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Ecco perché non sono d’accordo con il catastrofismo dei sindacati

Produttività

I dati diffusi dall’Istat sul mercato del lavoro sembrano smentire le visioni pessimistiche dei sindacati. Ovviamente, non è il caso di fare il minimo cenno di ottimismo. Ma la smettano col raccontare un Paese che esiste solo nei loro incubi. Il commento di Giuliano Cazzola

 

“Siamo di fronte ad una situazione sociale esplosiva”. “Oggi è decisivo rimettere al centro il problema del lavoro, della lotta del precarietà. È il momento di fare scelte, locali e nazionali, in questa direzione. La politica deve tornare a occuparsi dei bisogni materiali delle persone”. Così il leader della Cgil in una recente dichiarazione. I dirigenti sindacali somigliano, ormai da troppo tempo, alla guarnigione della Fortezza Bastiani, il presidio militare che nel romanzo di Dino Buzzati (e nel film di Valerio Zurlini) consuma la propria esistenza al confine del Deserto dei Tartari, in attesa dell’invasione che potrebbe avvenire da un momento all’altro, ma che non arriva mai.

Il paragone è forse troppo severo, perché il futuro prossimo (ovvero alla ripresa autunnale) si annuncia difficile per tanti motivi che, proprio come la cavalleria tartara, sono sottratti in larga misura all’azione e alla responsabilità dei Governi (noi ne siamo addirittura privi, anche se l’ordinaria amministrazione dell’esecutivo di Mario Draghi è alla ricerca di tutti i possibili spazi di intervento). L’inflazione può avere effetti gravi sui bilanci delle famiglie; la crisi energetica potrebbe determinare battute d’arresto della produzione; della guerra in Ucraina non si vede a breve una fine ancorché provvisoria. Ma – per usare le parole di Landini – la situazione sociale non esplode.

I sindacati andavano in giro dicendo che il superamento del blocco dei licenziamenti avrebbe determinato la perdita di milioni di posti di lavoro, ma al dunque anche il nostro Paese ha preso parte alla grande illusione della Great Resignation, con centinaia di migliaia di lavoratori che approfittavano delle strozzature del mercato del lavoro per cercare occupazioni più favorevoli.

Nel 2021 – lo ha ricordato Draghi il 20 luglio nelle sue comunicazioni in Senato – “la spinta agli investimenti e la protezione dei redditi delle famiglie ci ha consentito di uscire più rapidamente di altri Paesi dalla recessione provocata dalla pandemia. Lo scorso anno l’economia è cresciuta del 6,6% e il rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo è sceso di 4,5 punti percentuali. La stesura del Piano nazionale di ripresa e resilienza, approvato a larghissima maggioranza da questo Parlamento, ha avviato un percorso di riforme e investimenti che non ha precedenti nella storia recente (….) E siamo intervenuti – ha aggiunto – con determinazione per proteggere cittadini e imprese dalle conseguenze della crisi energetica, con particolare attenzione ai più deboli. Abbiamo stanziato 33 miliardi in poco più di un anno, quasi due punti percentuali di Pil, nonostante i nostri margini di finanza pubblica fossero ristretti. Lo abbiamo potuto fare grazie a una ritrovata credibilità collettiva, che ha contenuto l’aumento del costo del debito anche in una fase di rialzo dei tassi d’interesse”.

Il Governo è caduto su di un provvedimento che stanziava altre risorse per famiglie e imprese; e il Governo, nonostante la crisi, ha promesso alle parti sociali nuovi aiuti ai lavoratori e ai pensionati. Ma la cosa incomprensibile riguarda il trend positivo dei fondamentali dell’economia. Nel primo semestre del 2022 l’Italia è il Paese dell’Eurozona a vantare la crescita più elevata, superiore alle previsioni e alle aspettative: una crescita – il dato va notato – dovuta più alle dinamiche del mercato interno che alle esportazioni.

Alla base di questo exploit stanno in particolare fattori stagionali come la ripartenza alla grande del turismo anche da parte degli stranieri. Ma non raccontiamoci delle balle, anche le famiglie italiane hanno sostenuto il settore che ammette situazioni del tutto esaurito, nonostante le difficoltà a trovare manodopera. Cominciano ad avvertirsi in Italia gli effetti della crisi demografica anche sul mercato del lavoro; e l’immigrazione non è più in grado di compensare il fabbisogno occupazionale di taluni settori. È dal 2014 che gli immigranti non sono più riusciti a pareggiare il deficit tra nascite e decessi, mentre nello stesso tempo cominciava a verificarsi l’emigrazione di giovani italiani (il 41% laureati) in cerca di lavoro in altri Paesi. La popolazione residente dal 1° gennaio 2014 al 31 dicembre 2021 è diminuita complessivamente di oltre il 2%, nelle regioni meridionali è calata più del 4% (del 4,7% nell’insieme delle Isole). Traducendo queste significative percentuali in numeri assoluti, dal 2014 al 2021 sono “svaniti nel nulla” 1,4 milioni di residenti; di questi il Mezzogiorno ne ha persi 900mila.

C’è anche questo aspetto – ovvero la riduzione delle platee di riferimento – alla base della tenuta dei livelli di occupazione, il cui tasso, secondo i recenti dati dell’Istat, supera il 60%, attestandosi al livello record del 1977; quello di disoccupazione resta stabile all’8,1% e il tasso di inattività scende al 34,5%. Dopo il calo registrato a maggio, il numero di occupati torna ad aumentare per effetto della crescita dei dipendenti permanenti, superando nuovamente i 23 milioni. Rispetto a giugno 2021, il numero di occupati sale dell’1,8% (+400mila), incremento determinato dai lavoratori dipendenti che, a giugno 2022, ammontano a 18,1 milioni. Rispetto a maggio l’occupazione aumenta (+0,4%, pari a +86mila) per entrambi i sessi, per i dipendenti permanenti e in tutte le classi d’età, con l’eccezione dei 35-49enni tra i quali diminuisce; in calo anche gli autonomi e i dipendenti a termine. La diminuzione del numero di inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -91mila unità) coinvolge uomini e donne e le classi d’età al di sotto dei 50 anni. Il tasso di inattività scende al 34,5% (-0,2 punti). Confrontando il secondo trimestre 2022 con il primo, si registra un aumento del livello di occupazione pari al +0,4%, per un totale di 90mila occupati in più.

Ma non c’è solo l’Istat. Dall‘analisi del mercato del lavoro in Italia di luglio 2022, redatta congiuntamente da ministero del Lavoro, Anpal e Banca d’Italia, emerge che l’occupazione dipendente continua a crescere. Nei primi 6 mesi del 2022 sono stati creati oltre 230.000 posti di lavoro, con un aumento di 100.000 unità rispetto a quelli del 2019. Da segnalare il saldo positivo dei rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato  (dalli alla precarietà!) sottoscritti a giugno (+53.000), che ha beneficiato del continuo aumento delle trasformazioni, mentre è negativo quello dei rapporti a termine (-13.000). Nel comparto industriale il numero di nuove posizioni lavorative è rimasto stabile, mentre nelle costruzioni si è confermata la forte frenata già riscontrata nel bimestre marzo-aprile. Anche nel commercio e nel turismo, nei primi sei mesi dell’anno, sono stati creati oltre 90.000 posti di lavoro, circa 29.000 in più di quelli del 2019.

Ovviamente, non è il caso di fare il minimo cenno di ottimismo. Ma la smettano col raccontare un Paese che esiste solo nei loro incubi.

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