Economia

La Corte dei Conti europea stritola le tesi dei fan di Mes e Recovery Fund

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Che cosa si evince da una relazione della Corte dei Conti europea e gli effetti della sorveglianza della Commissione Ue su Mes e Recovery Fund. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Che il Mes sia sempre stato una trappola per sottoporre a sorveglianza stretta e rafforzata il malcapitato Paese beneficiario, lo si sottolinea da da tempo immemore.

Che il Recovery Fund prometta di essere almeno altrettanto pericoloso, si sospettava, ma ci mancavano prove concrete a sostegno.

Puntualmente, il 20 agosto è arrivata la Corte dei Conti Europea (ECA) a fornirne in abbondanza, spazzando via una serie di menzogne sulla presunta solidarietà europea. I modesti spazi offerti dai Trattati per fornire aiuti finanziari per gli Stati membri sono presidiati da strumenti di controllo e di tutela dei creditori, la cui efficacia deve essere testata proprio in vista di un programma rilevante di aiuti come il Next Generation EU.

L’ECA mira a comprendere se lo strumento della sorveglianza post-programma (Pps) a cui sono attualmente soggetti 5 Paesi (Grecia, Irlanda, Spagna, Portogallo e Cipro) che hanno ricevuto assistenza finanziaria a vario titolo dopo la crisi del 2008 abbia correttamente funzionato e se “possa essere uno strumento di monitoraggio idoneo per il Recovery Fund attualmente in fase di discussione”. Per non lasciare spazio a dubbi, Alex Brenninkmeijer, il Membro della Corte dei conti europea responsabile dell’audit, ha aggiunto che “ora che l’economia mondiale è gravemente colpita dalla pandemia di COVID-19, è importante sapere se i pilastri dell’architettura economica e finanziaria dell’UE sono solidi ed efficaci”.

Dalla Corte parte un duplice messaggio verso la Commissione:

  1. Da un lato, verificare che essa non sia stata troppo morbida ed accondiscendente nell’esecuzione della Pps nei confronti degli Stati già beneficiari di aiuti;
  2. Dall’altro, metterla in guardia, poiché gli aiuti in corso di negoziazione richiederanno ben altro piglio e capacità correttiva verso i beneficiari. Dal 2021, non si parlerà più di decine, ma di centinaia di miliardi.

I guardiani dei conti europei vogliono essere certi, in modo nemmeno troppo velato che, soprattutto quando si teme che i debitori possano avere difficoltà, tutti gli strumenti di recupero crediti siano perfettamente efficienti.

Per essere sicuri di tenere tutti i Paesi al guinzaglio nei tanti anni necessari al rimborso dei prestiti, l’Eca intende iniziare un esame sull’impostazione, attuazione ed efficacia della sorveglianza post-programma per i cinque Stati membri. La Corte esaminerà se la Commissione abbia tratto adeguate conclusioni dalle sue valutazioni e adottato, ove necessario, misure adeguate a consentire a tali Stati membri di mantenere una posizione economica e finanziaria solida, e se abbia fornito garanzie ai creditori riguardo alla capacità di rimborso.

Insomma, l’Eca vuole verificare se la Commissione abbia svolto fino in fondo il suo lavoro di inflessibile mastino anche, e soprattutto, in proiezione futura. Sono le regole europee, molto spesso dimenticate dai sognatori eurofanatici del Belpaese. Quindi la novità non è tanto gli aiuti europei arrivino, per definizione, con condizioni generalmente generatrici di recessione, quanto che anche il Recovery Fund non sfugga a questa regola e quindi minacci di portare al nostro Paese più recessione che sviluppo.

L’assistenza finanziaria di cui si parla è quella concessa da vari strumenti (tra cui il Mes) tra il 2009 ed il 2015 ai Paesi citati e prevede dapprima un regime di sorveglianza rafforzata che può arrivare anche ad un programma di aggiustamento macroeconomico (la cura “greca”, per intenderci). Quando l’erogazione dei fondi termina, contestualmente al soddisfacimento da parte del beneficiario di tutte le condizioni poste dal programma, ha inizio la Pps che termina quando almeno il 75% del debito è rimborsato. Così dispone infatti l’articolo 14 del Regolamento 472/2013 che, con riferimento al prestito del Mes per spese sanitarie, alcuni politici e commentatori – forse poco a loro agio col concetto di gerarchia delle fonti del diritto – ritengono non applicabile solo perché due Commissari UE si sono impegnati in tal senso con una letterina del 7 maggio. Ora invece arrivano i revisori contabili a ricordarci che quell’articolo 14 è talmente un pilastro dei meccanismi di assistenza finanziaria europei, tanto che va, per così dire, tirato a lucido.

