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Ecco la sorpresina del debito nel Recovery Plan

Commissione

L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Il primo settembre, davanti agli europarlamentari delle Commissioni affari economici e bilancio, i commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni hanno fatto il punto della situazione del Next Generation UE, lo strumento “poderoso e tempestivo” di cui si discute ormai da un anno e mezzo e che è entrato solo da poche settimane nella fase esecutiva.

Si tratta del cosiddetto “dialogo” tra Europarlamento e Commissione, con il quale si tenta di offrire un minimo di visibilità alla prima istituzione su un processo dominato da Commissione e Consiglio.

In preparazione dell’incontro i servizi dell’europarlamento hanno redatto un documento in cui le sorprese – tali solo per chi in questi mesi si è fatto abbacinare dalla propaganda di Bruxelles – non mancano. Si conferma ciò che avevamo previsto e che sia l’European Fiscal Board (EFB) che la stessa Eurostat hanno ribadito: a partire dal 2028, l’onere del rimborso del debito che la UE sta cominciando a contrarre emettendo bond, entrerà immediatamente a far parte (in proporzione al reddito nazionale lordo) del debito pubblico degli Stati membri.

Per l’Italia si tratta di circa 50/60 miliardi che faranno aumentare il rapporto debito/PIL di 4 punti percentuali. Questo rapporto – che a fine 2021 sfiorerà il 160% e che nel 2024 è previsto faticosamente scendere fino al 153%, per poi tornare ai livelli pre pandemici solo nel 2032 – nel bilancio 2028 aumenterà di 4 punti, ritornando tutto d’un colpo lievemente al di sopra del 150%. Questo nella migliore delle ipotesi previste dal Mef, quella in cui si dispiegheranno in pieno gli effetti del NgEU. Lo scenario intermedio previsto nel DEF di aprile mostra una curva di riduzione del debito/PIL molto meno ripida.

In alternativa a questo secco aumento di debito, la UE potrebbe dotarsi di risorse proprie aggiuntive (cioè tasse a carico di imprese e lavoratori). Ma è proprio il vacillare di tale ipotesi che rende molto credibile quanto già previsto da Eurostat e dal EFB. Infatti è già saltata la scadenza dello scorso luglio, entro la quale la Commissione avrebbe dovuto presentare una proposta per una nuova imposta sul settore digitale, sulle emissioni di CO2 e sui prodotti importati con una elevata “impronta” di CO2. La prossima scadenza è ora fissata al 22 dicembre. E non osiamo immaginare cosa ne sarà dell’altra scadenza del giugno 2024, prevista per il varo di una tassa sulle transazioni finanziarie ed una tassazione del reddito societario.

Da qui l’esigenza formale di costituire gli Stati membri come debitori delle risorse che devono affluire dal 2028 al 2058 al bilancio UE per rimborsare i bond emessi fino al 2026. Si tratta, beninteso, solo dei bond emessi i cui proventi saranno destinati poi a sussidi (390 miliardi). Perché i bond destinati all’erogazione di prestiti (360 miliardi), genereranno da subito un doppio effetto nel bilancio degli Stati: aumenterà il debito pubblico ed aumenterà il deficit al momento dell’esecuzione della spesa. Invece la spesa sostenuta dagli Stati e finanziata da sussidi non inciderà sul saldo di bilancio, per effetto della compensazione delle due voci.

Si ridimensiona così vistosamente il saldo positivo per l’Italia: i 122 miliardi di prestiti aumenteranno da subito il debito, rimborsato per definizione; gli 84 di sussidi (69 del RRF ed altri 15 di strumenti minori) saranno restituiti alla UE, via maggiori contributi che dal 2028 costituiranno debito pubblico. Il saldo netto si riduce a poco meno di 30 miliardi in 6 anni. Il piatto di lenticchie, di cui scriviamo ormai da un anno e mezzo, è diventato realtà.

Il documento dedica non poco spazio al ruolo dei meccanismi di “difesa del bilancio dell’Unione”. Essi operano a due livelli: c’è una norma specifica all’interno del regolamento del RRF che dispone tutele e blocco dei pagamenti per casi di frode, corruzione e simili. E poi c’è lo strumento di portata più ampia, il regolamento 2092 (sul cosiddetto “Stato di diritto”) in cui i casi di intervento per sanzionare Stati non allineati al rispetto di “valori” della UE (un magma indistinto utilizzabile al bisogno con ampia discrezionalità) sono molto più ampi e le sanzioni molto più invasive. Si richiama anche il ruolo della superprocura penale europea (EPPO) operativa dal 1 giugno scorso. Tale regolamento è però tuttora oggetto di ricorso davanti alla Corte di Giustizia ad opera di Polonia e Ungheria e la Commissione si è impegnata a non attivarlo fino all’emissione della sentenza.

Tutto questo macchinoso marchingegno finanziario e burocratico per constatare che il NgEu porterà gli investimenti pubblici ad un livello che nel 2023 (anno di punta del Ngeu) saranno pari al 3,5% del PIL, ancora al di sotto del 3,7% toccato nel 2009, a cui seguirono i famosi dieci anni di “austerità espansiva” che li fecero precipitare verso il 2%. In valore assoluto, a prezzi costanti 2015, abbiamo riconquistato il livello del 2009. Dopo anni di siccità, è comprensibile salutare con favore una borraccia d’acqua. Purché non si dimentichi che è solo quella sottratta a lungo al nostro Paese.

Purtroppo non mancano i dubbi anche sulla “qualità dell’acqua”. Ad oggi sono 25 i recovery plan presentati, di cui 18 già valutati positivamente dalla Commissione e 9 (tra cui l’Italia) beneficiari dell’acconto del 13%. Agli europarlamentari viene infatti ribadito che tutti gli esborsi successivi con cadenza semestrale dipenderanno dal corretto conseguimento degli obiettivi qualitativi e quantitativi meticolosamente previsti dagli accordi operativi firmati prima del pagamento, assieme al contratto per i sussidi e quello per il prestito. Tali documenti sono “stati discussi informalmente tra Commissione ed esperti degli Stati membri” ma, ad oggi, sono avvolti dal più completo mistero, anche relativamente al tasso di interesse che è stato applicato sui primi 16 miliardi di prestito erogati.

A questo proposito lo studio conferma che il NgEu è sostanzialmente dimezzato nel suo impatto, poiché solo Italia e Grecia hanno richiesto tutti i prestiti disponibili (pari a 360 miliardi, ma richiesti per 166).

Da notare, da ultimo, due effetti distorsivi collegati: quando termineranno gli investimenti del NgEU, la regola della spesa (crescita non superiore al 0,5%) tornerà a mordere ferocemente e, allo stesso tempo, un Paese che volesse mantenere inalterato il livello di investimenti si vedrà accusato di espansione fiscale e quindi costretto a tagliarli, solo perché quegli investimenti non saranno più finanziati da sussidi.

Per il solo fatto di aver bevuto oltre la razione consentita, si dovrà tornare a morire di sete. Queste sono le regole della UE che contribuiscono a mantenere l’eurozona come fanalino di coda delle aree economiche più sviluppate.

Ma purtroppo farsi bene i conti ed evitare di sognare conduce ad essere bollati come “gelidi antipatizzanti dell’UE”.

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