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La verità sulla Gestione separata dell’Inps

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L’analisi di Giuliano Cazzola

Che cosa si intende per Gestione Separata presso l’Inps? E’ un fondo pensionistico finanziato con i contributi previdenziali obbligatori dei lavoratori assicurati e nasce con la L. 335/95 (art. 2, c. 26) di riforma del sistema pensionistico, anche nota come riforma Dini.

Durante l’iter per l’approvazione di quella legge a Gianni Billia, allora presidente dell’Inps, venne un’idea ‘’geniale’’ che teneva insieme l’esigenza di assicurare la tutela previdenziale a categorie di lavoratori fino ad allora escluse, ma anche di cogliere l’occasione per ‘’fare cassa’’ per molti anni a beneficio dell’intero sistema nell’ambito del bilancio unitario dell’Istituto. Venne costituita la c.d. Gestione separata, finanziata col metodo contributivo, inizialmente con un’aliquota del 10%. Fu questa la scelta che caratterizzò l’operazione: una aliquota così bassa non avrebbe mai determinato montanti contributivi in grado di erogare trattamenti più che simbolici mentre avrebbe gettato le reti per una nuova raccolta di entrate senza corrispondenti uscite.

Poi l’aliquota si incamminata lungo un percorso di incremento fino all’attuale 25% per i professionisti (per i quali non è prevista apposita Cassa; 24% per i soggetti già pensionati o assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie, 33% per i collaboratori iscritti in via esclusiva. In tutti questi anni, pertanto prelievi contributivi provenienti da aliquote in crescita ha determinato un trend di saldi attivi che costituiscono il principale fattore di copertura delle gestioni in deficit. Poi – direbbe fra Cristoforo – anche per la Gestione separata ‘’verrà un giorno’’, nel quale si cominceranno a pagare le prestazioni e si porrà il consueto problema, dei sistemi finanziati a ripartizione, del rapporto tra contribuenti e pensionati. La gestione presenta (si veda l’VIII Rapporto di Itinerari previdenziali) un rilevante saldo positivo tra contributi e prestazioni che nel 2019 è stato di 7.391 milioni di euro. Il dato risulta da 8.572 milioni di entrate contributive e soltanto 1.181 milioni di uscite per prestazioni. Si tratta dell’unica gestione previdenziale del regime obbligatorio le cui prestazioni sono calcolate esclusivamente con il metodo contributivo. Il numero delle prestazioni erogate è di 472.434, in aumento rispetto alle 449.037 del 2018, ancora assai modesto e largamente inferiore al numero dei contribuenti (come detto 1.330.000). Anche l’importo medio delle pensioni in pagamento risulta contenuto (2.710 euro annui) ma ciò dipende sia dal breve periodo di versamenti (la gestione è iniziata nel marzo 1996) che dalle basse contribuzioni precedentemente in vigore.

La Gestione separata è considerata una sorta di Cayenna, il cotè previdenziale del precariato. La natura residuale dell’insieme di lavoratori iscritti (per iscritto attivo si intende un iscritto con almeno un versamento contributivo nel corso dell’anno) è ben evidente analizzando la loro straordinaria eterogeneità: un mix tra collocazioni marginali, nuove professionalità, indipendenti effettivi, figure senza soverchio bisogno di tutele (amministratori di grandi aziende), giovani a cavallo o in transizione tra formazione e lavoro (dottorati, medici specializzandi), come anche mestieri tradizionali (venditori porta a porta). E’ importante, allora, avvalersi dei dati forniti dal XX Rapporto dell’Inps per rendersi conto di quali siano le categorie interessate e quale sia la loro consistenza numerica. Si distinguono due grandi gruppi, divisi dall’operare o meno con partita Iva.

