Economia

L’Italia ha davvero bisogno dei migranti per garantire le pensioni Inps? Report Brambilla (Itinerari Previdenziali)

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Ecco gli effetti dei flussi migratori sull’occupazione italiana e sul contributo dei cittadini neo ed extracomunitari al sistema di welfare pubblico. Numeri, analisi e scenari

Quali sono i reali effetti dei flussi migratori sull’occupazione italiana e sul suo sistema di welfare pubblico?

A questa domanda cerca di rispondere un approfondimento a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali “I dati sull’immigrazione, verità scientifiche o teoremi?”, muovendo dalla necessità di verificare la correttezza delle argomentazioni oggi più diffuse in materia di immigrazione, a cominciare da quelle – spesso critiche – rivolte alla scelta attuata, a partire dal 2011, di bloccare nuove quote d’ingresso per motivi di lavoro.

Ecco la sintesi della ricerca e il commento di Alberto Brambilla.

Secondo dati ISTAT elaborati con l’ausilio delle rilevazioni del Ministero dell’Interno sull’andamento dei permessi di soggiorno regolari, la popolazione di origine straniera residente in Italia nel periodo corrispondente al blocco delle quote per motivi di lavoro (2011-2016) è aumentata di circa 1,4 milioni di unità, di fatto 2,2 milioni di persone se si considera che, nel frattempo, circa 800mila stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Un aumento imputabile soprattutto a nuove nascite e ricongiunzioni familiari per i cittadini extracomunitari e agli effetti della libera circolazione per i neocomunitari che, nel periodo considerato, hanno assorbito il 40% delle attivazioni di nuovi rapporti di lavoro riguardanti cittadini stranieri.

Altrettanto interessanti i dati riguardanti l’andamento della disoccupazione: tra il 2010 e il 2016, a fronte di un crollo del tasso di occupazione degli immigrati dal 67% al 58% (56% per i soli extracomunitari), in relazione a una crescita della popolazione in età di lavoro superiore a quella dell’occupazione, il tasso di disoccupazione specifico è salito fino al 17,9% nel 2013, per attestarsi oggi intorno al 15%, pari a circa 420mila persone in cerca di lavoro. Al 2017, gli immigrati rappresentano nel Centro-Nord, che pur è l’area del Paese che maggiormente ne registra la partecipazione al mercato del lavoro italiano, il 25% del totale delle persone in cerca di impiego. «Gli immigrati hanno certamente rivelato una maggiore reattività agli effetti della crisi – spiegano Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, e Natale Forlani, co-autore dell’approfondimento – ma ciò è avvenuto al prezzo di una penalizzazione dei salari lordi con un incremento del differenziale dal 30% al 40% rispetto a quelli percepiti degli italiani». E uno dei risultati, come recentemente documentato da ISTAT, è l’aumento – fino a quota 30% – delle persone e dei nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta; non da meno (35%) la quota di persone e famiglie in condizioni di povertà relativa. Fenomeni che oltretutto, nel solo Centro-Nord, arrivano ad avere un’incidenza fino a 8 volte superiore rispetto a quella registrata per le famiglie italiane della stessa zona.

Non solo, come evidenzia lo studio, l’uscita dalla crisi ha cambiato volto al mercato del lavoro italiano delineando un quadro, all’interno del quale, riaprire le quote di ingresso per motivi di lavoro produrrebbe effetti drammatici per i lavoratori immigrati già presenti sul territorio e, più in generale, per i lavoratori scarsamente qualificati. «Uno dei problemi di fondo è l’incapacità italiana di investire sulle competenze acquisite nei Paesi d’origine – commenta Brambilla – tanto che gli immigrati che vengono in Italia sono per la maggior parte di bassa istruzione, bassa qualificazione professionale e spesso occupati come manovalanza a basso prezzo, quando non addirittura “in nero”, con l’effetto ancor più negativo di abbassare gli standard retributivi e lavorativi per tutti i lavoratori».

Nell’auspicare quindi una politica sull’immigrazione concretamente ponderata sulla base dei fabbisogni della domanda e dell’offerta di lavoro sul territorio nazionale, nell’ambito di intese con i Paesi extracomunitari (e non solo in via di sviluppo) che favoriscano una reciprocità di accesso a nuove opportunità professionali, il documento passa quindi in rassegna il tema del contributo dei migranti alla sostenibilità del sistema di protezione sociale italiano, da molti ritenuto ancor più rilevante alla luce delle tendenze demografiche in atto nel Paese.

In particolare, muovendo dal presupposto che i lavoratori immigrati – come del resto quelli italiani – stiano offrendo un importante contributo al sistema pensionistico a ripartizione nel sostenere le pensioni vigenti, l’approfondimento analizza le stime INPS che quantificano in un vantaggio di 36,5 miliardi il differenziale storicamente prodotto tra i contributi previdenziali versati dagli immigrati e le prestazioni pensionistiche potenzialmente maturate. Un dato che, secondo Itinerari Previdenziali, si presta a molteplici obiezioni anche tecniche, sia in merito alla quantificazione delle entrate contributive sia in relazione al calcolo delle future prestazioni.

«Premesso che, in generale, non si comprende per quale motivo alcuni istituti di ricerca insistano nello stilare una sorta di bilancio annuale sui costi/benefici dell’immigrazione come se la popolazione immigrata fosse assimilabile a una categoria economico-produttiva, mentre nella realtà è il frutto di un insieme di fenomeni dalle dinamiche molto specifiche e diversificate al loro interno, va subito subito precisato – commenta Forlani – che, se consideriamo, esattamente come già accade per i lavoratori italiani, i contributi previdenziali un debito pensionistico dello Stato nei confronti di chi ha versato, e quindi non ascrivibili a entrate all’interno di un ipotetico computo dei costi/benefici prodotti dagli immigrati, il bilancio finale diventa negativo».

Secondo l’approfondimento, la sola spesa sanitaria (1.870 euro pro capite nel 2016) per i circa 6 milioni di immigrati presenti in Italia sarebbe pari a 11 miliardi, quella scolastica – riferita a oltre 1,1 milioni di stranieri (circa 7.400 euro l’anno pro capite) – aggiungerebbe al totale altri 8 miliardi. Tenendo conto anche dei costi dell’accoglienza, si arriverebbe ad almeno 23 miliardi, cifre importanti anche ipotizzando, da un lato, una sovrastima delle spese sanitarie sostenute per gli immigrati, che spesso tendono per varie ragioni a rivolgersi al sistema sanitario meno di quanto non facciano gli italiani, e trascurando, dall’altro, ulteriori possibili oneri a carico dello Stato (assistenza sociale, trasporti, etc.).

«E non potrebbe essere diversamente – conclude Brambilla – perché l’immigrazione è un investimento per sua stessa natura e, in quanto tale, comporta dei costi che soprattutto inizialmente (nei primi 10-15 anni) possono superare le entrate. Ma gli investimenti vanno fatti per bene e, a parte gli ingressi per motivi umanitari, i flussi migratori vanno indirizzati sulla base delle reali esigenze del Paese. E quello che stupisce allora è la scarsa consapevolezza di tali esigenze: in Italia si sta al momento manifestando un problema serio di sostenibilità e il rischio concreto è quello di doverlo fronteggiare con un supplemento di interventi assistenziali. Eppure, anziché approfondire questi fenomeni, una buona parte della nostra classe dirigente continua a riproporre una visione salvifica dell’immigrazione».

L’approfondimento 2018 “I dati sull’immigrazione: verità scientifiche o teoremi”, curato del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e redatto da Alberto Brambilla e Natale Forlani, è disponibile per la consultazione al seguente link.

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