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Contro l’inflazione la Fed parla chiaro?

Inflazione Fed

Powell ha sottolineato come il percorso verso la stabilità dei prezzi implichi un periodo prolungato di crescita inferiore al trend e un aumento del tasso di disoccupazione. L’analisi di Jeffrey Cleveland, Chief Economist di Payden & Rygel

Nel corso del meeting del FOMC di settembre, il presidente della Fed Jerome Powell ha ribadito il messaggio di Jackson Hole, sottolineando la volontà della Fed di riportare l’inflazione al 2% anche a costo di una recessione.

Come ha detto una volta Alan Blinder, ex vicepresidente della Federal Reserve, “c’è stabilità dei prezzi quando si smette di parlare di inflazione”. L’inflazione, invece, ha animato la maggior parte dei dibattiti prima, durante e dopo l’ultima riunione del FOMC ed è verosimile che gli operatori di mercato non parleranno d’altro nel prossimo futuro.

Dal momento che l’inflazione è sulla bocca di tutti, i banchieri centrali temono possa influenzare tutte le altre decisioni economiche, dalle richieste salariali, alla definizione del livello dei prezzi, agli investimenti. E, dal momento che i prossimi mesi si prevedono all’insegna del dibattito sull’inflazione, i loro timori non faranno altro che aumentare.

Come farà la Fed a garantire la stabilità dei prezzi? “Continueremo a farlo fino a quando il lavoro non sarà terminato”: la risposta di Powell nel corso della conferenza stampa post-meeting è un chiaro riferimento, in omaggio al libro di memorie di Paul Volcker, ai rialzi dei tassi. Se si considera l’ultimo rialzo di 75 punti base deciso in settembre, quest’anno la Fed ha aumentato complessivamente il tasso di riferimento di 300 punti base.

Per quest’anno i policymaker stimano un tasso overnight del 4,25-4,50%. Se la Fed si atterrà a questa previsione (a nostro avviso probabile), il 2022 sarà caratterizzato dal più forte aumento annuo in punti percentuali dal 1981.

I policymaker si aspettano anche un tasso sui fondi del 4,50-4,75% alla fine del 2023, il che significa che la Fed intende raggiungere il suo tasso “estremo” e mantenere i tassi elevati più a lungo di quanto la maggior parte degli operatori di mercato si aspetti (il mercato dei futures sui Fed Funds prevede tagli nel terzo trimestre del 2023). Powell ha persino specificato che i tassi di interesse reali (cioè corretti per l’inflazione) dovrebbero essere in territorio positivo “lungo la curva dei rendimenti” prima che il lavoro della Fed sia completato.

In molti si chiedono come i rialzi dei tassi influenzeranno l’inflazione nel breve periodo. Powell ha ammesso che l’inflazione di fondo rimarrà probabilmente persistente l’anno prossimo a causa dell’aumento dei prezzi degli alloggi. Forse, dunque, come ipotizzato da un giornalista durante la conferenza stampa, una correzione del mercato immobiliare potrebbe aiutare la Fed a raggiungere più rapidamente i suoi obiettivi.

Forse i banchieri centrali sperano che, il parlare in modo deciso di inflazione, possa dissuadere l’opinione pubblica dal discuterne, mantenendo le aspettative ancorate e l’inflazione sotto controllo.

In pratica, Powell ha sottolineato come il percorso verso la stabilità dei prezzi implichi “un periodo prolungato di crescita inferiore al trend” e “un aumento del tasso di disoccupazione” fino al 4,4% nel 2023, secondo la stima dei policymaker.

Sembra dunque che il FOMC si aspetti l’inflazione venga “schiacciata” da una recessione, che storicamente è avvenuta ogni volta che il tasso di disoccupazione medio a tre mesi ha registrato un aumento di appena lo 0,5%. Il tasso di disoccupazione è del 3,7%, in aumento rispetto al minimo del ciclo del 3,5%. Un ulteriore aumento al 4,4% sarà sufficiente?

Nonostante il forte aumento dei tassi d’interesse da un anno all’altro, l’economia statunitense rimane solida. Powell vede un mercato del lavoro ancora sbilanciato ed estremamente rigido, con l’offerta di lavoro variata di poco rispetto all’inizio dell’anno e con il rischio di un’impennata dei salari e di un’inflazione di fondo persistente anche nel prossimo anno.

Powell ha infine citato i tassi di variazione annualizzati a 3, 6 e 12 mesi dell’indicatore di inflazione sottostante preferito dalla Fed, il PCE core, affermando che il “tasso di aumento superiore al 4,5% in tutti i periodi è decisamente troppo elevato” per la stabilità dei prezzi. Il rischio, semmai, è che la Fed debba fare di più per garantire la stabilità dei prezzi: un’idea che fa riflettere, viste le variazioni dei tassi di quest’anno.

In conclusione, la Fed non solo continuerà ad aumentare e mantenere alti i tassi per tutto il 2023, ma lo farà anche se il tasso di disoccupazione dovesse aumentare.

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