Economia

Come si muoverà il governo dopo lo sblocco dei licenziamenti

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La riforma degli ammortizzatori sociali dopo lo sblocco dei licenziamenti. L’analisi di Giuliano Cazzola

 

 

Draghi ha spezzato l’incantesimo delle chiusure della salute, assumendosi la responsabilità di un ‘’rischio ragionato’’, ha avviato un percorso di riaperture a partire – incrociamo le dita – da lunedì 26 aprile (il giorno significativamente successivo alla Festa della Liberazione).

Il percorso di uscita dagli ‘’atri muscosi e fori cadenti’’ avverrà con gradualità e ancora troppa cautela, con misure apparentemente irragionevoli. Ma è stata pur sempre necessaria una mediazione non solo tra le forze politiche e il caravanserraglio dei virologi, ma anche verso una popolazione che continua ad essere smarrita e preoccupata per l’ondata inarrestabile del contagio e per la sua imprevedibilità.

Benché gravino sulle riaperture delle assurdità come il mantenimento del coprifuoco alle 22 fino al 31 luglio (si auspica che nei prossimi monitoraggi questo limite venga superato), l’inversione di marcia sembra decisa e tracciata, anche perché – come ha riconosciuto lo stesso Mario Draghi – il miglior contributo alla ripresa sono le riaperture, mentre, al contrario, i sostegni non servono a garantire la tenuta del tessuto produttivo.

Ma c’è un altro incantesimo di cui liberarsi: il blocco dei licenziamenti. Dal governo deve arrivare un segnale di discontinuità anche per un ordigno nucleare che maneggiamo da oltre un anno senza riuscire a disinnescarlo: il blocco dei licenziamenti individuali per motivi oggettivi (economici) e i licenziamenti collettivi.

Per ora il blocco generalizzato è stato prorogato fino a tutto giugno; poi dovrebbe aprirsi una differenziazione nel senso che le aziende che ancora destinatarie della cig da covid-19, ai sensi del decreto Sostegni, è prevista una ulteriore proroga dal 1° luglio e fino al 31 ottobre 2021.

I sindacati hanno già messo le mani avanti: dapprima chiedendo un allineamento fino ad ottobre; poi a completamento dell’anno in corso. Sarebbe già un segnale di novità che il governo questa volta rispettasse le scadenze, ma non sarà facile, perché i sindacati si attaccheranno al loro ‘’albero di Bertoldo’’: la mancata riforma degli ammortizzatori sociali che il ministro Andrea Orlando continua a ‘’covare in disparte’’.

Quanto meno, però, il governo dovrebbe interrompere l’inerzia delle organizzazioni sindacali che evitano di impegnarsi in progetti di riforma idonei ad affrontare le nuove sfide (‘’il niente sarà più come prima’’ per loro è solo un gargarismo), per temporeggiare con le due stampelle del blocco a go-gò e della cig in deroga.

Mario Draghi deve andare a stanare le parti sociali, prendendoli in parola nella loro richiesta (di routine) di un nuovo patto sociale. Se nel 1993 l’accordo triangolare con il governo Ciampi aveva l’obiettivo di razionalizzare la contrattazione collettiva all’obiettivo strategico di portare l’inflazione all’interno dei parametri di Maastricht, oggi un nuovo patto sociale dovrebbe avere al centro due grandi questioni: a) il rilancio della produttività e il relativo recupero dei ritardi accumulati nel quadro dei nuovi processi tecnologici e attraverso la contrattazione di prossimità; b) l’avvio deciso di politiche attive in grado non solo di gestire gli esuberi e riqualificare la manodopera in mobilità verso altri settori produttivi, ma anche di gestire in mismatch tra domanda e offerta di lavoro.

La riforma degli ammortizzatori sociali deve favorire questi processi. Le seguenti misure -che tengono conto di alcune proposte di Marco Leonardi ora direttore del Dipe di Palazzo Chigi – si muovono lungo una linea giusta.

  • Naspi: prevedere l’allungamento di 2 mesi della naspi per chi la termina nei mesi di gennaio-marzo con argomentazione che assunzioni sono ancora rallentate. Potrebbe essere utile allentare i requisiti di ingresso nella naspi nel 2021 per i giovani molti dei quali hanno perso contratti a termine scaduti
  • Contratto espansione: per chi è 5 anni dalla pensione, tutte le aziende con più di 250 dipendenti possono pagare 3 anni di buonuscita e lo Stato ci aggiunge 2 anni di Naspi; potrebbe essere l’unico “scivolo aziendale” generalizzato per evitare i licenziamenti di lavoratori anziani e favorire il ricambio. Durante il corso del 2021 va anche affrontato il problema della fine di quota100 (a riguardo si possono stimare alcune ipotesi ragionevoli di uscita, ma più funzionano gli scivoli aziendali (e i fondi di solidarietà) meno c’è bisogno di rassicurare le persone dopo la fine di quota 100). Sarebbe il caso di utilizzare anche l’Ape sociale che potrebbe coprire la platea interessata allo scadere di quota 100.
  • Politiche attive: già in legge di bilancio è previsto il ritorno dell’assegno di ricollocazione (per ora un fallimento): un lavoratore in cig per cessazione di attività o dopo 4 mesi di Naspi va al centro dell’impiego che lo profila a seconda della sua occupabilità. L’assegno variabile paga per la formazione e eventualmente eroga una quota all’operatore pubblico o privato che trova un nuovo lavoro (dopo 6 mesi da assunzione)
  • Recovery fund (non finanzia politiche passive ma solo attive): sono previsti 3,5 mld per le politiche attive (sostanzialmente per l’assegno di ricollocazione come spiegato sopra) e 3mld per la formazione di occupati e disoccupati. Le difficoltà sono due: i rapporti ministero-Anpal (che è competente esclusivo di politiche attive lavoro); il rapporto stato-regioni (che sono competenti esclusive su formazione). Costituire un sistema nazionale con standard definiti di presa in carico e servizi di formazione per disoccupati (e che possa essere rendicontato per l’uso del Recovery fund) non è affatto semplice, ma è la strada da seguire.

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