La tesi, propugnata dai pro-Mes, dell’assenza di condizioni per l’accesso al prestito, è tutta centrata sulla iniziale mancanza di un programma di aggiustamento, cosa peraltro possibile, e sulla semplificazione della sorveglianza rafforzata fino al completamento dell’erogazione del prestito. Viene invece dolosamente ignorata la Pps che è invece la parte più pericolosa (aggiuntiva rispetto alla sorveglianza ordinaria del Semestre Europeo), considerata anche la durata decennale del prestito del Mes. Basterebbe solo l’attenzione ora riservata alla Pps dalla Corte dei Conti Europea, per comprendere come tale omissione da parte dei sostenitori del Mes sia molto grave.

La Commissione ha un ruolo chiave in tale sorveglianza: valuta la situazione di bilancio, economica e finanziaria del Paese debitore e riferisce all’Europarlamento ed ai Parlamenti nazionali. Esegue due missioni l’anno presso il Paese debitore, al quale può chiedere numerose informazioni supplementari sui conti, l’esecuzione di stress test o analisi di sensitività sulla capacità di resistenza del settore finanziario e una revisione contabile indipendente dei conti pubblici. Lo stesso sistema di allerta che adopera il Mes, con cui eseguono missioni congiunte, non a caso. Qualora la Commissione concluda che ci siano conseguenze negative per la stabilità finanziaria dello Stato sotto sorveglianza o dell’intera eurozona, propone al Consiglio di adottare raccomandazioni con misure correttive che possono arrivare fino ad un programma di aggiustamento macroeconomico in piena regola.

Insomma, se non finissimo sotto programma con il Mes, potremmo tranquillamente finirci con il Recovery Fund. Basterà un’analisi di sostenibilità del debito pubblico che ci imponga il rientro del rapporto del debito/PIL, oggi proiettato verso il 160%, con una rapidità inaccettabile per un governo che non voglia massacrare di tasse e tagli di spesa i propri cittadini, e per noi sarà la fine di ogni residua autonomia di politica economica.

Dal documento della Corte, si rileva inoltre con chiarezza il fatto che il ciclo di coordinamento delle politiche economiche che va sotto il nome di “semestre europeo” venga ritenuto uno strumento ordinario insufficiente per governare la fase straordinaria che ci accingiamo ad attraversare, con la Commissione indebitata per 750 miliardi sui mercati.

Con ciò smontando anche la tesi di chi non vede un particolare pericolo nella sorveglianza connessa al Mes, a detta dei quali la sorveglianza europea ci sarebbe comunque. Invece la Corte fa un ben netto distinguo tra i diversi livelli di intensità di sorveglianza sugli Stati membri e colloca la Pps ad uno stadio più avanzato rispetto al semestre europeo. Ad uno stadio ancora superiore si colloca il programma di aggiustamento macroeconomico “alla greca”.

Questa è la cassetta degli attrezzi, il cui potenziale recessivo non ci stancheremo mai di sottolineare, in cui la Ue si appresta a rovistare per tenere sotto controllo i beneficiari del Next Generation EU.

Tale bagno di realismo coincide con la pubblicazione delle minute dell’ultimo consiglio direttivo della Bce di luglio, da cui si apprende che il programma di acquisti di titoli Pepp da 1.350 miliardi è un tetto massimo più che un obiettivo e che la prospettiva di un aumento non riscuote molti consensi all’interno del consiglio. Non a caso, gli ultimi dati sugli acquisti settimanali nell’ambito del programma APP (da 20 miliardi mensili più 120 da marzo a dicembre) e PEPP, mostrano dei consistenti segnali di rallentamento. Ormai da diverse settimane oscillano intorno ai 20 miliardi, rispetto ai 40/45 di aprile e maggio. A luglio il primo programma ha generato acquisti per soli 22 miliardi (contro i 51 di marzo), ed il secondo, acquisti nel bimestre giugno-luglio per 206 miliardi, contro 235 del precedente bimestre. La Bce è consapevole che non può forzare la mano più di tanto, perché il divieto di finanziamento monetario del deficit pubblico, disposto dall’articolo 123 del TFUE, incombe minaccioso.

Quando il fumo della propaganda e dei sogni si sarà dissolto, si scoprirà che gli “aiuti” dell’Europa saranno serviti solo a commissariarci definitivamente e che i Trattati impediscono alla Bce di fare il suo mestiere. Ma sarà troppo tardi.

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