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Conti correnti, cosa faranno Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnl, Bpm, Bper, Fineco e non solo

Banche Centrali

Le banche vanno in pressing sui correntisti con troppi soldi depositati e nessun investimento. A far cadere il tabù è stata Fineco, ma anche i grandi istituti come Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnl, Bper, Banco Bpm e non solo si stanno muovendo nella stessa direzione. L’articolo di Emanuela Rossi

 

Troppi soldi fermi sui conti correnti e le banche cominciano a prendere provvedimenti. È quanto sta succedendo nel nostro Paese, che ad oggi vanta oltre 1.745 miliardi depositati negli istituti di credito. Da qui la necessità di canalizzare la liquidità parcheggiata cercando di evitare, però, che i capitali prendano il volo per l’estero. Una questione che comincia a farsi sentire perché – a causa dei tassi di mercato negativi – conti correnti troppo floridi comportano rincari nelle spese di gestione alle banche. Che infatti stanno correndo ai ripari.

Una direzione, per altro, già presa dalle banche di altri Paesi come Germania e Svizzera, spinte dalla normativa che impone agli istituti di pagare un interesse negativo dello 0,5% per i capitali fermi sul conto. Insomma, il cliente con depositi abbondanti e nessuna voglia di rischiare è un costo.

GLI ULTIMI DATI ABI

Secondo l’ultimo Bollettino mensile diffuso pochi giorni fa dall’Abi a febbraio 2021 ci sono 1.745,6 miliardi depositati sui conti correnti bancari da famiglie e imprese. Secondo i dati di Palazzo Altieri i depositi da clientela residente hanno registrato una variazione tendenziale pari a +10,2%, con un aumento in valore assoluto su di circa 161 miliardi. A gennaio scorso la crescita era stata dell’11,6% annuo, ovvero circa 181 miliardi in più su base annua per un ammontare totale di 1.744 miliardi. Oltre all’ammontare dei depositi, informa ancora l’Associazione bancaria, aumentano anche i costi per la gestione dei conti correnti, compresi quelli online. Nel 2019, secondo dati della Banca d’Italia, la spesa di gestione di un conto online era di circa 21,4 euro, +5,9 euro rispetto all’anno precedente a causa soprattutto dalle maggiori spese fisse.

COSA FANNO INTESA SANPAOLO E UNICREDIT

Anche i due grandi istituti del Paese, Intesa Sanpaolo e Unicredit, si muovono per convincere a far fruttare i soldi, ha scritto il Corriere della Sera: «Ai clienti, retail e imprese, la banca offrirà soluzioni alternative ai depositi come ad esempio investimenti in fondi di mercato monetario senza commissioni e obiettivi di performance in territorio positivo – spiegano da Unicredit -. Questo con l’obiettivo di offrire un rendimento vicino allo zero, piuttosto che avere giacenze inutilizzate». Unicredit prevede una commissione di 33 euro al mese sulle giacenze delle imprese che superano i 100 mila euro, ma viene discussa con i clienti in incontri dedicati”.

LE BANCHE PIÙ “INTRAPRENDENTI”…

Ad aprire le danze, come si diceva, Fineco che — secondo quanto riferisce Il Sole 24 Ore — ha inviato una lettera ai clienti in cui informava che avrebbe chiuso un conto corrente, con preavviso, nel caso di deposito superiore ai 100mila euro intestato a clienti che non avessero in corso alcuna forma di finanziamento o alcun tipo di investimento.

Si tratta di un migliaio di casi (sui circa 1,4 milioni di correntisti dell’istituto) che non hanno investimenti, né finanziamenti di alcun tipo. In pratica sono infruttuosi e costano. Naturalmente i correntisti non verranno messi alla porta da un giorno all’altro, ma saranno contattati con campagne che punteranno a spiegare loro il prezzo che pagano tenendo i soldi fermi sul conto: dall’inflazione che erode gradualmente il valore del denaro alle mancate opportunità di investimento, tenere i soldi fermi non conviene a nessuno. Il suggerimento sarà quindi quello di impiegare il denaro, per esempio in fondi comuni, fondi pensione, azioni o magari obbligazioni.

