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Funzionerà la toppa tardiva del governo sul Superbonus?

Superbonus

Superbonus: gli obiettivi, i veri inghippi, l’intervento del governo e gli scenari (non tutti positivi). L’analisi di Giuseppe Liturri

 

La prima bozza del decreto legge varato ieri in Consiglio dei ministri riporta il minimo sindacale di chiarezza sul tema della cessione dei crediti di imposta a favore di interventi nel settore edile (superbonus, eco-bonus, ecc.)

Ma, al contempo, getta pesanti ombre su quanto fatto (o non fatto) finora per disciplinare correttamente tutta la materia, prevenire e contrastare le frodi e dare certezza del diritto ai contribuenti onesti. Peggio la toppa del buco, si potrebbe dire.

Dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (per la quale ci vorranno ancora i soliti 4/5 giorni), questi crediti di imposta potranno essere ceduti fino a tre volte, con le due ultime cessioni eseguibili solo da banche e intermediari finanziari. Soggetti pienamente abilitati ai controlli antiriciclaggio e per i quali sarà quindi più facile risalire a crediti maturati in modo fraudolento. Inoltre il credito sarà dotato di un codice univoco di tracciabilità.

Si pone così rimedio a quanto precedentemente disposto dal decreto legge “Sostegni-ter”, in vigore solo dal 27 gennaio. Con quel decreto è stata resa possibile una sola cessione da parte dell’impresa fornitrice dei lavori o da parte del beneficiario originario, rispettivamente per i casi di sconto in fattura o cessione del credito. Di conseguenza chi ha acquistato il credito e non ha la cosiddetta “capienza fiscale” – cioè la disponibilità di debiti verso l’Erario con cui compensarlo – rischia di ritrovarsi tra le mani carta straccia, perché i crediti non utilizzati nell’anno non sono riportabili in avanti. La quota disponibile annualmente o si compensa o si azzera, la cessione non è più prevista.

È stato aperto un “corridoio umanitario” per le cessioni già perfezionate: fino al 17 febbraio è stata possibile un’ultima cessione e dopo il credito resta bloccato presso quest’ultimo cessionario. Il quale, c’è da immaginarlo, avrà comprato solo se assolutamente certo di poter compensare tutto entro fine anno e, per ridurre questo rischio avrà esercitato tutto il suo potere contrattuale verso i venditori, a partire dalla richiesta di un maggiore sconto.

Secondo la relazione tecnica il fine di questa norma è fermare la “catena di cessioni che – come riscontrato ad esito dell’esperienza operativa maturata dall’Amministrazione finanziaria – mira a dissimulare l’origine effettiva dei crediti, invero inesistenti, con l’intento di giungere alla monetizzazione degli stessi ed alla successiva distrazione della provvista finanziaria ottenuta”. Si tratta delle cosiddette “frodi da prima cessione”, nelle quali un credito inesistente viene ceduto – preferibilmente a un soggetto non bancario e quindi esentato dalle verifiche antiriciclaggio – e poi a catena verso altri soggetti, finendosi col perdere il legame con la cessione originaria fraudolenta.

Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Ruffini, nell’audizione parlamentare del 10 febbraio, ha proprio giustificato in questo modo la ratio della norma: vietando le cessioni successive alla prima, si costituisce un primo argine ai fenomeni sopra rappresentati. La norma, infatti, tutela in prima istanza gli acquirenti in buona fede, che avranno quale unico interlocutore il beneficiario originario della detrazione o il soggetto che ha eseguito i lavori, così facilitando anche – per i soggetti obbligati – l’attività di adeguata verifica dei rischi di riciclaggio. In sostanza, detta limitazione è finalizzata a rendere più facile per chi acquista un credito verificarne l’effettiva sussistenza e la relativa documentazione.

Peraltro, anche con questo divieto, sarà sempre possibile una prima cessione di un credito inesistente. Se il problema fosse stato davvero quello di scongiurare le frodi, sarebbe stato sufficiente obbligare alla cessione, eliminando la facoltà di sconto in fattura, a favore di intermediari finanziari in grado di eseguire le verifiche antiriciclaggio, oppure di obbligare a queste verifiche altri soggetti non bancari affacciatisi sul mercato dei crediti fiscali. Niente di tutto questo, si è preferito distruggere col napalm un’intera foresta perché in qualche angolo si annidavano piante velenose. Ieri il governo, dopo aver bloccato per tre settimane tutto il settore, ha scelto la prima tipologia di correttivi, ricorrendo a soluzioni che somigliano alla scoperta dell’acqua calda (come il codice univoco di tracciabilità dei crediti) e che avrebbe potuto adottare già alcuni mesi fa.

