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Ecco gli effetti dell’inflazione sui conti pubblici italiani

Ecco la grande illusione che l’inflazione genera sui bilanci pubblici: credere che regali extra gettito da spendere allegramente. L'analisi di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.

Ci stiamo approssimando al momento della presentazione della Nadef, la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, presentato ogni anno intorno a settembre. La Nadef serve per aggiornare le previsioni su entrate e spese pubbliche, alla luce del quadro congiunturale. Quest’anno la nota di aggiornamento riveste particolare criticità perché dai suoi numeri uscirà la possibilità o meno di iniziare a ridurre le tasse. Idea piuttosto stravagante, data la congiuntura e la situazione strutturale dell’economia italiana, ma fingiamo di crederci.

Quello che dalla Nadef rischia di uscire, in realtà, non sono i margini per spingere qualche mancia in vista delle elezioni europee del giugno 2024 ma la presa di coscienza di quello che sarebbe dovuto essere chiaro a tutti, da almeno un anno: le stime di spesa erano e sono eccessivamente ottimistiche, e l’azione di un’inflazione corrosiva rischia di causare voragini in termini reali, gli unici che contano.

PIÙ AUSTERI DEL 2012

Per osservare i numeri di finanza pubblica ci avvaliamo, come spesso accade, dell’ottimo lavoro analitico svolto da Gianni Trovati sul Sole. La premessa è che l’inflazione ha giovato alle entrate, anche grazie all’assenza di un meccanismo di indicizzazione automatica di scaglioni d’imposta, detrazioni e deduzioni, tale da sterilizzare il fiscal drag.

Per contro, la spesa è rimasta pressoché ferma in valore nominale (con l’eccezione delle pensioni), e di conseguenza è stata abbattuta in termini reali, cioè al netto dell’incremento dei prezzi. Comparando i numeri del 2021 con quelli previsti per il 2024 a legislazione vigente (il cosiddetto tendenziale), si può toccare con mano l’entità di questa austerità reale.

Analizzando quindi il periodo 2021-24, con l’anno finale a legislazione invariata, Trovati giunge a questa conclusione:

Nel 2012 per esempio, nel tentativo di spegnere la tempesta dello spread volato a 575 punti, il Governo di Mario Monti fermò la spesa complessiva a 801,1 miliardi, cioè in valore reale il 6,7% in meno rispetto a tre anni prima. Oggi invece il programma di finanza pubblica prevede per il 2024 uscite per 1.076,8 miliardi, con un taglio reale rispetto al 2021 del 10,4%.

E dove si concentra, questo taglio reale? Nei grandi aggregati politicamente e socialmente più sensibili. Nella sanità, ad esempio, la spesa 2024 dovrebbe arrivare a 132,7 miliardi, con un aumento nominale del 3,75 rispetto al 2021 ma con una riduzione reale, cioè al netto dell’inflazione, dell’11,5%.

La spesa per il personale pubblico prevede nel 2024 un calo nominale di tre miliardi, il che significa un taglio reale rispetto al 2021 del 10,2%. I contratti della PA sono scaduti a fine 2021: per recuperare l’inflazione del 2022-24 servirebbero 32 miliardi di euro. Stesso taglio reale, il 10,2% colpisce nel periodo 2021-24 i consumi intermedi della pubblica amministrazione.

In sintesi, lo shock inflazionistico ha portato ad un aumento di entrate nominali che ha dato l’illusione ottica di disporre di un “tesoretto” da usare per attutire i danni. Nel frattempo, il fermo della spesa nominale, a parte le pensioni, ha posto le basi per un ulteriore decadimento delle prestazioni di ampi settori della pubblica amministrazione. Segnatamente, della spesa sanitaria, già fortemente compressa in un paese che sta invecchiando come pochi altri al mondo.

Riguardo ai consumi intermedi, che da anni sono al centro di pensosi dibattiti sulla loro compressione ed efficientamento, resta il problema di come gestire l’impatto sulla spesa corrente del PNRR. Perché a molti è sfuggita questa semplice relazione: l’aumento degli investimenti induce l’aumento di spesa corrente ad essi relativa.

NESSUN TESORETTO, SOLO UN “PRESTITO”

Questa è la grande illusione che l’inflazione genera sui bilanci pubblici: credere che regali extra gettito da spendere allegramente e discrezionalmente, quando il medesimo dovrebbe semplicemente essere “prenotato” ad adeguamento successivo della spesa nominale. Anche parziale, naturalmente, per considerare recuperi di produttività. Se ciò non avviene e l’illusorio extragettito nominale viene destinato ad altro, poi il risveglio è ruvido. Ricordate: il miglioramento dei saldi di finanza pubblica indotto dall’inflazione è solo un prestito.

Quindi, qualcuno potrà pure compiacersi per la cura dimagrante della spesa pubblica, ma farebbe bene a tenere a mente che il collasso di sanità e spesa corrente legata agli investimenti porterà a danni molto gravi al sistema paese. Anche per questo, la legge di bilancio 2024 si preannuncia molto difficile. Per fortuna, ci sono i buontemponi che ci tengono allegri vagheggiando di “taglio delle tasse”. Quello accadrà solo per chi può farlo, magari incentivato dallo sbraco della compliance che sta lentamente facendosi strada nella mente degli italiani, a furia di sentirsi dire che c’è bisogno di “pace fiscale”.

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