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Pnrr

Ecco le bufale dei giornaloni sul Pnrr rivisto dal governo

Come e perché grandi giornali, opposizioni e regioni sbagliano sul nuovo Pnrr del governo Meloni. L'approfondimento di Giuseppe Liturri

 

Quella appena terminata è stata una settimana densa di eventi sul fronte del Pnrr.

Martedì e mercoledì – tra aule parlamentari e giornali che hanno pedissequamente rilanciato slogan privi di alcun riferimento fattuale – abbiamo oltrepassato abbondantemente i confini della realtà con un diluvio di bugie, inesattezze, interpretazioni scorrette che però, proprio per il loro ossessivo ripetersi, sembrano aver guadagnato il rango di verità. Al punto da richiamare alla memoria il famoso aforisma “Ripetete una bugia, cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità” attribuito al gerarca nazista Joseph Goebbels per descrivere il dibattito – definito “surreale” dal ministro Raffaele Fitto martedì alla Camera – in corso sulla revisione del PNRR.

Allora cerchiamo di riportare un minimo di ordine, attenendoci rigorosamente ai fatti ed ai documenti. Martedì Fitto ha concluso la prima fase di un’operazione verità che aveva avviato da mesi, finalizzata a comprendere cosa fosse rimasto indenne dopo il passaggio sul PNRR del rullo compressore costituito da un’inflazione senza precedenti negli ultimi quaranta anni e dai primi veri controlli della Commissione sugli obiettivi quantitativi del piano.

L’esito – anticipato già ad inizio giugno con la terza relazione alle Camere e definito con la proposta di revisione presentata il 27 luglio – è che bisogna rivedere ben 144 obiettivi e traguardi sui 346 che residuano a partire dalla quinta alla decima rata. Nulla di particolarmente nuovo, poiché la relazione di giugno aveva già individuato ben 118 progetti in odore di revisione o bocciatura. Queste modifiche si aggiungono a quelle relative alla quarta rata (10 su 27 obiettivi) che la Commissione ha già approvato venerdì scorso e per le quali ora si attende la decisione di esecuzione del Consiglio Ecofin entro 4 settimane.

La proposta di Fitto non ha fatto che prendere atto dell’esperienza maturata nei sette lunghi mesi che la Commissione ha impiegato per la valutazione (preliminare!) del conseguimento degli obiettivi della terza rata. Quell’esperienza ha costretto tutti a prendere atto che portare avanti il piano abbozzato dal governo Conte 2 e perfezionato e poi inviato a Bruxelles dal governo Draghi ci avrebbe condotto a perdere una fetta significativa dei fondi disponibili. Pertanto, il ministro ha operato preventivamente, perché dopo il 31 agosto e fino al 2026 la Commissione avrebbe calato la scure. Chi oggi parla di “tagli” trascura colpevolmente che quei progetti sono stati, di fatto, tagliati dalle regole UE, non da Fitto. Se il setaccio è a maglie strettissime, non è certo colpa di Fitto che ne ha preso atto ed evitato che progetti anche meritevoli finissero per restare incastrati in quelle maglie.

Si trascura altresì che per 16 miliardi di progetti che il PNRR non finanzia più, ce ne saranno circa 19 che entrano nel nuovo capitolo (RepowerUE) dedicato all’efficientamento ed alla sicurezza energetica. Nessuno è stato in grado di contraddire Fitto quando ha meticolosamente elencato le caratteristiche dei “pozzi avvelenati” – di cui ha parlato l’onorevole Alberto Bagnai in aula – presenti nel PNRR: circa 50 miliardi di progetti anteriori al febbraio 2021 alcuni dei quali non rispettano le condizioni poste successivamente dal Regolamento; investimenti che non rispettano il principio di non arrecare danni all’ambiente; progetti con migliaia di soggetti attuatori il cui carico amministrativo non è gestibile in tempi ragionevoli; opere i cui costi sono esplosi e i cui tempi di avvio non consentiranno la rendicontazione entro il 2026. Fitto ha ricordato la vicenda dei Piani Urbani Integrati, relativi anche gli stadi di Firenze e Venezia. Erano tra i 25 (su 55) obiettivi della terza rata che il governo Draghi dava per conseguiti, con tanto di decreti ministeriali già emanati ad aprile 2022 per assegnare i fondi ai 31 progetti selezionati, stadi inclusi. Peccato che la Commissione – che però sapeva, perché non poteva non aver seguito quell’iter – si sia accorta solo nel 2023, in fase di verifica, che quei progetti non rispettavano le condizioni del Regolamento. Davvero qualcuno pensava seriamente che il governo e l’intero Paese fosse disposto a farsi cuocere a fuoco lento in questo modo per ogni semestre fino al 2026? Anche a prescindere dalle criticità dei progetti definanziati, vige il principio di massima efficacia e rendimento marginale degli investimenti. E dopo la crisi energetica che ha investito l’Italia a partire dall’autunno 2021, qualcuno crede, restando serio, che sia meglio finanziare la pista ciclabile di Roccacannuccia anziché irrobustire le reti energetiche e fornire incentivi alle imprese per diminuire la dipendenza dalle fonti fossili a favore di quelle rinnovabili?