Allora perché si è deciso di prosciugare il mercato dei potenziali compratori dei crediti fiscali? Semplicemente perché stava costando troppo allo Stato. Infatti è perfino banale osservare che più aumentano le cessioni a catena di uno stesso credito e più aumenta la probabilità che quel credito trovi capienza nei debiti erariali del compratore e si trasformi quindi effettivamente in un costo per lo Stato.

Inoltre, la cessione dei crediti costituirebbe il primo embrione di quella “moneta fiscale” che romperebbe il monopolio di BCE/Bankitalia nella gestione dei mezzi di pagamento con efficacia liberatoria per le obbligazioni pecuniarie. Chiudendo i bancomat, come fecero in Grecia nell’estate 2015, non potrebbero più bloccare il Paese. Un potere a cui è difficile rinunciare.

I crediti fiscali sono come l’acqua gettata sul pavimento: se non trova dei buchi che l’assorbono, poi evapora. In base a questa similitudine, più sono i buchi (quindi i soggetti coinvolti nelle cessioni) più acqua si consuma (cioè aumentano i costi per lo Stato).

Basta osservare la progressione dei dati forniti dall’Enea al 31/01/2022 relativi al superbonus. In soli cinque mesi (da agosto 2021 a gennaio 2022), siamo passati da 5,7 a 18,3 miliardi di investimenti ammessi e da 6,2 a 20,1 miliardi di detrazioni già previste a fine lavori, di cui 14 già maturate per lavori conclusi. Osservando i dati dei singoli mesi, l’impennata del dato di dicembre è impressionante: un sostanziale raddoppio a 4,7 miliardi di detrazioni previste, contro una media dei mesi precedenti di 2,3 miliardi. L’obiettivo del Governo è quello di evitare che quei 14 miliardi di detrazioni si trasformino in un onere effettivo per le casse statali e che addirittura aumentino. Bloccando le cessioni multiple, si è limitata la possibilità di compensazione fermandosi al primo (ora terzo) cessionario, il cui numero ora però scende drasticamente perché i compratori, non avendo possibilità di rivendere, potranno essere solo coloro con capacità di compensazione. E se spariscono i compratori dei crediti e ne viene fortemente disincentivato l’acquisto, chi mai si azzarderà ad eseguire lavori? Chi correrà il rischio di attendere la compensazione nella propria dichiarazione dei redditi, anche qui con il potenziale svantaggio di non trovare capienza in un anno e quindi perdere una parte del bonus?

Se questi sono i prevedibili risultati delle ultime norme, desta enorme perplessità la finalità di contenimento delle frodi fiscali, sotto diversi profili:

  • Se i rimedi sono quelli, francamente banali, adottati in queste settimane, perché non è stato fatto prima? Allora c’entra qualcosa il dato clamoroso del raddoppio delle detrazioni richieste a dicembre, quando è scattato presumibilmente l’allarme spesa?
  • Appare piuttosto debole la relazione causale tra numero delle cessioni e frodi. Tutto dipende dalle caratteristiche di chi vende e compra e non da quanto sia lunga la filiera delle cessioni. Tra soggetti vigilati, le cautele ci sono sempre (state) tutte, a prescindere dal numero delle cessioni già eseguite a monte. Nessuno vuole trovarsi nella scomoda condizione di acquirente non in buona fede di crediti fiscali. Allora perché limitarsi a tre cessioni, se avvengono solo tra soggetti vigilati?
  • Stupisce il dato delle frodi, pari a 4,4 miliardi su cessioni comunicate pare a 38,4 miliardi, un impressionante 11,4%. E stupisce ancor più come sia stato possibile per Agenzia e Guardia di Finanza – abituate ad inseguire gli evasori con tecniche ormai raffinatissime – farsi cogliere di sorpresa. Allora, va evidenziata una grave carenza normativa e la responsabilità del legislatore che non ha dotato gli organi di controllo di adeguati strumenti antifrode (abbastanza comune e banale, come si è visto).
  • Andando nel dettaglio dei dati delle frodi, emerge un indice gravemente segnaletico dell’uso strumentale del dato sulle frodi contro le cessioni e il superbonus in particolare. Infatti, si rileva che il 46% del valore delle frodi provengano dal bonus facciate e solo il 3% riguardino il superbonus. Tutto ciò a dispetto della sostanziale equivalenza delle cessioni di credito riferibili alle due misure (circa 14 miliardi per ciascuna). Rileva il fatto che il superbonus sin dall’inizio abbia avuto l’asseverazione dei costi da parte di un professionista. A conferma che quando si è voluto arginare le frodi, lo si è fatto con relativa semplicità. Ciononostante, in questo momento il superbonus appare la madre di tutti i mali.
  • Infine, con riferimento ai 4,4 miliardi di frodi di cui parla l’Agenzia, va osservato che “2,3 miliardi sono oggetto di sequestri preventivi da parte dell’Autorità giudiziaria, a seguito di segnalazione dell’Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza. i restanti importi sono oggetto di indagini in corso e di richieste di sequestro preventivo inoltrate alle competenti Autorità giudiziarie”. Ricordiamo che si tratte di accuse che saranno sentenze definitive solo all’esito di un giudizio. E non è la prima volta che cifre fantasmagoriche si riducono, dopo un attento vaglio in sede giudiziaria, a poche briciole. A tale proposito il Sole 24 Ore dell’8 febbraio riferisce a proposito di un sequestro di crediti per 1,3 miliardi che “forse è un abbaglio […] l’accusa è costruita su presunzioni nate da incroci di risultanze delle banche dati dell’Agenzia delle Entrate. Non ci sono state verifiche ed ispezioni sul campo…

