Economia

Perché sono le banche tedesche e francesi a tremare per la Brexit

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Brexit

C’è il potenziale bubbone dei derivati dietro le ansie delle banche tedesche e francesi su Brexit. Tutti i dettagli nell’analisi di Fabio Dragoni e Giuseppe Liturri tratta da La Verità

 

Chi ha più paura della Brexit? I pescatori scozzesi che esportano granchi e capesante e i produttori italiani che esportano prosecco o una decina di amministratori delegati di grandi banche tedesche e francesi? La grancassa mediatica continua a parlare dei primi, ma il problema più serio potrebbe riguardare i secondi e, a cascata, l’intero sistema bancario dell’eurozona.

La data fissata per la Brexit è il 31 ottobre 2019. Gli scenari possibili per Boris Johnson sono tre.

1) Sottomettersi al volere del Parlamento che con una specifica mozione gli impone di chiedere un ennesimo rinvio.

2) Disobbedire a Westminster, dare esecuzione al referendum popolare del 2016 e quindi virare verso una Brexit dura e senza accordi.

3) Infine un compromesso che consenta un’uscita morbida del Regno Unito.

Quello che il leader euroscettico Nigel Farage polemicamente definisce come “Niente Voce, niente Veti e niente Voti” ovvero un’accettazione a suo dire incondizionata dello strapotere di Bruxelles o più semplicemente un accordo fra le parti che abbia ad oggetto diverse materie: da una provvisoria permanenza dell’Irlanda del Nord dentro l’UE (e non a tempo indeterminato come stabilito nel cosiddetto backstop) al pagamento dei contributi ancora dovuti (circa 39 miliardi di sterline); stando magari dentro l’Unione Doganale, accettando ad esempio limiti sulla pesca, divieti agli aiuti di stato, obblighi di armonizzazione delle aliquote fiscali con quelle dei paesi comunitari ed aderendo al sistema di difesa europeo. Ma soprattutto continuando a sottostare al diritto UE sui molti contratti transnazionali ancora in essere e futuri.

Ed è quest’ultimo un tema di particolare rilevanza soprattutto per moltissime banche, e non solo, d’oltre Manica. Tanti sono infatti i contratti derivati stipulati soprattutto da banche francesi e tedesche, che detengono da sole il 75% di una montagna di €6.800 miliardi presenti nei bilanci delle banche europee e la cui incidenza sfiora il 18% del loro attivo. Il valore di questi contratti “deriva” appunto dal valore di grandezze sottostanti la cui dinamica determina la corresponsione di pagamenti da parte di uno dei due contraenti nei confronti della controparte. Il caso classico è quello di un interest rate swap.

La banca A che ha contratto un prestito -il cosiddetto valore nozionale nel gergo dei derivati- a tasso variabile (e quindi legato ai movimenti dell’indice euribor) intende trasformarlo per fatti suoi in un tasso fisso. Deve quindi trovare sul mercato una controparte B che abbia viceversa l’esigenza di trasformare il tasso da fisso in variabile. Ad ogni data scadenza (generalmente ogni tre mesi) le banche “si scambiano soldi”. A paga a B il tasso fisso mentre B paga ad A il tasso variabile. Ovviamente tutto si semplifica (si fa per dire) ed i trasferimenti di fondi avvengono a valori netti. Se A deve a B dieci mentre quest’ultima deve ad A nove funziona che A pagherà uno ed è morta li. Serve un interlocutore che faccia da cassa di compensazione e garanzia in queste situazioni. Una funzione di clearing si dice in gergo.

Questi interlocutori hanno tradizionalmente sede a Londra. La capitale finanziaria del continente. Ed i relativi contratti, molto lunghi, particolarmente complessi, scritti appunto in lingua inglese e codificati in maniera standard dall’ISDA (International Swaps and Derivatives Association) sottostanno al diritto inglese che si troverebbe all’improvviso privo del necessario coordinamento col diritto UE. Allora cosa avverrebbe in caso di Brexit senza accordo? Se la Banca A (o la banca B) litiga con la clearing house, oppure litigano tra loro, dov’è che si va a discutere? E quale legge si applica? Va subito detto che, soprattutto Francia e Germania, si sono affrettate a varare provvedimenti finalizzati a scongiurare questa eventualità.

Nel caso di Brexit senza accordo è già previsto un nuovo corpus di regole che disciplineranno i contratti in essere ed i rapporti con le clearing house londinesi. La stessa ISDA ha predisposto delle soluzioni alternative in dipendenza dell’esito dei negoziati per la Brexit. Ma è proprio l’esistenza di un diverso diritto tra il prima ed il dopo a creare incertezza. Un contratto nato sotto una legislazione e successivamente ‘esportato’ sotto un’altra (si parla di Stato di New York o altro Stato UE), rischia di lasciare un fianco scoperto.

Se le parti accettassero tali nuove regole, nessun problema. Ma un vero e proprio automatismo non esiste. Ma pensate davvero che non ci sia in giro per il mondo un agguerrito stuolo di avvocati desideroso di speculare sull’argomento, magari a favore della banca che in quel momento è costretta a pagare un differenziale su quel derivato? È una debolezza strutturale che non può essere sanata in alcun modo. Potrebbe essere sufficiente l’annuncio di una sola causa legale per scatenare un’ondata di incertezza, finanche di panico, sulle banche franco-tedesche.

Ma non finisce qui. La stessa Vigilanza BCE ha ammesso che valutare quegli strumenti finanziari derivati è come determinare il sesso degli angeli, infatti quelli più illiquidi sono valutati utilizzando modelli interni. In pratica sono le stesse banche che si autoassegnano il valore. Il trionfo dell’opinione ‘pro domo loro’ (delle banche franco-tedesche).

Se già oggi i regolatori ed i revisori sono in difficoltà con le valutazioni di quegli strumenti, cosa accadrebbe se domani questi finissero al centro di un maxi contenzioso davanti alle Corti inglesi o dell’Unione, a seconda dei casi? Come potrebbero costoro sentirsi tranquilli nel valutare il bilancio di una banca imbottita di una roba il cui prezzo è in discussione presso un Tribunale?

Nel mondo della finanza si parla di ‘cigno nero’ per riferirsi ad un evento raro, imprevedibile e dagli effetti disastrosi. Qualora accadesse qualcosa di simile non sarà il Regno Unito a sprofondare nell’oceano in caso di Brexit, ma bisognerà guardare alla solidità di qualche grattacielo di Parigi, Berlino o Francoforte.

E stavolta i crediti allegramente concessi alla Grecia dalle banche franco-tedesche, poi generosamente salvate dal denaro pubblico (anche italiano), sembreranno schiuma sulla battigia al confronto con le onde che si solleveranno e che rischiano di scoperchiare bilanci pieni di strumenti di cui perfino la Vigilanza BCE stenta a capirci qualcosa.

(Articolo pubblicato sul quotidiano La Verità il 12 ottobre 2019)

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