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Epr e rifiuti tessili: la nuova sfida della compliance nel settore moda

Il settore moda punta a migliorare la sostenibilità ambientale. L'Ue ha introdotto il principio di Responsabilità Estesa del Produttore (Epr), che obbligherà le aziende a farsi carico dell'intero ciclo di vita dei prodotti, finanziando raccolta, riuso e riciclo dei tessili. L'intervento dell’avv. Grazia Malinconico di Complegal

Nel settore moda si parla sempre più spesso di sostenibilità ambientale. Le ragioni sono evidenti, l’industria tessile è tra quelle maggiormente impattanti sotto il profilo ambientale, sia in termini di consumo di risorse che di produzione di rifiuti. A ciò si aggiunge la crescente diffusione di modelli produttivi legati all’ultra fast fashion, basati su grandi volumi di vendite a discapito della qualità e della tutela dell’ambiente e delle persone.

Proprio per queste ragioni, il settore tessile è stato incluso, già a partire dal 2020, nelle politiche europee di transizione verso un’economia circolare, con l’obiettivo di ridurne l’impatto ambientale e migliorare le condizioni di lavoro lungo la filiera produttiva.

In questo contesto, le aziende del settore sono chiamate oggi, più che mai, a promuovere modelli di business orientati al rispetto dell’ambiente e delle persone. Rispetto a quest’ultimo punto, infatti, anche il tema della tutela dei lavoratori ha assunto un rilievo centrale negli ultimi anni, soprattutto alla luce dei provvedimenti giudiziari che hanno coinvolto diverse grandi aziende della moda e del lusso  per aver posto in essere condotte agevolatrici colpose connesse allo sfruttamento illecito della manodopera lungo la catena del valore.

Tornando al profilo ambientale, nel 2025, con Direttiva Europea, è stato esteso il regime Epr al comparto tessile. L’Epr (Extended Producer Responsibility) comporta l’obbligo per i produttori di farsi carico delle responsabilità connesse all’intero ciclo di vita dei prodotti tessili, inclusa la fase successiva all’immissione sul mercato e, quindi, la gestione del bene una volta divenuto rifiuto. Di conseguenza, il produttore che immette un prodotto sul mercato incorrerà in due tipologie di responsabilità: una di natura finanziaria ed una di natura organizzativa. Sotto il profilo finanziario, i produttori saranno tenuti a versare un eco-contributo destinato a coprire i costi di gestione del fine vita dei prodotti tessili; in altri termini, dovranno finanziare la raccolta, la selezione, il riutilizzo e il riciclo dei rifiuti tessili. Sul piano organizzativo, invece, dovranno aderire a sistemi di gestione, individuali o collettivi, generalmente organizzati in forma consortile, incaricati di strutturare la raccolta, il trattamento e il riciclo dei rifiuti.

Per quanto riguarda l’Italia, il termine per attuare concretamente quanto previsto dalla direttiva europea è stato fissato al 2027. Nonostante ciò, il processo di recepimento è già in fase avanzata: il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha presentato una bozza di decreto per istituire in tempi rapidi, plausibilmente già entro la fine del 2026, lo schema della Responsabilità Estesa del Produttore per i prodotti tessili.

Saranno tenuti ad adeguarsi al regime Epr i produttori, intesi in senso ampio, compresi coloro che vendono mediante tecniche di comunicazione a distanza direttamente al consumatore o all’utente finale in Italia e, più in generale, tutti coloro che immettono per la prima volta prodotti tessili sul mercato nazionale. Saranno obbligati anche i distributori, ossia le persone fisiche o giuridiche che, operando nella catena di fornitura, rendono disponibile sul mercato un prodotto tessile, nuovo o usato.

Tra i principali obblighi previsti dall’attuale schema di decreto vi sono:

finanziamento e gestione della raccolta, selezione, riciclo e riuso;
versamento di un contributo ambientale proporzionato ai volumi;
iscrizione al Registro nazionale Epr;
adozione di un sistema di gestione autorizzato (collettivo o individuale);
redazione annuale di report e piani di prevenzione.
Lo schema di decreto introduce inoltre misure volte a promuovere l’ecoprogettazione, intesa come progettazione dei prodotti lungo l’intero ciclo di vita secondo criteri di sostenibilità. I produttori saranno tenuti a favorire il riuso e la riparazione dei prodotti tessili attraverso iniziative concrete, come la promozione del mercato second hand e campagne informative rivolte ai consumatori. Infine, viene rafforzato anche il principio di trasparenza: i produttori avranno l’obbligo di fornire informazioni chiare e facilmente accessibili sulla sostenibilità dei prodotti e sulle modalità corrette di conferimento dei rifiuti.

Alla luce di questo quadro, le aziende dovranno farsi trovare pronte sotto il profilo della compliance. L’introduzione dell’Epr potrebbe infatti rendere necessario un aggiornamento dei modelli organizzativi e dei sistemi di controllo interni, non tanto perché ogni novità normativa imponga automaticamente una revisione del Modello 231, quanto perché l’emersione di nuovi processi sensibili richiede una rivalutazione del risk assessment aziendale. A ciò si aggiunge che, alla luce dei più recenti interventi legislativi e gli ultimi orientamenti giurisprudenziali, le aziende del comparto moda sono chiamate a rafforzare in modo sempre più strutturato i controlli sulla filiera. Ciò implica l’adozione di presidi concreti di due diligence e monitoraggio dei fornitori, l’implementazione di protocolli di legalità e lo svolgimento di verifiche puntuali sui rapporti contrattuali e, più in generale, sull’affidabilità e reputazione degli operatori coinvolti lungo la catena.

La compliance si conferma ancora una volta quale leva strategica indispensabile per favorire la crescita aziendale nel rispetto della legalità, della sostenibilità ambiente e della tutela delle persone.

 

 

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