Economia

Ecco il mio piano A per svegliare l’Europa. Parla Savona

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 L’intervista del ministro degli Affari europei, Paolo Savona, al quotidiano La Verità

«E il “piano B”?». Raramente un ministro della Repubblica italiana è stato inchiodato a una parola e una lettera. Capita invece a Paolo Savona, da quando è stato membro in pectore del primo governo Conte (quello mai nato, proprio per un veto del Quirinale sul professore sardo). Da allora, qualsiasi cosa dica o faccia, alle Camere o a un convegno, alla stampa estera o mentre torna a casa, l’ex ministro di Carlo Azeglio Ciampi viene inevitabilmente costretto in un gioco mediatico in cui, gira e rigira, lui è quello che «studia il piano B», che vuole portare l’Italia fuori dall’euro, che destabilizza i mercati, che fa volare lo spread, che scherza con il fuoco.

Nel frattempo, il titolare degli Affari europei del governo giallo-blu ha partecipato al comitato intergovernativo, ha riferito davanti alle Commissioni UE del parlamento, ha iniziato a lavorare insomma. Ma non se ne esce: resta quello del piano B, che gli altri – dal vicepremier Luigi Di Maio al ministro dell’Economia Giovanni Tria – secondo molti giornali «smentiscono» a prescindere, anche se al fondo dicono le stesse cose. E cioè un assunto di puro buon senso: questo governo non lavora per l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, ma la situazione internazionale impone di essere pronti a tutto, come del resto mostra il fatto che di «piani B» si discute apertamente nel dibattito politico e mediatico internazionale, dalla Germania in giù.

Paolo Savona accetta un lungo colloquio con La Verità, dove per la prima volta spiega a un giornale il suo piano, che poi è quello del governo: cosa vuole dall’Europa, con che mezzi, con quali contrappesi negoziali.

Ministro, vuole chiarire la sua posizione sul famoso «piano di uscita dall’euro», a cui il suo nome è stato associato con forti polemiche?
«Ho chiarito più volte, e la mia posizione è stata volutamente distorta. Preferisco parlare del “piano A”, cioè della nostra azione di governo, di come l’Italia può restare nell’Unione europea e, di conseguenza, di come questa possa sopravvivere. Del resto, è il tema oggetto del mio intervento alle Camere del 27 giugno e del 10 luglio. Constato che esso, con poche eccezioni, non è stato adeguatamente considerato».

Cos’è dunque il piano A?
«Esso si compone di due parti. La prima: quale politica economica il governo si prefigge di seguire? E la seconda: quali richieste rivolge all’Ue per realizzare tali obiettivi?».

Andiamo con ordine. Qual è la politica economica del governo, e come si intrecciano le sue idee con i conti del collega Giovanni Tria, che di recente è parso smentirla?
«Il dibattito sui media su questo aspetto dell’iniziativa del governo si è concentrato in prevalenza sul costo delle promesse contenute nel Contratto stipulato da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e che i commentatori calcolano nell’ordine di 100 miliardi di euro, chi più chi meno. La conclusione di questi commentatori è che le promesse non si possono soddisfare».

Non è cosi?
«La risposta da me comunicata al parlamento, in accordo con il presidente del Consiglio, i due vicepresidenti e i colleghi di governo è la seguente: l’Italia da tempo vive al di sotto delle proprie risorse, come testimonia un avanzo di parte corrente della bilancia estera. Tale avanzo non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l’incontro tra i vincoli di bilancio e dì debito dei Trattati europei. Questo nonostante abbia ancora una disoccupazione nell’ordine del 10% della forza lavoro, e rischi crescenti di povertà per larghe fasce della popolazione. L’avanzo sull’estero di quest’anno è al 2,7% del Pii, per un valore complessivo di circa 50 miliardi: esattamente ciò che manca alla domanda interna».

Lei ribalta la narrazione media di un Paese al di sopra delle sue possibilità, che si è indebitato e ora deve pagare per non gravare sulle generazioni future. Pensa che l’UE possa accettare questo ribaltamento?
«Se l’UE lo accetta, meglio ancora se propone essa stessa, nel reciproco interesse, un piano di investimenti di tale importo, la crescita del Pil nominale che ne risulterebbe può consentire un gettito fiscale capace di coprire allo stesso tempo la quota parte delle spese correnti implicite nelle proposte di Flat tax, salario di cittadinanza e revisione della Legge Fornero senza aumentare né il disavanzo pubblico né il rapporto debito pubblico/Pil su base annua».

