Filippo Sgubbi, il grande penalista autore di pubblicazioni fondamentali nella materia, in un breve saggio dal titolo Il diritto penale totale. Punire senza legge, senza verità, senza colpa. Venti tesi (edito da Il Mulino) mise in evidenza la trasformazione intervenuta nel diritto e nella procedura penale, tanto da alterare le funzioni che non solo la Costituzione, ma prima ancora gli ordinamenti liberali, ripartiscono tra i diversi poteri dello Stato.
Secondo Sgubbi, il diritto penale è divenuto ancora di più totale “perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall’intervento punitivo che vi si insinua”. E ancora più totale “soprattutto perché è invalsa nella collettività e nell’ambiente politico la convinzione che nel diritto penale si possa trovare il rimedio giuridico ad ogni ingiustizia e a ogni male”. La decisione giurisprudenziale diventa – secondo l’autore – non solo regola di comportamento, ma anche di governo economico-sociale imperniato sull’opportunità contingenti. E “le norme penali così assumono un ruolo inedito. Sono fattori non di punizione, ma di governo”. La “distorsione istituzionale” trova sempre nuovi campi su cui portare la “buona novella” del diritto penale, espropriando i soggetti a cui le norme del vivere civile attribuiscono funzioni specifiche.
La procura di Milano è in marcia verso una nuova frontiera: l’occupazione manu militari del diritto del lavoro. Intendiamoci: anche in questa materia sono previste ed operanti disposizioni di carattere penale, ma le fonti dell’ordinamento giuridico, sia per quanto riguarda la specifica legislazione del lavoro, sia la contrattazione collettiva e il sistema delle relazioni industriali, poggiano (anche per quanto riguarda il pubblico impiego) sul diritto comune. Inoltre sono previsti uffici e funzioni di carattere amministrativo (ispettorato del lavoro, servizi degli enti previdenziali, ecc.) incaricati di compiti di indagini e di verifica della regolarità dei rapporti e delle condizioni di lavoro.
La procura di Milano si è assegnata un “potere di supplenza” che le consente non solo di perseguire la violazione delle norme penali, ma di stabilire se le tabelle salariali stabilite nei contratti collettivi di comune accordo tra le parti sono adeguate alla luce dei principi di proporzionalità e sufficienza previsti dall’articolo 36 Cost. in tema di giusta retribuzione. Da decenni una giurisprudenza consolidata identifica questi requisiti nei trattamenti negoziati dalle parti nei contratti collettivi di categoria. La procura di Milano è andata oltre, coinvolgendo uno dopo l’altro diversi settori e filiere produttive (grande distribuzione, sicurezza, logistica, moda) dotate, per tanti motivi, di un livello debole di contrattazione, ma tutti fino ad ora coperti dai negoziati con le oo.ss. più rappresentative (ovvero le federazioni di categoria delle confederazioni storiche).
Dell’azione di supplenza si è pubblicamente vantato il sostituto procuratore Paolo Storari, esibendone i risultati: 50mila lavoratori internalizzati in aziende e 60 milioni di euro corrisposti ai lavoratori. Come viene esercitato questa decantata funzione di supplenza? La procura indaga le imprese ( grandi e dai nomi noti a livello internazionale) per violazione della legge sul caporalato, (la legge 199/2016) approvata per combattere il lavoro nero e lo sfruttamento dei lavoratori, introducendo il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” e sanzionando sia il caporale (chi recluta) sia il datore di lavoro (chi impiega). La legge definisce lo sfruttamento come un approfittarsi dello stato di bisogno dei lavoratori e prevede pene severe fino all’arresto obbligatorio in caso di violenza.
La procura si avvale pertanto impropriamente di norme che consentono il controllo giudiziario dell’azienda, cioè un vero e proprio commissariamento nonché il sequestro cautelativo di somme importanti; in più ci infila lo sputtanamento mediatico. Sulla base di queste premesse, la procura apre una trattativa informale con l’azienda, la quale – compresa l’antifona – non esita ad andare al sodo sia che si tratti di erogazioni retributive o di revisione della filiera degli appalti con relative assunzioni dirette, ottenendo in cambio la revoca del commissariamento (e quindi il ripristino della funzione imprenditoriale) e la restituzione delle somme sequestrate. Queste aziende non sono dei modelli di relazioni industriali, ma nei loro confronti si verifica un vero e proprio esproprio giudiziario nel senso che tutta l’operazione si compie senza che un giudice si pronunci sul caso. Inoltre si espongono alla richiesta di arretrati, visto che il governo non riesce a presentare la norma definita con ignominia “salva imprese” da sindacati che rinnegano la loro firma sui contratti contestati. La procura realizza la sua massima aspirazione: fare tutto da sola senza la perdita di tempo del giudizio. Così si ritorna alla funzione della Magistratura del Lavoro durante il regime fascista. La Carta del lavoro del 1926 stabiliva quanto segue:
La Magistratura del Lavoro è l’organo con cui lo Stato interviene a regolare le controversie del lavoro, sia che vertano sull’osservanza dei patti e delle altre norme esistenti, sia che vertano sulla determinazione di nuove condizioni di lavoro.
Da Milano viene poi un’altra novità. L’Inps ha firmato con la Procura una convenzione per la fornitura strutturata di dati. Prevede una collaborazione stabile per lo scambio di informazioni amministrative utili a contrastare irregolarità contributive, lavoro nero e frodi previdenziali. Si tratta di un canale permanente, digitalizzato e tracciabile che consente alla magistratura requirente di intervenire in modo più rapido e mirato. In sostanza, gli uffici ispettivi fanno un passo indietro e mandano avanti le procure, così i problemi finiranno direttamente nel penale. Immaginiamo la reazione delle aziende di fronte alle contestazioni delle procure. Sicuramente si abbasserà il contenzioso giudiziario di natura contributiva che oggi vede l’Inps vincere in giudizio solo nel 51% dei casi. Le aziende pagheranno senza fare storie anche se ritengono di avere ragione.






