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Google inonda Luiss e giornali di soldi contro le fake news

Alla guida del Luiss Data Lab c'è il giornalista Gianni Riotta che già nel 2015 con la sua startup digitale Catchy aveva ricevuto finanziamenti dal fondo di innovazione Google Digital News Initiative per studiare la diffusione delle fake news. Fatti, nomi e numeri

Evidentemente in Italia su circa 102mila giornalisti tra professionisti e pubblicisti, per avere un serio contrasto alle fake news bisogna per forza rivolgersi a Gianni Riotta. O almeno la pensa così Google che staccherà presto un assegno da 2 milioni di euro a Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) e Luiss Data Lab (della Libera università internazionale degli studi sociali “Guido Carli”) per la ‘Impact Challenge: Tech for Social Good’, dedicata in Italia alla lotta alla disinformazione online e agli attacchi informatici. Il progetto, che riguarda nello specifico la lotta alla disinformazione, sarà il primo in Italia a ricevere il supporto di una Fellowship di Google.org.

COS’È LA GOOGLE IMPACT CHALLENGE

La Google.org Impact Challenge: Tech for Social Good, annunciata in Italia a febbraio con il patrocinio dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (Acn), ha invitato organizzazioni non profit, istituzioni accademiche e di ricerca, enti civici e imprese sociali, a proporre progetti incentrati sull’uso della tecnologia per risolvere problemi complessi e contribuire a creare una società digitale più sicura. Fieg e Luiss DataLab sono i primi destinatari del finanziamento a essere annunciati, e gli unici per un progetto dedicato al contrasto alla disinformazione.

RIOTTA GUIDA IL LUISS DATA LAB, IL RAPPORTO CON GOOGLE

Sotto la direzione di Livia De Giovanni e Gianni Riotta, si legge sul sito del Luiss Data Lab, il laboratorio svolge ricerca, analisi e monitoraggio su disinformazione e misinformazione. “Campo dei Big Data, delle nuove tecnologie e della trasformazione digitale, con una prospettiva multidisciplinare, quantitativa e qualitativa, comparativa e focalizzata su case studies politici, economici e sociali con narrative e videografiche ad hoc”.

Il centro – continua la descrizione – si arricchisce dalla fine del 2020 nella fusione con il CeFOP (Centro di ricerca su Economia della Formazione e delle Professioni), laboratorio d’eccellenza nella ricerca umanistica ed interdisciplinare, specializzato nella cultura scientifica dei dati e del digitale con strategie di comunicazione sull’impatto per le società, economie, aziende, istituzioni e politica. Il Centro ha allargato i campi di ricerca allo studio di tutti gli ambiti che, unitamente al capitale umano, concorrono allo sviluppo di un territorio, in particolare ai temi riguardanti la trasformazione digitale dell’economia e della società, inclusiva della società dell’informazione.

Il Data Lab collabora, nell’ambito di un progetto sulla disinformazione finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con l’Università di Harvard. É risultato vincitore di due progetti Horizon 2020: SOMA (Social Observatory for Disinformation and Social Media Analysis) e MediaFutures (Data-driven innovation hub for the media value chain).

RIOTTA NELL’ITALIAN DIGITAL MEDIA OBSERVATORY

Sempre Riotta, quasi unica autorità italiana in materia quando si parla di fake news, si occupa poi dell’Italian Digital Media Observatory. Il Data Lab è infatti risultato vincitore del progetto IDMO  – finanziato nell’ambito del bando europeo CEF-TC-2020-2 EDMO – che costituirà un hub internazionale volto a supportare ed implementare il lavoro dell’European Digital Media Observatory (EDMO). I partner del progetto (Telecom, Rai, Gedi, Università di Tor Vergata, NewsGuard, Pagella Politica, T6 Ecosystem) uniranno forze ed expertise per combattere la disinformazione.

