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Ecco perché Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Ubi e Bper sono a rischio scalata estera

Npl Dovalue

L’articolo di Luca Gualtieri, giornalista di Mf/Milano finanza, su presente e futuro di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm, Bper e Ubi

L’incubo della scalata ostile e dei barbari alle porte torna ad affliggere le banche italiane. Un incubo che in passato si è riproposto più volte, innescando formidabili arrocchi difensivi.

I PRECEDENTI SU INTESA SANPAOLO E NON SOLO

Chi ha buona memoria si ricorderà che nei primi mesi del 2006 furono proprio le concrete mire del Santander sul San Paolo a portare la banca torinese tra le braccia di Intesa sotto la regia di Giovanni Bazoli e di Enrico Salza. Per Emilio Botin, il potente banchiere asturiano scomparso nel 2014, non fu solo uno smacco personale, ma anche una pesante battuta d’arresto al disegno di espandere il Santander in Italia. La reazione degli spagnoli non si fece dunque attendere.

IL CASO DELLA BANCA LOMBARDA

Questa volta a finire sotto tiro fu la Banca Lombarda, l’istituto nato dalla fusione tra il Credito Agrario Bresciano e la Banca San Paolo di Brescia, che proprio in Bazoli aveva il suo nume tutelare. Per respingere gli stranieri si ricorse ancora una volta all’arma della fusione e, dal matrimonio con la popolare bergamasca Bpu, nacque Ubi Banca.

LE ANALOGIE E LE PAROLE DI MESSINA (INTESA SANPAOLO)

Quando qualche giorno fa l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo è tornato a parlare di contendibilità del sistema bancario italiano, la memoria di molti osservatori è andata alle chiamate alle armi del passato. Ma l’analogia è solo apparente. La differenza sostanziale rispetto alla stagione che ha preceduto la crisi è che oggi le valutazioni del sistema bancario si sono drasticamente ridimensionate.

I NUMERI DI INTESA SANPAOLO

Per Intesa Sanpaolo ad esempio il rapporto prezzo/patrimonio è passato da 1,38 di inizio 2007 a 0,83 di fine 2017, ratio peraltro ulteriormente calato nell’ultimo mese e mezzo. La distruzione di valore è stata ancora più pronunciata nel caso di Unicredit dove il rapporto è passato da 1,3 del 2007 a 0,58 lo scorso anno, un livello sostanzialmente in linea con la media attuale del sistema bancario italiano.

AZIONI SOTTOVALUTATE?

La sottovalutazione delle azioni rispetto ai mezzi propri è figlia di un contesto di mercato che ha fortemente compresso la redditività: basti solo pensare che per Intesa il ritorno del capitale è passato dal 17,6% all’indomani della fusione all’attuale 10,9%, che pure resta uno dei valori migliori nel settore, tant’è che l’istituto guidato da Messina ha sempre remunerato gli azionisti negli anni della crisi. In ogni caso non c’è dubbio che oggi le banche italiane quotino a prezzi fortemente scontati.

LA VOLATILITA’ DEI MERCATI

Una situazione che, come detto, si è aggravata con la fortissima volatilità delle ultime settimane: e così, dopo aver corso come un treno nei 20 mesi precedenti, da metà maggio a oggi l’indice Ftse Italia Banche ha lasciato sul terreno quasi il 20%. In questo contesto va inserita la recente dichiarazione di Messina: «A causa della volatilità provocata dall’interezza politica, nell’ultimo mese Intesa Sanpaolo ha perso 10 miliardi di euro di capitalizzazione e, se scende di altri 10, diventa contendibile».

LA VULNERABILITA’ DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO

Il problema però non è solo il prezzo. Un secondo elemento che oggi rende il sistema bancario italiano particolarmente vulnerabili alle incursioni dall’esterno è l’assetto di controllo. A parte Intesa Sanpaolo, tutti i grandi istituti di credito sono diventati delle public company contendibili con un esborso minimo di capitale. L’evoluzione è figlia degli ingenti aumenti di capitale che negli ultimi anni hanno spezzato le gambe agli azionisti storici, a partire dalle fondazioni. Gli enti a cui la legge Amato aveva consegnato la custodia del sistema bancario si sono gradualmente dissanguati per conservare maggioranze o minoranze di blocco che sbarrassero la strada ai foresti.

L’ARRETRAMENTO DELLE FONDAZIONI

In alcuni casi la ritirata si è trasformata in una rotta ingloriosa come nel caso delle fondazioni Montepaschi o Carige, mentre in Unicredit c’è stato piuttosto un ripiegamento ordinato. L’esito però non è stato molto diverso: dopo l’ultimo aumento di capitale nella banca di piazza Gae Aulenti il fronte composto da Crt, Cariverona, Carimonte, Manodori e Cassamarca è sceso al 4,2%, una soglia molto lontana dal 13% detenuto fino a qualche anno fa.

LA TRASFORMAZIONE DELLE EX BANCHE POPOLARI

L’evoluzione verso lo status di public company è stata poi un passaggio obbligato per tutte le ex banche popolari che, abbandonato il voto capitario, sono automaticamente diventate contendibili sul mercato. Per frenare gli appetiti degli investitori qualche istituto è riuscito ad allestire dei noccioli di riferimento, la cui tenuta a un’eventuale scalata è comunque tutta da dimostrare.

L’ESEMPIO UBI BANCA

In Ubi Banca per esempio il 16% del capitale è blindato da due patti parasociali che fanno riferimento a imprenditori e istituzioni del territorio: il bresciano Sindacato Azionisti Ubi e il bergamasco Patto dei Mille. Più magmatica è la situazione in Bper Banca dove, a fianco di Unipol salita ormai al 15,06%, c’è un blocco di fondazioni e imprenditori attualmente attestato all’11% anche se la quota non è sindacata. Del tutto priva di protezione invece appare Banco Bpm, fatta eccezione per le piccole partecipazioni detenute dalle fondazioni Lucca e Cariverona e da qualche socio storico.

I TIMORI SULLE BANCHE ITALIANE

In uno scenario di questo genere un investitore avrebbe buon gioco ad assumere il controllo delle maggiori banche italiane con una spesa tutto sommato contenuta. Secondo una simulazione fatta da MF-Milano Finanza, basterebbe investire poco più di nove miliardi di euro per acquisire la maggioranza relativa di Intesa, Unicredit, Banco Bpm, Bper e Ubi.

FACILI NUMERI PER LE SCALATE

Mettendo sul piatto questa cifra infatti uno o più soggetti potrebbero superare la quota degli azionisti storici, chiedere la convocazione dell’assemblea e proporre al mercato un progetto alternativo a quello degli attuali gruppi dirigenti. Qualcosa di simile a quanto fatto da Elliott in Telecom o, andando più indietro nel tempo, a quanto fatto dall’hedge fund Tci con l’olandese Abn Amro nel 2007.

IL COMMENTO DI MORROW SODALI

«Per avere di fatto in mano una public company basta una quota compresa tra il 5 e il 10%. Con questa partecipazione un investitore può chiedere la convocazione dell’assemblea e ottenere il consenso del mercato», spiega a MF-Milano Finanza Andrea Di Segni, managing director di Morrow Sodali. Se insomma la minaccia è plausibile, per adesso non è ancora concreta. Se però nuovi crolli borsistici riducessero ulteriormente il valore dei titoli, il sistema bancario nazionale sarebbe servito su un piatto d’argento a fondi e banche straniere.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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