Economia

Sorpresona: il Tesoro ipotizza di fare a meno del Recovery Fund

di

Francia

In attesa del Recovery Fund, le risorse per l’anticipo nazionale del finanziamento dei progetti eleggibili ai fini dei programmi NGEU possono essere reperite facendo ricorso alle disponibilità liquide del Tesoro o attraverso nuove emissioni di titoli di Stato. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Ieri è arrivato anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – organismo indipendente incaricato di validare le ipotesi e le previsioni macroeconomiche della legge di bilancio (e non solo) – a ribadire quanto rilevato già commentando la Nadef ed il documento programmatico di bilancio: in assenza di certezza giuridica sul Recovery Fund (NGEU), la legge di bilancio per il 2021 non avrebbe potuto contenere spese fondate sul nulla. E così è stato. Poiché l’esito delle negoziazioni europee è tuttora in alto mare a causa dei veti di Ungheria, Polonia e Slovenia, al Mef sono stati costretti a fare di necessità virtù ed hanno messo mano al portafoglio. Gli investimenti, o almeno da subito una parte di essi, si faranno come se il NGEU non esistesse e da Bruxelles arriveranno in seguito solo rimborsi, ma solo se faremo i bravi e rispetteremo tutte le condizioni.

La chiave di tutto sta nel “Fondo di rotazione per l’attuazione del Next Generation Eu – Italia” previsto dall’articolo 184 del disegno di legge di bilancio, che a titolo di “anticipazione rispetto ai contributi provenienti dall’Unione europea” stanzia 34,8 miliardi per il 2021, 41,3 miliardi nel 2022 e 44,5 miliardi nel 2023.

Citando testualmente l’UPB: “L’istituzione di un fondo rotativo finalizzato all’attuazione del programma NGEU consentirà di fornire alle amministrazioni anticipazioni nazionali rispetto alle risorse provenienti dalla UE, al fine di assicurare la tempestiva attivazione degli interventi da realizzare. In attesa dei fondi europei, le risorse per l’anticipo nazionale del finanziamento dei progetti eleggibili ai fini dei programmi NGEU possono essere reperite facendo ricorso alle disponibilità liquide del Tesoro o attraverso nuove emissioni di titoli di Stato, che dovrebbero essere successivamente compensate dai finanziamenti europei da erogare entro l’anno. Questi utilizzi, come ricordato, ammontano complessivamente a 121,2 miliardi e riguardano per circa 104,5 miliardi la RFF, per 14,7 miliardi il programma ReactEU e per circa 2 miliardi ulteriori programmi europei (come Just Transition Fund e Sviluppo rurale). Nel prospetto riepilogativo degli effetti finanziari del DDL di bilancio, la quasi totalità di tali risorse, pari a 120,7 miliardi – distribuite in 34,8 miliardi nel 2021, 41,3 miliardi nel 2022 e 44,6 miliardi nel 2023 – è riportata all’articolo 184, con riferimento a interventi in conto capitale”.

Potremo fare da soli, attingendo alla liquidità già in cassa ed emettendo titoli pubblici sul mercato, ma solo formalmente, poiché la Banca centrale europea acquisterà quasi tutto, perché trasformatasi (de facto, se non de iure) in compratore netto di ultima istanza. Il tribolato varo dei regolamenti europei, quando avverrà, consentirà l’approvazione dei progetti da parte della Commissione e la destinazione delle somme del fondo alle varie amministrazioni incaricate della sua attuazione, che saranno poi seguiti dai rendiconti e dai rimborsi provenienti da Bruxelles. Ma il fondo è già là da subito.

Prova ne è che circa 9 di quei 35 miliardi stanziati per il 2021 sono già destinati a finanziare per 5,3 miliardi il credito di imposta per industria 4.0 e per 3,5 miliardi la decontribuzione per il Sud. Senza attendere nemmeno l’approvazione del progetto. Evidentemente il Governo si sente relativamente certo dell’approvazione (ex post nel 2021) di queste destinazioni di spesa e, per farle partire subito, ha dovuto allargare i cordoni della borsa.

Allora a cosa serve il NGEU? A far sì che il creditore che ci presterà i soldi necessari per finanziare gli investimenti non sia il mercato (cioè, di fatto, la Bce) ma la Commissione (che si indebiterà emettendo titoli acquistati anche dalla Bce).

Con un conseguente duplice sistema di condizioni:

a) Finanziarie. Poiché la Commissione è un creditore privilegiato e questo status ha sempre un prezzo sui mercati finanziari.

b) Politiche. Su tre livelli:

1) Il forte potere di condizionamento della Commissione sulla tipologia di investimenti finanziati con i fondi UE (transizione digitale, ambientale, ecc…). Tale condizionamento politico è stato ribadito quattro giorni fa dal Commissario Paolo Gentiloni: “La Commissione non dispensa bonifici, non è un intermediario finanziario”.

2) Il controllo sulla politica di bilancio degli Stati membri sarà ancora più stringente, come da più parti ritenuto legittimo in conseguenza degli impegni assunti dalla Ue verso i mercati finanziari.

3) Infine, il meccanismo del “freno di emergenza” previsto dal Consiglio Europeo del 21 luglio e l’intero regolamento del NGEU sono un “passaggio a livello” politico che può sospendere l’erogazione dei fondi, attraverso meccanismi complicatissimi e iperburocratici, o attraverso “trappole” come il pretestuoso condizionamento dei prestiti alle regole dello “stato di diritto”, di cui tanto si discute. Cosa che, ovviamente, non accade attraverso il normale ricorso al mercato.

Non immaginavamo che fosse proprio il Tesoro a mostrare in modo lampante – mettendo in campo, da subito e senza condizioni, le risorse necessarie per lo sviluppo del Paese – tutti i difetti del Next Generation EU.

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