Iniziative simili sono poi state prese da Bper che dal 5 febbraio scorso, sulla nuova apertura di conti per partite Iva e imprese con cifre superiori a 100mila euro, applica una “commissione di liquidità rilevante” e da Unicredit che dal primo marzo per i conti aperti da imprese con oltre 100mila euro prevede una “commissione di giacenza”. Nella stessa direzione anche Bnl che fa pagare 1.000 euro a trimestre alle imprese che abbiano un conto corrente con giacenza media superiore al milione.

Secondo quanto risulta a Mf – Milano Finanza anche la Popolare di Bari sarebbe in procinto di inviare ai propri correntisti un’informativa simile a quella inviata da Fineco.

Il quotidiano confindustriale ha fatto anche i conti in tasca alle banche: a causa dei tassi di mercato negativi — spiega — un deposito di 100mila euro costa alla banca per la gestione della liquidità 24,5 euro a trimestre in più rispetto a fine 2019.

… E QUELLE CHE PUNTANO SULLA GUIDA AD INVESTIRE

Ma se c’è chi agisce più duramente, c’è pure chi punta sulla moral suasion. Dunque Mf riferisce quanto arriva dal Credito Emiliano: “Riguardo la gestione della liquidità riteniamo che uno dei punti fondamentali sia quello di guidare la clientela con una consulenza proattiva che partendo dalla comprensione dei reali bisogni di liquidità conduca, situazione per situazione, a soluzioni di risparmio adeguate in termini di asset allocation e di orizzonte temporale per gestire in modo più efficiente quella in eccesso”.

Più o meno quello che pensa anche Deutsche Bank secondo cui “si punta a rendere i clienti consapevoli del rapporto costi/benefici nel tenere i propri risparmi fermi sui conti correnti, perdendo delle interessanti opportunità di investimento in equity”.

Anche il gruppo Banco Bpm “sta assistendo a una crescita significativa della liquidità presente sui conti correnti in considerazione del particolare momento e della conseguente minore propensione alla spesa delle famiglie anche in relazione alla preoccupazione per il futuro”. Per questo motivo è “particolarmente attenta nel proporre ai clienti soluzioni di investimento e accumulo, in particolare di risparmio gestito, che possano rappresentare una gestione efficace ed oculata della liquidità in eccesso presente sui conti correnti”. Da Crédit Agricole Italia, invece, fanno sapere di non aver attivato misure simili a quelle prese da Fineco.

COS’È SUCCESSO IN PASSATO

È proprio Mf a raccontare che anche in passato sono state prese analoghe iniziative per disincentivare l’immobilismo finanziario. Per esempio l’aumento generalizzato dei canoni annui, di cui nel 2017 è stata apripista Intesa Sanpaolo che però nel contempo aveva affiancato all’incremento del costo di gestione dei conti anche “un solido impianto strategico sul risparmio gestito” tramite le controllate Eurizon e Fideuram.

Già nel 2018, dati Banca d’Italia, la spesa media per la gestione di un conto corrente è aumentata per il secondo anno consecutivo ed è arrivata a 79,4 euro dopo che per cinque anni era scesa dai 90 euro del 2010. In crescita era anche il costo dei cc bancari online e dei conti correnti postali

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL SOLE 24 ORE SU FINECO E NON SOLO:

«Il motivo per cui la Bce ha portato i tassi d’interesse in negativo è per rendere costosa la liquidità e dunque per favorire il suo travaso verso l’economia reale. Ma se il meccanismo si inceppa, e la liquidità resta intrappolata come in una palude sui conti correnti senza finire in consumi o investimenti, allora abbiamo un problema. Noi vogliamo aiutare a risolverlo». Si può ribattere ad Alessandro Foti, amministratore delegato di Fineco, che i consumi sono bloccati in parte per i lockdown. E perché tanti italiani hanno perso il lavoro. Si può contestare il fatto che in un periodo così incerto la prudenza sia naturale. Le obiezioni possono essere tante. Ma Foti pone comunque l’accento su un problema vero: i 1.745 miliardi di euro bloccati sui conti correnti degli italiani (200 miliardi in più rispetto al febbraio 2020) sono un freno allo sviluppo oltre a un rischio per i risparmi. E, in certi casi relativi alle grandi giacenze, possono addirittura nascondere forme di speculazione o di arbitraggio.

