Tra le tante battaglie che Donald Trump sta conducendo sul fronte interno ed estero, spicca quella contro la Fed, banca centrale degli Usa.
Forse non sarà quella che attrae i titoli e le prime pagine, ma si tratta di quella di gran lunga più importante per il futuro dell’economia, degli Usa e di buona parte dell’Occidente.
In discussione è infatti l’indipendenza della Fed nell’esercizio delle scelte di politica monetaria. Un vero e proprio totem inviolabile da ormai circa 40 anni, eretto sulle fondamenta di un unico motivo: l’asserito perverso incentivo da parte dei decisori politici democraticamente eletti a fare un cattivo uso del potere di emettere moneta e di regolare i tassi, usati strumentalmente per garantirsi un successo elettorale di breve termine.
Con l’esito molto pericoloso di creare inflazione e instabilità finanziaria. Allora meglio affidarsi a tecnocrati indipendenti, ancorché nominati da istituzioni democratiche, sotto un vincolo di mandato molto ampio e generico.
Se questo era forse valido e condivisibile 40 anni fa, peraltro dopo qualche secolo di economia moderna in cui non è stato così, da allora sono passate diverse ere geologiche che hanno cambiato l’assetto dei mercati finanziari e i meccanismi di trasmissione della politica monetaria. Inoltre si è avuto modo di comprendere come non ci sia decisione più “politica” di quella concernente tassi e moneta, per gli effetti redistributivi che ne conseguono, e il fatto che tali decisioni siano sottratte agli organi dotati direttamente di sovranità popolare non è più così pacificamente accettato.
Anche perché non esistono decisori “neutri”, capaci di perseguire il “bene” della collettività nel lungo termine. Qualsiasi decisione di Christine Lagarde è comunque una decisione che ha impatti redistributivi e risponde a una specifica “visione” del bene collettivo. Ciò non esclude che ce ne siano altre, magari preferibili. Insomma, il governo degli “Ottimati” è qualcosa da guardare almeno con sospetto.
In questo contesto, si inquadra l’intervento del professor Carlo Cottarelli sul Corriere della Sera di giovedì 15 che, a nostro modesto avviso, nel tentativo di portare acqua al mulino dell’indipendenza delle banche centrali, fa invece aumentare il sospetto che non ci siano più motivi per conservare il totem, tanto sono poco convincenti (eufemismo voluto) gli argomenti usati dal professore.
Cominciamo dall’inizio, con la scoperta dell’acqua calda che «L’indipendenza delle banche centrali nel gestire la moneta non risulta da un colpo di mano dei tecnocrati, ma da atti di legge, provvedimenti presi quindi dalla politica». E ci mancherebbe che non fosse così, perché saremmo in presenza di un potere ricevuto e detenuto in modo illegittimo. Anche se, andando con la memoria al famoso divorzio Banca d’Italia-Tesoro del 1981, sono numerosi i dubbi circa la legittimità di certe decisioni.
Ma andiamo oltre, dove si scopre che uno dei motivi per cui quel potere è stato sottratto ad organi politici democraticamente eletti è il fatto che sia «enorme». Che invece dovrebbe essere proprio il motivo per tenerlo sotto stretto controllo di quegli organi. Altrimenti che ci stanno a fare? A decidere il colore della tappezzeria di Montecitorio o di Palazzo Chigi?
Invece, secondo Cottarelli, «Battere moneta significa creare potere d’acquisto dal nulla e quindi poter aumentare la spesa pubblica senza dover aumentare le tasse e neppure accrescere il debito pubblico e i conseguenti interessi. È il sogno di ogni politico. Altro che coperture! Altro che debito e deficit! Un colpo di bacchetta magica e il problema è risolto. Capite bene la tentazione cui è soggetto il politico: usare la moneta per essere rieletto o, comunque, per comprarsi il favore del popolo».
Che è come dire che, poiché con il coltello ci si taglia e alcuni si sono tagliati, l’uso è impedito a tutti.
Ma qui Cottarelli, oltre a portare l’argomento dell’importanza di quel potere, che invece è decisivo proprio per affidare la politica monetaria alle istituzioni democraticamente elette, manca un altro punto. Infatti, una scellerata condotta della politica monetaria, come quella da lui ipotizzata, non è un pasto gratis né per chi la attua e né per chi ne subisce gli effetti. Cioè non resta priva di sanzione a carico degli organi politici che l’hanno perseguita. Quindi con la creazione di moneta con effetti inflazionistici non si compra consenso, ma lo si perde. Perché l’inflazione danneggia i salariati che indirizzano altrove le loro preferenze politiche. A meno che non si sia una dittatura, dove il consenso popolare non conta.
Per non parlare del crollo della reputazione del Paese sul mercato dei capitali. Ancora una volta, è esattamente il contrario di quanto sostenuto da Cottarelli.
Quindi cade in un solo colpo tutto il castello montato a sostegno della tesi dell’indipendenza delle banche centrali.
Cade anche perché l’economia reale degli anni ’20 di questo secolo è anni luce diversa da quella degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, che portò al regime di indipendenza delle banche centrali. È cambiato tutto, a partire dall’enorme capacità produttiva che può ben reggere i picchi di domanda senza alimentare spirali inflazionistiche. C’è la Cina che inonda il mondo di prodotti a basso costo e per tutto lo scorso decennio, prima della fiammata inflazionistica da prezzi energetici del 2021-2022, l’inflazione non si è mai vista.
Quando tra il 2020 e il 2022 la Bce è stata costretta ad acquistare qualche migliaio di miliardi di titoli pubblici emessi per sostenere l’emergenza Covid, qualcuno ha gridato all’indipendenza violata? E poi l’inflazione è arrivata ugualmente, complice anche una goffa e troppo rapida transizione ecologica. Difficile che organi politici avrebbero potuto fare di peggio.
Secondo Cottarelli «i tecnici possono sbagliare ma non avranno un interesse a farlo sistematicamente». Solo perché non devono comprare consenso elettorale. Ma potrebbero sistematicamente sbagliare perché perseguono una configurazione sbagliata del “bene di lungo periodo della società”. Ad esempio, il bene per un salariato non è un bene per un capitalista. Il bene per un creditore non è un bene per il debitore. In scelte di questo tipo, la banca centrale fa sempre politica. E potremmo continuare a lungo.
In conclusione, va sfatato questo mito dei tecnocrati indipendenti ispirati dalla pure luce della scienza economica, quando tutto invece tutto è politico, e prendiamo atto che non siamo più negli anni ’70.
Non so se Trump vincerà la battaglia per il controllo della Fed, ma ritengo che sia una battaglia opportuna, tempestiva e condivisibile.