L’osservatorio ideato dalla Commissione Europea con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per l’analisi e il contrasto alla disinformazione fu presentato nel 2021 a Roma, ovviamente nei locali dell’Università Luiss Guido Carli, con contestuale sfilata di Paolo Gentiloni, Commissario Europeo agli Affari economici, Paola Severino, Vicepresidente Luiss (che poi si è dimessa), Carlo Fuortes, all’epoca amministratore delegato Rai ecc ecc. E chi lo presentò a un simile parterre? Ovviamente Gianni Riotta.

RIOTTA E GOOGLE, PRIMO FINANZIAMENTO NEL 2015

Ma il primo incontro tra Mr. G e Mr anti-fake-news italiano, ovvero Riotta, risale persino a prima, come dalla biografia online del giornalista. Nel 2015, Riotta ha fondato la startup digitale Catchy, che ha ricevuto finanziamenti dal fondo di innovazione Google Digital News Initiative per studiare la diffusione delle fake news. Insomma, come si vede, in Italia per Google se si parla di contrasto alle fake news occorre alzare la cornetta e chiamare subito Riotta.

GOOGLE CON LE MANI IN PASTA NELL’INFORMAZIONE

Ma a parte questo, c’è da osservare come Google negli anni abbia avuto il chiodo fisso dell’informazione. In piena pandemia Wired titolava: “Google investe 1 miliardo di dollari nei giornali online”: è lo stesso Sundar Pichai, amministratore delegato di Big G, – si legge nel pezzo – ad annunciare il più grande impegno finanziario intrapreso da Google finora. Questo programma di finanziamenti servirà per pagare gli editori e per cercare di proporre agli utenti contenuti di alta qualità raccolti nel nuovo Google News Showcase.

Al marzo dell’anno successivo l’iniziativa sbarcava già in Italia come ricorda un articolo del Domani: “Dopo Gran Bretagna, Australia, Germania, Brasile, Argentina, Francia e non solo, Google News Showcase sbarca anche in Italia, dove il 24 marzo sono stati annunciati gli accordi con, tra gli altri, Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Foglio, Libero e realtà native digitali come FanPage, VareseNews, MilanoToday“.

“Quale sia il guadagno per gli editori che partecipano al progetto, a questo punto, è chiaro: Google paga alle testata una cifra non nota (da poche centinaia di migliaia di dollari fino a qualche milione a testa) affinché popolino di contenuti di qualità un prodotto di Big G. Quello che è meno chiaro è che cosa ci guadagni Google, visto che questa sezione (come tutto Google News) non ha pubblicità e quindi non genera guadagni”, si chiedevano sempre sul Domani. “Davvero dalle parti di Mountain View ritengono che la concorrenza (?) sia talmente agguerrita da rendere necessaria la collaborazione delle testate giornalistiche per garantire il successo della suite di prodotti di Google destinati al web?”

“Per capire quali siano le ragioni che hanno spinto Google a creare un prodotto tanto costoso quando economicamente irrazionale, bisogna fare un passo indietro. Tra la società fondata da Sergey Brin e Larry Page e le grandi testate è in corso da anni un braccio di ferro. Gli editori chiedono a Google di spartire con loro una quota dei guadagni, visto che è in buona parte grazie ai contenuti giornalistici che il motore di ricerca (dal quale Google ricava la maggior parte dei suoi 134 miliardi di dollari di fatturato annuo) ha senso di esistere. […] L’articolo 15 della direttiva UE sul copyright sostiene che le società tecnologiche debbano pagare per poter mostrare estratti da “pubblicazioni di carattere giornalistico”, eccetto che si tratti di “singole parole o estratti molto brevi di pubblicazioni di carattere giornalistico”. Gli estratti utilizzati dal motore di ricerca e da Google News sono sufficientemente brevi o sono invece troppo lunghi? Dipende da cosa decideranno le varie nazioni europee, che hanno tempo fino al giugno di quest’anno per trasformare in legge la direttiva Ue. Ma i rischi peggiori sono stati in parte disinnescati proprio grazie alle intese siglate in Europa per Google News Showcase, che – si legge nel comunicato ufficiale – «tengono in considerazione i diritti previsti dall’Articolo 15 della Direttiva europea sul copyright»”.

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