Come ormai l’esperienza insegna, se una cosa non serve a niente, allora serve a qualcos’altro. E torniamo così al tema del temuto eccesso di spesa.

Tutto questo terremoto che ha devastato il superbonus non sta nelle frodi ma in una corrispondenza intercorsa in maggio e giugno scorso, tra Eurostat ed Istat che aveva posto un preciso quesito in materia. Nel fare una differenza tra il credito da “transizione 4.0” e quello da superbonus, Eurostat faceva notare che il primo prevedeva la compensabilità e riportabilità negli anni futuri per le quote non compensate e quindi veniva considerato pagabile e concorreva immediatamente per l’intero importo al deficit e debito pubblico. Invece il superbonus, avendo la compensabilità limitata alla disponibilità di debiti capienti nel singolo anno, aveva la caratteristica di credito “non pagabile”. In effetti, il credito inutilizzato da superbonus è irrimediabilmente perso e quindi le regole di contabilità pubblica prevedono che le entrate fiscali siano ridotte per la solo quota detraibile nell’anno.

Ma Eurostat aveva fatto notare che la possibilità di cessione illimitata dei crediti da superbonus lo rendeva molto simile ad un credito “pagabile”, perché aumentava enormemente la probabilità di compensazione totale, in capo a uno qualsiasi dei soggetti della catena di cessione. Pertanto, già da allora Eurostat aveva messo nel mirino il credito da superbonus come “caso limite” a cavallo tra credito pagabile e non pagabile, proprio a cause delle cessioni illimitate.

A scanso di equivoci, sul tema è intervenuta proprio in quei giorni la Ragioneria Generale dello Stato. Osservando le potenziali conseguenze sulla finanza pubblica derivanti dalla cedibilità plurima del credito industria 4.0, ha affermato che “per quei crediti che, come industria 4.0, prevedono una fruizione in quote annuali, l’impatto sul deficit sarebbe anticipato interamente al primo anno di utilizzo, indipendentemente dall’effettivo utilizzo in compensazione. La cessione al sistema bancario e finanziario comporterebbe poi la registrazione sul debito di Maastricht per l’intero importo ceduto”. In conclusione “il trattamento contabile (dei crediti cedibili, nda) potrebbe (con elevata probabilità) cambiare nel prossimo futuro, producendo effetti diversi da quelli stimati”.

È stato questo il campanello d’allarme che ha mosso il governo: se il superbonus – per via della cessione illimitata – diventa pagabile, il debito pubblico aumenta per una diversa classificazione contabile, allora niente cessioni plurime perché Mario Draghi e Daniele Franco non vogliono fare brutte figure con Bruxelles.

Il Governo in questi giorni ha quindi solo eseguito gli ordini dei loro dante causa in Europa, e poiché sono stati al solito più realisti del Re, gli è sfuggito il piede sul pedale della frizione. Ora sono corsi parzialmente ai ripari, ma il danno (doloso) è ormai fatto.

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