Per questo Fineco ha deciso di combattere contro le grandi ricchezze lasciate “sterili” sui conti correnti. La sua intenzione non è di colpire le persone qualunque. La sua battaglia è solo contro i grandi depositi: settimana scorsa ha infatti deciso di avvisare i propri clienti che si riserva la facoltà di chiudere i conti correnti con un saldo superiore ai 100mila euro, solo se il cliente in questione non ha alcuna forma di investimento o di finanziamento in essere. Parlando con Foti, emergono tre ragioni per cui ha avviato questa battaglia (che comunque coinvolge solo poche migliaia di clienti): per favorire il deflusso dei grandi patrimoni dalla «palude» dei conti correnti all’economia reale, per contrastare alcune forme di arbitraggio e infine perché – nell’era dei tassi negativi – per la banca i conti correnti sono ormai un costo. Non è un caso che (come testimoniato da un articolo di sabato del Sole 24 Ore) tante altre banche abbiano iniziato a “tassare” i super-conti delle imprese. Fineco è però l’unica che punta ai grandi depositi di persone fisiche.

I furbetti del conto

Il primo motivo di questa battaglia è legato al fatto che talvolta a fronte di giacenze liquide molto importanti lasciate sui conti si nascondono operazioni opportunistiche e – per certi versi – speculative. Che nascono da un motivo preciso: in Italia non è possibile applicare ai conti correnti tassi d’interesse negativi, cosa che hanno fatto alcune banche in altri Paesi. È per questo che tanti capitali (soprattutto tedeschi) stanno correndo sui conti in Italia: basti pensare che a fine 2020 nelle banche italiane c’erano 2,63 miliardi di depositi tedeschi e altri 1,31 europei. Vengono da noi perché da loro i tassi sono negativi.

Ma anche alcuni italiani “giocano” con i tassi. C’è per esempio chi investe in altri Paesi europei, ma poi deposita la liquidità in Italia perché in quei Paesi i tassi dei conti sono negativi. Insomma: c’è chi porta ricchezza fuori, ma lascia in Italia i costi. Chi invece sfrutta i conti a tassi zero per fare arbitraggi sui titoli di Stato e guadagnare a spese della banca: basta finanziare l’acquisto dei titoli con pronti/termine a tassi negativi e poi depositare la liquidità sul conto a tasso zero per guadagnare. C’è chi invece muove tanta liquidità da un conto all’altro sfruttando offerte temporanee. Insomma: anche col conto corrente, quando si hanno disponibilità importanti, si può speculare. Ma se qualcuno guadagna con queste operazioni, qualcuno perde: in questo caso è la banca. «Non va bene che alcuni clienti, quelli più esperti, abbiano dei vantaggi indebiti facendo arbitraggi», commenta Foti.

La palude dei conti

Poi c’è il secondo motivo: la liquidità impantanata non fa bene né al Paese né al risparmiatore. «Il Paese riparte se la liquidità torna in circolo, se viene usata per consumi o investimenti – osserva -. Tenere troppi soldi sul conto finisce invece per vanificare gli sforzi della Bce». Si può obiettare che i consumi sono artificialmente frenati dal lockdown e che gli investimenti finanziari, in tempi di tassi negativi e di Borse sui massimi, non sono facili. E, soprattutto, sono rischiosi. Foti ne è consapevole, per questo punta solo ai patrimoni dormienti. Ma una riflessione – aggiunge – dovrebbero farla tutti: «Quest’anno è atteso un aumento dell’inflazione – osserva -. Non sappiamo quanto sarà temporaneo e quanto strutturale, ma sappiamo che arriverà. Purtroppo l’inflazione erode il potere d’acquisto: non vogliamo diventare complici di un grande esproprio di ricchezza. La nostra responsabilità sociale è di indirizzare la liquidità: ci sono mille modi per investire». Ecco cosa sta dietro la discussa (e sofferta) decisione di Fineco.

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