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I sindacati sbandano troppo su vaccini e green pass

Mercato Lavoro

L’analisi di Giuliano Cazzola

 

Si può anche archiviare, in nome del ‘’neodirittismo’’ il principio secondo il quale la libertà di ciascuno di noi finisce laddove comincia quella degli altri e ritenere che quella nostra sia una sorta di diritto assoluto a cui gli altri devono sottostare e basta. Ma non possiamo accettare — né ritenere credibile — che la teoria del ‘’homo homini lupus’’ abbia prevalso in quelle comunità — come i luoghi di lavoro — dove le persone trascorrono assieme la parte preponderante della propria vita, con spirito di collaborazione e solidarietà.

Ho l’impressione, invece, che nella pantomina sul Green pass e le vaccinazioni non si tenga conto di una questione importante: il virus non si arresta dietro i muri delle aziende e non risparmia i lavoratori. Le misure adottate nei Protocolli sulla sicurezza dell’aprile 2020 hanno consentito di riaprire le attività economiche e di contenere (si tratta sempre di giudizi relativi) la diffusione del contagio grazie alle precauzioni indicate per l’accesso e la permanenza nei locali delle imprese. Ma sono ben lontane dall’aver risolto il problema.

È noto che contrarre il Covid-19 ‘’in occasione di lavoro’’ è considerato infortunio e come tale tutelato nell’ambito del rapporto di lavoro e quindi nel contesto dei doveri e degli obblighi che attengono in particolare al datore di lavoro, il quale, ai sensi dell’articolo 2087 cod. civ. ‘’ è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro’’.

In sostanza si tratta di una norma ‘’di chiusura’’ in materia di infortuni che impone all’imprenditore obblighi che vanno oltre il contesto normativo vigente (nel nostro caso il Testo Unico n.81/2008 e successive modifiche) avendo come limite dinamico ‘’l’esperienza e la tecnica’’ nella loro evoluzione nel tempo, prima ancora che il loro utilizzo sia recepito dalla legge. Questo quadro normativo dovrebbe essere tenuto in considerazione per giustificare la preoccupazione delle aziende nel pretendere una certificazione di immunità temporanea dai dipendenti e ai terzi che accedono nel locali comuni. Soprattutto quando le prime ordinanze dei giudici chiamati ad esaminare (prima ancora che questa linea di condotta venisse prevista per legge) i ricorsi dei lavoratori sospesi senza retribuzione perché non vaccinati, hanno stabilito la persistenza della responsabilità del datore anche con riguardo ai possibili danni subiti in occasione di lavoro (e quindi anche in itinere) da un dipendente a cui non è stato somministrato – per sua volontà – il vaccino.

Ma al di là di queste schermaglie giuridiche quali sono state le conseguenze della pandemia nel mondo del lavoro?

Giacché siamo in presenza di infortuni sul lavoro denunciati all’Inail le statistiche sono attendibili e pubbliche. Dal gennaio 2020 all’agosto del 2021 vi sono state poco meno di 180mila denunce di infortunio da Covid-19, di cui 747 casi con esito mortale. A seguire il trend degli infortuni e dei decessi emerge con evidenza come lo scenario sia mutato da quando, divenuti disponibili i vaccini, è iniziata la somministrazione di massa. Nell’anno 2020, con 548 decessi da Covid-19, si è determinato il 73,4% di tutti i casi mortali da contagio pervenuti fino al 31 agosto di quest’anno; aprile (194 deceduti) è stato il mese col maggior numero di eventi, seguito da marzo con 139 casi.

Nel 2021, i 199 decessi da Covid-19 nei primi otto mesi, pesano al momento per il 26,6% sul totale dei casi mortali da contagio pervenuti da inizio pandemia. In sostanza, se nell’anno 2020 l’incidenza media dei decessi da Covid-19 sul totale di tutti i casi mortali denunciati è stata di circa una ogni tre, nei primi otto mesi del 2021 si è scesi a circa una su cinque. Il trend discendente trova conferma anche per quanto riguarda il numero degli infortuni da Covid-19 sul totale degli infortuni sul lavoro. In generale, se nell’anno 2020 l’incidenza media delle denunce da Covid-19 sul totale di tutti gli infortuni denunciati è stata di una ogni quattro, nei primi otto mesi del 2021 si è scesi a una su dieci.

Denunce di infortunio con esito mortale da COVID-19 pervenute all’Inail (periodo accadimento gennaio 2020 – 31 agosto 2021)

 

Denunce di infortunio da COVID-19 pervenute all’Inail (periodo accadimento gennaio 2020 – 31 agosto 2021)

 

Se questa è la realtà, le organizzazioni sindacali — proprio quando stanno discutendo con il governo misure di implemento della sicurezza sui luoghi di lavoro — dovrebbero rendersi conto del fatto che esistono ed hanno effetti seri anche gli infortuni da Covid-19 (nel 2020 una denuncia su quattro riguardava un infortunio di quel tipo). Per un singolare destino, la certificazione verde è diventata il ‘’saracino’’ della giostra, nel senso che la linea delle confederazioni rimane attestata — in modo esplicito o dissimulato — su due opzioni: l’obbligatorietà del vaccino oppure il ricorso al tampone.

Il conflitto si concentra su chi paga la penetrazione nasale. Ovviamente il movimento no vax-no pass è troppo variegato per essere ricondotto, nel suo insieme, a questa impostazione, che — a mio avviso — è priva di senso. Se la vaccinazione divenisse obbligatoria, l’avvenuta somministrazione non potrebbe essere presunta, ma dovrebbe essere, ove del caso, certificata e verificabile, visto che se ne riconosce l’importanza per la salute pubblica, tanto da imporla per legge. Quanto al tampone, il mezzo che ne documenta l’esito non servirebbe al lavoratore solo per entrare in azienda, ma anche per le altre attività della vita quotidiana che richiedono di provarne l’immunità dal contagio.

Che valore potrebbe avere un Green pass rilasciato dal datore di lavoro? In ogni caso, se vorrà andare al cinema, a pranzo in un ristorante o anche in sala mensa con gli altri colleghi, dovrà portarsi appresso un’idonea certificazione del suo incredibile masochismo. Ed esibirla a richiesta.

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