Economia

Il fisco sui prodotti a tabacco riscaldato può essere uno strumento di riduzione del danno?

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Chi c’era e che cosa si è detto alla conferenza “Global Forum on Nicotine”, che si è tenuta quest’anno online gli scorsi 11 e 12 giugno.

Gli sforzi per il controllo del tabacco nel mondo (in Italia una svolta epocale fu la cosiddetta Legge Sirchia, sebbene il numero dei fumatori nel nostro Paese sia più o meno stabile da oltre 10 anni) hanno abbassato, negli anni, il numero dei fumatori. Eppure nel mondo restano 1,1 miliardi di persone che hanno deciso di non fare a meno delle sigarette, ed è la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità a dire che il numero non cambierà da qui ai prossimi 5 anni.

Per questo, oggi più che mai, “la riduzione del danno da tabacco è una buona pratica di salute pubblica”, come ha ricordato Gerry Stimson, professore emerito all’Imperial College di Londra e direttore della conferenza “Global Forum on Nicotine”, che si è tenuta quest’anno online gli scorsi 11 e 12 giugno. “Il 30% della popolazione adulta del mondo ancora fuma – ha spiegato Stimson – quindi dobbiamo integrare qualcosa nelle politiche. Penso che la riduzione del danno sia l’ingrediente mancante per coloro che fumano, dobbiamo dunque rendere accessibili a queste persone dei modi più sicuri di inalare la nicotina”.

Secondo Stimson su queste strategie c’è ancora un visione troppo miope, ma a cosa di riferisce? Il grande dibattito in corso in tutto il mondo riguarda il ruolo che i prodotti di nuova generazione, come le sigarette elettroniche e il tabacco riscaldato, possono avere nella lotta al fumo. Una disputa tra coloro che, pur ammettendo che questi prodotti rappresentano un minor rischio per la salute rispetto al consumo di sigarette, ne contestano la diffusione non ammettendo che, se correttamente regolamentati e affiancati dalle tradizionali politiche anti-fumo, potrebbero relegare in brevissimo tempo le sigarette nei meandri della storia così come sta già avvenendo in numerosi paesi del mondo.

L’ultima innovazione introdotta dall’industria del tabacco sono i prodotti a tabacco riscaldato. Se secondo l’autorevole agenzia del farmaco statunitense Food and Drug Administration, che ne ha valutato gli studi a disposizione per oltre 2 anni autorizzandone l’immissione in commercio negli US, ha una tossicità significativamente minore rispetto alle sigarette tradizionali, è sulla fiscalità di questi prodotti che istituzioni sanitarie, nazionali e sovranazionali dibattono, a volte scontrandosi.

La domanda è dunque: il trattamento fiscale dei prodotti a tabacco riscaldato può essere uno strumento di riduzione del danno? In altre parole, è giusto assicurare a questi prodotti un prelievo più basso rispetto a quanto applicato alle sigarette, come avviene in quasi la totalità dei Paesi Europei e in Italia?

Non ha molti dubbi David Sweanor, del Center for health law, policy and ethics dell’Università di Ottawa:

“Assolutamente sì. Sono stato co-autore di uno studio molto importante pubblicato su New England Journal of Medicine insieme al Prof. Frank J. Chaloupka e Kenneth E. Warner che sono due tra i più importanti esperti di economia applicata a questo tema, che ha concluso l’evidente necessità di una tassazione differenziata sui prodotti che si basi anche sul profilo di rischio”.

“Garantire a prodotti che hanno un profilo di rischio più basso come le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato una tassazione inferiore – spiega Sweanor –  ha senso e aiuta nella cosiddetta spinta gentile dei fumatori verso prodotti meno rischiosi. Più è alta la differenza di prezzo più è alta la probabilità che i consumatori cambino le proprie abitudini di consumo. In questo senso le tasse sulle sigarette dovrebbero essere alte e rispetto ad esse il prezzo dei prodotti meno rischiosi dovrebbe essere il più basso possibile. Non penso ci debba essere una tassazione di base – ad accezione di quella che va a creare il guadagno per il venditore – perché tu devi garantire il minimo prezzo possibile a questi prodotti in modo da incentivare il passaggio, proprio nell’ottica di fare il possibile per togliere fumatori dalle sigarette”.

Anche il Prof. Gerry Stimson, che per anni è stato anche consigliere del governo Britannico per le politiche di salute pubblica, è dello stesso avviso:

“Ciò che guida il cambiamento, il passaggio da prodotti come le sigarette a prodotti più sicuri a base di nicotina sono anche i comportamenti d’acquisto dei fumatori e certamente i prezzi e la sensibilità al prezzo è un fattore importante, quindi prodotti meno rischiosi a base di nicotina devono essere più economici rispetto alle sigarette. Già in molti Stati lo strumento della tassazione è utilizzato per rendere le sigarette meno attrattive, per esempio in Inghilterra dove i prodotti alternativi senza combustione come le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato sono molto meno costosi perché non hanno tassazioni aggiuntive come invece nel caso delle sigarette. Adottare livelli di tassazione nettamente inferiori per i prodotti senza combustione – come sigarette elettroniche e tabacco riscaldato – rispetto alle sigarette è fondamentale per renderli più accessibili per i fumatori e ad accelerare il trend verso l’eliminazione delle sigarette.

La posizione di Sweanor e Stimson incontra ancora molte resistenze, soprattutto a livello internazionale. Da più ambiti la diversa fiscalità dei prodotti a tabacco riscaldato non è vista come una strategia di riduzione del danno, ed è avversata. Sul perché, è stato molto netto Clive Bates, esperto di salute pubblica ex direttore dell’Action on Smoking and Health inglese durante il mandato di Tony Blair, tra i relatori del ‘Global Forum on Nicotine’ che ha duramente criticato l’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’approccio nei confronti del tema:

“L’Oms è una organizzazione irresponsabile che non si assume la responsabilità di risolvere il problema della riduzione del danno da tabacco. Su alcuni temi lascia autonomia agli Stati con risultati scoraggianti visto il numero di fumatori che vi sono ancora al mondo; su altri, come quelli delle alternative meno dannose alle sigarette, non si assume il rischio di decidere e non attua politiche forti per mettere fine alle sigarette, ma osteggia i nuovi prodotti a rischio ridotto”.

“Molti Stati si stanno muovendo in autonomia come la Nuova Zelanda, l’Inghilterra o gli Usa – ha aggiunto Bates, oggi direttore di ‘The Counterfactual’ – ma non possono venire osteggiati se prevedono l’uso di queste alternative nella lotta al fumo”. Secondo Bates, infatti, “le politiche pubbliche dovrebbe essere incentrare sulla salvaguardia della salute e in questo caso la salute dei fumatori. Se non smette, il ‘mio’ obiettivo in qualità di Oms – ha rimarcato l’esperto – è trovare un modo per ridurre il danno che può generarsi. A pagare il prezzo più alto sono i consumatori che vengono confusi da dichiarazioni non basate sulla scienza.”

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