Invece dibattito zero. Perché la grancassa dei giornaloni si è affrettata ad amplificare tre righe che il Servizio studi della Camera ha dedicato alla necessità di indicare le nuove fonti di finanziamento per i progetti non più inclusi nel PNRR. Anche qui, sarebbe stato sufficiente leggere qualche riga oltre per apprendere che l’indicazione delle nuove fonti di finanziamento c’è (fondo di coesione, fondi strutturali europei e fondo complementare), ma è ovviamente di massima, come è normale che sia a questo stadio.

Stupisce anche la reazione delle Regioni, di cui ha dato conto giovedì il Fatto Quotidiano, riferendosi ad una lettera che la conferenza dei governatori ha inviato al ministro Fitto per chiedere un incontro urgente per discutere della revisione del PNRR. Stupisce perché proprio il Servizio studi della Camera dà conto di ben 13 riunioni svolte dalla Cabina di regia per il PNRR tra novembre 2022 e fine luglio 2023 per, tra l’altro, “individuare e preparare le proposte di aggiornamento, modifiche e rimodulazioni del Piano, a partire dalla stesura del capitolo italiano di REPowerEU, anche attraverso la presenza agli incontri delle Cabine di Regia di Regioni, ANCI e UPI, nonché delle principali società partecipate pubbliche”. Non crediamo abbiano parlato di calciomercato. Allora vien da pensare – anche alla luce delle osservazioni presenti nella lettera – che i governatori non condividano le scelte di Fitto, cosa ovviamente legittima, e siano stati poco attenti alle spiegazioni fornite anche alla Camera. Perché il ritardo nell’avanzamento degli investimenti non è l’unico criterio usato per escluderli dai fondi del PNRR. A cosa sarebbe servito concludere per tempo un progetto se poi si sarebbe schiantato contro il mancato rispetto di una delle tante condizioni poste dal Regolamento (vedi la sorte degli stati di Firenze e Venezia)? Che pare la stessa sorte a cui sarebbero andate incontro le “ciclovie turistiche” che, pur in stato di avanzata attuazione, Fitto ha escluso, non per fare sfregi a qualcuno, ma per salvarle dagli sfregi della Commissione. Se il problema delle Regioni è quello di tenersi stretti i Fondi di Coesione (da cui Fitto vorrebbero attingere per finanziare quanto escluso dal PNRR) allora è bene dirlo chiaramente e non usare strumentalmente altri argomenti.

Altrettanto surreale il presunto arretramento del governo negli obiettivi di lotta all’evasione fiscale. L’obiettivo è la riduzione della propensione all’evasione (rapporto tra imposte evase e gettito potenziale) misurata nel 2019 (18,5%) del 5% e del 15% rispettivamente nel 2023 e nel 2024, quando dovremmo arrivare al 15,7%. SI badi bene che ciò non significa ridurre l’evasione fiscale del 15%, come pure è stato sciattamente scritto. Infatti il gettito potenziale presente al denominatore del rapporto è anch’esso un dato stimato soggetto a variazione e quindi suscettibile di influenzare il rapporto stesso. In ogni caso, si tratta di un obiettivo “lunare” se si considera che nonostante tutti gli sforzi su quel fronte, ci siano voluti quattro anni per scendere dal 21,4% del 2015 al 18,5% del 2019. Tra 2022 e 2023, con le cicatrici di lockdown e crisi energetica sulla pelle, Fitto si limita a prendere atto che il tasso di default delle imprese italiane è quasi quintuplicato ed è un dato fuori dal controllo del governo. Risulta pertanto ragionevole attendersi una discesa più lenta di quel rapporto ed è quindi opportuno ritarare l’obiettivo. O è meglio schiantarsi contro l’ostacolo come degli irresponsabili?

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