se fa il proprio lavoro, non ce n’è bisogno.

Ma allora dove è la svolta europea? […] Non è un problema del domani, perché le economie dipendono dalle aspettative e i debiti, e gli investimenti che si spera di finanziare con questi debiti, sono sostenibili solo in base alle aspettative. Ovviamente, la prima questione è il ruolo della Bce che oggi, come i singoli stati, certamente appare più “libera”, ma la cui politica futura dipende dall’interpretazione non univoca del suo mandato.

Ecco il punto nodale. L’azione della Bce è oggi basata su regole tirate per i capelli. Non c’è alcuna certezza sul se e come essa possa proseguire sulla strada intrapresa. Quindi la prima riforma da fare è quella di eliminare il divieto di finanziamento del debito pubblico tramite acquisti della Bce, sancito dall’articolo 123 del TFUE.

Per il momento, di fronte all’emergenza, e in attesa che emerga dalle segrete stanze il “Piano di resilienza e ripresa economica”, quel che c’è da fare è ciò che in questa rubrica, ma in ampia compagnia, si afferma da marzo in poi. Mettersi al sicuro emettendo debito sui mercati, come dopo qualche incertezza si sta facendo, ma non dilapidare queste risorse onerose in provvedimenti a pioggia e destinarle strettamente alla compensazione di imprese e individui che effettivamente hanno perso reddito. Contenere la paura e l’incertezza legate alla pandemia, che bloccano l’economia, investendo immediatamente nella capacità del sistema sanitario di operare per il contenimento, le cure e la convivenza con il contagio. Quindi investire, nella maggiore sicurezza del sistema di trasporti, scuole e uffici in cui il contagio può alimentarsi. Far partire gli investimenti pubblici invece che annunciarli. Dare soprattutto un segno che gli apparati pubblici, le istituzioni funzionano e agiscono, e non si limitano a parlare al futuro. La sfiducia è una brutta bestia, sia per l’economia sia per la società. Per tutto ciò non si tratta di scrivere, per dovere istituzionale, in un bilancio, che già sappiamo non corrisponderà a quanto accadrà, cifre stanziate di qua e di là, ma di collegare obiettivi chiari, strumenti adeguati e organizzazione. In altri termini, serve governare e non stare al governo. Tutto ciò non si percepisce. Quello che si percepisce è l’assenza di bussola e soprattutto di timone.

Del tutto condivisibile la chiosa del professore. I soldi dell’Europa non esistono. L’emergenza si gestisce emettendo debito, destinato a restare in perpetuo nel portafoglio della Bce, per finanziare la sanità, i trasporti, le scuole, potenziare la pubblica amministrazione (il professor Gennaro Zezza, in un interessante paper, ipotizzava l’assunzione di oltre un milione di persone nella PA per rilanciare la crescita). Per fare tutto questo ci vuole una notevole capacità organizzativa e di spesa ed una forte unità d’intenti in una squadra di Governo che però è nata accomunata solo dal desiderio di impedire, ad agosto 2019, che ci fossero altri esiti politici. Ed il risultato è questo. La totale impotenza di progettare e, soprattutto, implementare alcunché.

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