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Investimenti

Qual è il nuovo effetto domino che spaventa gli investitori

I mercati finanziari sperimentano l’effetto domino con una certa frequenza: il fallimento di Silicon Valley Bank è l'ultimo esempio; ora si guarda alla Cina. L'analisi di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM.

Viviamo in un mondo piccolo. Ci si sposta con facilità e a costi ragionevoli, le giovani generazioni si muovono in Europa e nel mondo con disinvoltura, l’integrazione tra paesi e regioni del pianeta è sempre più stretta, merci e capitali si spostano con molta più semplicità rispetto al passato.

Soprattutto, viaggiano velocissime le notizie, smart-phone e tablet consentono di essere “always on”, sempre connessi, molto di quanto accade nel mondo viene diffuso pressoché in tempo reale. Tutti questi vantaggi hanno però dei costi, uno è il sovraccarico informativo, la quantità di informazioni assorbite è superiore alla capacità di elaborarle e diventa più difficile il processo decisionale. L’altro costo della maggiore integrazione sono le possibili reazioni di contagio, più rapide e più estese.

I RISCHI DELL’EFFETTO DOMINO

Un dato fenomeno che si manifesta da qualche parte nel pianeta innesca una reazione che si allarga a sistemi sociali e economici diversi e lontanissimi, un effetto domino dove il movimento della prima tessera fa cadere tutte le altre.

I mercati finanziari sperimentano l’effetto domino con una certa frequenza, l’ultima volta pochi mesi fa, quando la prima tessera a cadere fu la Silicon Valley Bank, seguita dalla Signature Bank di New York. La First Republic Bank venne salvata ma nel frattempo la paura aveva attraversato l’oceano, faceva cadere il Credit Suisse e dava uno scossone all’intero sistema bancario. I giorni della razionalità e della ponderatezza vennero solo dopo un po’, una volta riconosciute le caratteristiche idiosincratiche di quelle crisi.

Una vasta letteratura ha studiato i contagi e le reazioni a catena nei movimenti dei mercati azionari, quando crolli dei prezzi in un listino o in un settore si trasformano in crolli più diffusi. I crash globali non si verificano all’improvviso, il più delle volte sono preceduti da crash locali e regionali. L’interdipendenza nei mercati si manifesta anche tramite i tassi di interesse, i rendimenti obbligazionari, la volatilità.

Per gli investitori è importante riconoscere se i cali dei prezzi rimangano circoscritti o siano innesco di un effetto domino che destabilizza i mercati o si estenda fino a minacciare la stabilità finanziaria come accadde nel 2008.

IMPARARE DAL PASSATO

Ma se l’effetto domino è familiare agli investitori, assuefatti al volgere repentino degli umori, c’è voluto tempo, e qualche costosa lezione, per essere riconosciuto anche dalle leadership politiche. Poco più di dieci anni fa la crisi del debito greco sembrava circoscritta a un paese piccolo e periferico, che contava poco più dell’uno per cento del Pil dell’Unione Europea. Furono i mercati a riconoscere per primi le interconnessioni con il debito di altri paesi europei e con l’esposizione alla Grecia delle banche francesi e tedesche.

L’aumento repentino dei differenziali di rendimento fece cambiare idea ai leader, costretti a intervenire per evitare l’innesco di una temibile reazione a catena.

DOV’È IL RISCHIO OGGI?

Dietro l’angolo, un possibile effetto domino potrebbe essere innescato dalle recenti performance economiche della Cina. La produzione industriale e l’andamento del mercato immobiliare sono stati inferiori alle attese, è possibile che anche quest’anno l’economia cinese non riuscirà a raggiungere gli obiettivi di crescita stabiliti dal governo: inizialmente il 5% era considerato un traguardo raggiungibile e tutto sommato modesto, ora è considerato sfidante.

Ma sarebbe imprudente trarre conclusioni affrettate. Nei primi tre mesi dell’anno la crescita cinese è stata al tasso annualizzato del 4,5%, sostenuta da esportazioni e consumi, la disoccupazione giovanile è un sintomo ma il mercato del lavoro nel suo complesso resta robusto, la disoccupazione è scesa al 5,2%, la spinta dei consumi non è esaurita e il governo potrebbe mantenere l’impegno preso al Congresso di ottobre e trovare una soluzione ai problemi del settore immobiliare.

È preferibile mantenere l’allocazione del portafoglio orientata al lungo termine, confermiamo le preferenze settoriali verso il lusso e la tecnologia che, lo ribadiamo ad abbondanza, hanno dinamiche di crescita che superano le condizioni di scenario di breve periodo.

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