  1. I liberi professionisti con partita Iva ma senza Cassa previdenziale propria: si tratta essenzialmente di professioni relativamente nuove, non riconducibili ai tradizionali gruppi (avvocati, notai, geometri, ingegneri etc.) organizzati in Ordini professionali con propria Cassa previdenziale. L’ultimo dato
    amministrativo disponibile a consuntivo al momento della redazione di questo Rapporto è relativo al 2019: si tratta di 402mila lavoratori.
  2. Gli iscritti senza partita Iva. ,Il numero dei soggetti appartenenti a questa categoria sono diminuiti dell’1,7% tra il 2019 e il 2020, scendendo da 948.000 a 932mila lavoratori (di questi il 32% nel 2020 ha percepito l’indennità di sostegno anti COVID-19). Si tratta di un insieme eterogeneo al cui interno distinguiamo quattro
    sottocategorie:
  • gli “amministratori”: sono il gruppo più numeroso. Nel 2020 erano 549mila, in aumento rispetto al 2019 (+0,7%). Si tratta del vasto mondo di incarichi aziendali, soprattutto nelle società di capitali e nelle società a responsabilità limitata, quindi amministratori unici, sindaci, revisori dei conti etc. Per una parte di essi si tratta del lavoro principale e quindi sono veri e propri imprenditori; per altri si tratta di impegni accessori o complementari. Sono caratterizzati da una schiacciante prevalenza della componente maschile (quasi l’80%) con età media avanzata. Gli “esclusivi” sono 210mila: si tratta essenzialmente di amministratori di impresa. Tra il folto gruppo di titolari anche di altra assicurazione si distinguono i lavoratori autonomi (210mila tra commercianti e artigiani) e significativi sono anche i dipendenti (55mila) e i pensionati (51mila). Sembra difficile sostenere che si tratta di precari. Molti di loro svolgono queste attività in parallelo con altre attività anche di lavoro dipendente.
  • i “collaboratori” in senso stretto: è il gruppo che era stato dimezzato dal Jobs Act (nel 2014 aveva una consistenza di 530mila unità); nel 2020 la pandemia ne ha provocato un ulteriore ridimensionamento, infatti è diminuito del 5,4% scendendo da 283mila nel 2019 a 268mila nel 2020. Include le fattispecie più note a livello giornalistico, spesso identificate come il parasubordinato tout-court: (ovvero il prototipo del precario): collaborazioni coordinate e continuative, collaborazioni a progetto. In questo gruppo prevale la componente femminile. Per tre quarti (202mila) si tratta di esclusivi, quindi senza altre coperture. In oltre il 90% dei casi ha un solo committente e solo una frazione modesta (46mila) evidenzia una condizione reddituale tale da assicurarsi copertura previdenziale per un anno intero;
  • i soggetti in formazione post-laurea.
  • Gli assegnisti sono tenuti alla contribuzione alla Gestione separata dal 1998 (l. 449/1997) e i dottorandi con borsa di studio dal 1999 (l. 315/1998). I medici in formazione specialistica sono stati assoggettati alla contribuzione alla gestione separata a partire dal 2006. Nell’insieme questi soggetti erano 88.000 nel 2020, in diminuzione rispetto al 2019; gli andamenti sono oscillanti di anno in anno in funzione delle decisioni pubbliche in merito alle borse disponibili. Si tratta di dottorandi con borsa di studio, assegnisti e borsisti di vario genere, medici specializzandi: figure ibride, impegnate in attività in cui il confine tra formazione e lavoro può essere difficilmente identificabile. Queste figure non sono quindi titolari di un vero e proprio rapporto di lavoro. Comunque per esse è stato costruito un regime di tutele previdenziali (pensionistiche e non) che, di fatto, li assimila a lavoratori. Tra questi soggetti prevale la componente femminile e ovviamente si tratta di giovani, soprattutto ventenni e trentenni. Nel caso dei medici è prevista anche altra assicurazione in quanto comunque iscritti all’Ordine professionale. Trattandosi di condizioni continuative e regolate da redditi fissati da norme, danno luogo ad accrediti tendenzialmente lunghi: oltre la metà si trova l’intero anno accreditato;
  • un gruppo residuale di altre tipologie che nel 2020 riguardava 27mila persone, trattandosi soprattutto di venditori porta a porta (16mila), essendo ormai praticamente estinta la figura degli associati in partecipazione (erano 84mila nel 2014).3. I prestatori di lavoro occasionale.

Poiché stiamo camminando in partibus infidelium (secondo la prevalente dottrina sindacale) è il caso di saccheggiare ancora un po’ il XX Rapporto per occuparci del lavoro occasionale, dopo l’abolizione dei voucher (sotto la minaccia di un referendum abrogativo) e l’istituzione dei Contratti di prestazione occasionale (CPO) e dei Libretti Famiglia (LF). Le nuove regole di utilizzo hanno fortemente limitato la diffusione delle prestazioni di lavoro occasionale. Se infatti nel 2016, ultimo anno solare completo in cui sono stati vigenti i voucher, il monte lordo complessivo di prestazioni accessorie è stato come ordine di grandezza pari a 1,34 miliardi di euro per quasi 1,7 milioni di prestatori, nel 2018, primo anno solare completo in cui sono stati vigenti CPO/LF, il monte lordo complessivo di prestazioni di lavoro occasionale è stato, come ordine di grandezza, pari a 82 milioni di euro per circa 90mila prestatori. Più che di una contrazione i numeri raccontano di una frattura, di un cambio di paradigma. Sperando che non si sia trattato anche di un incremento del lavoro sommerso.

Questi sono i numeri della Legione Straniera del sistema pensionistico. Gran parte dei soggetti interessati è iscritta alla Gestione separata per un reddito che deriva da una attività lavorativa spesso accessoria a quella principale. Gli ‘’esclusivisti’’ sono qualche centinaio di migliaia. Un po’ pochi per essere i nuovi ‘’dannati della terra’’.

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