Economia

Il ruolo delle Catene Globali del Valore nella ripresa post pandemia

di

catene globali del valore

Chi c’era e che cosa si è detto al webinar organizzato dalla FeBAF – la Federazione Banche Assicurazioni e Finanza – sul finanziamento delle catene globali del valore nella ripresa post-Covid.

 

Mentre si susseguono previsioni economiche che i più fortunati si mettono le mani nei capelli, in tanti aprono l’ombrello e preparano la ripartenza. E qualcuno non si è mai fermato. Se n’è discusso l’8 luglio ad un webinar organizzato dalla FeBAF – la Federazione Banche Assicurazioni e Finanza – sul finanziamento delle catene globali del valore nella ripresa post-Covid.

Sotto esame la crisi pandemica – anzi, come l’ha definita Daria Taglioni della Banca Mondiale, la “triplice crisi di eccesso di domanda, collasso della domanda e deficit di offerta” – e le sue relazioni con la globalizzazione dei processi produttivi e del loro finanziamento. Il crollo del commercio internazionale indotto dalla pandemia ha ridimensionato le produzioni. Sappiamo che nei primi quattro mesi del 2020 l’export italiano è sceso di 18 miliardi, quasi il 12%. E a maggio registriamo una caduta di ulteriori 6,5 miliardi, tenendo conto dei soli mercati extra-Ue. Quasi un terzo in meno a livello tendenziale.

Nel periodo più nero della pandemia le catene globali del valore (GVC) – i processi organizzativi nei quali le fasi della filiera di produzione vengono svolte da imprese sparse in giro per il mondo – si sono interrotte e questo ha generato un arresto produttivo. Eppure, proprio le GVC sono uno dei primi ombrelli a disposizione delle imprese, anche quelle italiane che non si sono scoraggiate neanche di fronte a veri e propri arresti di forniture e produzioni.

E così, Frederik Geertman -vice direttore generale e chief commercial officer di Ubi Banca, istituto vicino ai territori più pesantemente flagellati, come Bergamo e Brescia – ha lanciato segnali incoraggianti, ricordando l’operazione Rilancio Italia che ha messo a disposizione 10 miliardi di euro per finanziare famiglie e imprese colpite dalla crisi. Non solo, il primo marzo – uno dei momenti più cupi dell’epidemia – Ubi Banca ha aperto uffici a Singapore per sostenere l’internazionalizzazione delle imprese italiane e ha quindi definito – sotto l’egida di Sace – accordi con controparti cinesi destinate a integrare le aziende dei due paesi in comuni catene del valore.

A proposito di Sace, messaggi di un certo ottimismo sono stati fatti propri anche dal capo economista Alessandro Terzulli, per il quale l’anno prossimo sarà decisivo per valutare il recupero di quanto perso quest’anno. Oltre l’anno prossimo, con le previsioni è impossibile andare senza sfere di cristallo. L’incertezza di medio termine – ha detto Emilio Rossi di Oxford Economics, abituato a maneggiare scenari e numeri – è molto alta dipendendo da troppe variabili, a cominciare da quelle su diffusione dei contagi e dall’effettivo successo di cure e vaccini in fase di sperimentazione.

In questo momento, ha sottolineato il padrone di casa Paolo Garonna (Segretario Generale FeBAF), la finanza – con banche che rispetto alle crisi del passato sono meglio capitalizzate e parte della soluzione e non del problema – assume un ruolo chiave per una ripresa sostenibile canalizzando risorse e risparmi nel modo corretto. Insomma, la globalizzazione ha già tanti nemici e ha mostrato molti limiti. Ma non gettiamo il bambino con l’acqua sporca, perché i dati dimostrano che una maggiore integrazione delle catene di produzione globale è fondamentale per la crescita del PIL pro-capite e riduce le diseguaglianze tra Paesi.

Tempi e modi di uscita dalla crisi dipenderanno inevitabilmente anche dalla qualità e quantità delle politiche fiscali che sono messe in campo dai governi. Senza dimenticare quanto sta realizzando l’Unione Europea, con le misure di Bruxelles e Francoforte.

Globalizzazione, adelante con juicio, si puedes.

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