Tria è d’accordo?
«Lo ha ripetuto anche lui più volte. Il problema è la cadenza temporale dell’operazione, non la possibilità di attuarla. Esiste cioè una possibilità tecnica, occorre una volontà politica di rispettare tempi e dimensioni delle operazioni».

Quindi il «piano A», la richiesta all’Unione Europea, è questa: sostenere un piano di investimenti, insomma fare deficit con la speranza che questo riduca nel tempo il debito/Pil? «Innanzitutto chiederemo che la Commissione condivida la proposta di politica economica che ho illustrato. Dicevo “nel reciproco interesse”: occorre infatti che l’UE riconquisti la fiducia dell’opinione pubblica, non solo italiana, prima delle prossime elezioni europee, la cui data incombe. In ogni caso, una semplice accettazione della logica di una politica di domanda, cioè più spesa per investimenti, non basta per risolvere le radici del calo dei consensi: occorre rafforzare le istituzioni europee a cominciare dalla Bce, per garantire una “politeia”, ovvero una gestione del bene comune, e non appena una governance, che considero un fatto prevalentemente tecnico».

A parole sembra semplice. In pratica come si fa?
«Intanto occorre recuperare il disegno iniziale europeo, che dovrebbe puntare a realizzare una gestione in comune su basi sussidiarie delle sorti dei popoli europei, per garantire loro quanto promesso: pace e benessere. Questo sulla base del principio di curare a livello UE gli obiettivi che non possono essere raggiunti a livello nazionale. Per raggiungere questo risultato occorre muovere verso una cultura comune che non respinga la ricchezza di quelle nazionali. Lo strumento è la creazione di una scuola europea di ogni ordine e grado che preveda l’insegnamento anche della storia di ogni singolo Paese».

Si dovrebbe cioè partire dalla scuola? E cosa c’entra allora la Bce?
«La Banca centrale è l’unica istituzione europea dotata di un potere particolarmente importante: crea quella che gli economisti chiamano base monetaria, e che l’uomo comune chiama moneta: l’euro. Questa funzione è stala limitala per circostanze storiche negli obiettivi – la stabilità monetaria o la lotta all’inflazione – e negli strumenti, cioè negli interventi a favore delle banche, poi ampliati ma sempre con strette limitazioni. L’euro è ora la seconda moneta negli scambi globali, ma compete con banche centrali che hanno finalità e strumenti più ampi, come quelli assegnati alla Federai Reserve americana, che includono la crescita e la possibilità di intervenire sui cambi e sui debiti dello Stato».

E come si può realizzare questa modifica?
«Se, come assolutamente necessario, l’UE intende proteggere veramente la stabilità monetaria e finanziaria e indurre una maggiore crescita, allora deve ampliare i poteri della Bce, includendo la piena facoltà di governare il cambio esterno dell’euro e di effettuare interventi da lender of last resort, ossia prestatore di ultima istanza».

Questo bloccherebbe anche l’andamento degli spread, ad esempio, tra Italia e Germania?
«Il cambio esterno dell’euro e gli attacchi speculativi, nelle loro conseguenze sulla crescita reale, soprattutto delle aree più deboli, verrebbero finalmente governati. Chi si oppone all’ampliamento di questi poteri non vuole un’Europa unita. Sarebbe la cartina da tornasole capace di distinguere i veri dai falsi europeisti».

Torniamo alla politica economica vera e propria: quali sono le altre richieste del «piano A»?
«Poi viene la necessità di integrare la politica dell’offerta europea, centrata sulle riforme e i vincoli fiscali, con la politica della domanda, distinguendo quella destinata alla crescita in generale da quella specifica, volta alla crescita di singole aree arretrate. La seconda serve per garantire gli stessi diritti di cittadinanza alla popolazione europea, e maggiore efficacia all’euro, oggi limitata dal fatto che opera in un’area monetaria non ottimale».

In concreto cosa chiederete?
«Insisto: una politica della domanda centrala sugli investimenti, una scelta che, con l’avvento della Commissione Juncker, era già stata effettuata sotto la spinta dell’opinione pubblica rappresentata dal Parlamento europeo. Gli effetti positivi di questa politica sono stati modesti perché il meccanismo di finanziamento previsto era complicato».

Perché?
«In un’economia che ristagna, gli impulsi devono essere esogeni, ossia provenire dall’esterno del sistema economico, come crediti generati da una politica economica finalizzata allo scopo o risorse proprie non deflazionistiche dell’UE. Le soluzioni tecniche esistono, mancano le scelte politiche».

Qui il link dell’intervista integrale

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