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Ecco i veri effetti della riforma del Mes

Riforma Del Mes

La riforma del Mes toglierà il controllo dell’economia Ue alla Commissione per affidarlo al falco tedesco Klaus Regling. L’approfondimento di Tino Oldani per Italia Oggi

I punti divisivi della riforma del Mes, di cui oggi si discute in parlamento, mettendo alla prova la tenuta del governo di Giuseppe Conte, non sono pochi. C’è però un punto chiave, rimasto finora in ombra, che merita attenzione e riguarda il ruolo di Klaus Regling, tedesco, direttore generale del fondo salva Stati. Punto chiave, messo in evidenza da due fonti non sospettabili di sovranismo: l’audizione dell’economista Giampaolo Galli, avvenuta un anno fa, e la relazione sulla riforma del Mes predisposta dall’Ufficio studi del Senato. Sostiene Galli: «La riforma in itinere sposta decisamente l’asse del potere economico nell’eurozona dalla Commissione europea al Mes. Non a caso, nei suoi interventi al parlamento europeo, la nuova presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, ha sostanzialmente evitato di parlare della governance dell’eurozona. In particolare, non ha detto nulla sulla proposta della Commissione di creare un Fondo monetario europeo e un ministro delle Finanze dell’eurozona, dotato di un bilancio capace di svolgere funzioni di stabilizzazione macroeconomica. Il silenzio di Von der Leyen si spiega con la considerazione che questo insieme di questioni era già stato affrontato e risolto dall’Eurogruppo e dall’Eurosummit del giugno scorso, nel senso di dare un ruolo secondario alla Commissione. In particolare, il Mes sta diventando quello che nelle intenzioni iniziali della Commissione avrebbe dovuto essere il Fmi».

Che il Mes, grazie alla riforma, possa diventare un pari grado della Commissione Ue nella governance economica, aspetto di enorme rilievo quando si tratta di esaminare la sostenibilità del debito di un singolo paese dell’eurozona e il rispetto dei parametri del patto di stabilità, è un’ipotesi prospettata anche dall’Ufficio studi del Senato. Pagina 16: «La modifica più rilevante per la concessione del sostegno appare quella per cui il direttore generale del Mes dovrebbe affiancare la Commissione e la Bce nella valutazione della domanda di sostegno presentata da uno Stato membro. Sulla base di tali valutazioni, spetterebbe sempre al direttore generale la redazione di una proposta da sottoporre all’approvazione del Consiglio dei governatori e la preparazione di una proposta di assistenza finanziaria, comprese le modalità e condizioni finanziarie, e la scelta degli strumenti, che dovrà poi essere adottata dal Consiglio dei governatori».

Ma chi vuole fare di Regling uno degli uomini più potenti in Europa? E perché? Confermato nel 2017 alla guida del Mes per un secondo quinquennio, Regling, 70 anni, è un economista che si è costruito una fama di superburocrate efficiente, tendenza falco, in tutte le fasi della carriera: prima al Fmi, poi al ministero delle Finanze di Berlino, quindi nel team dei negoziatori tedeschi che si occuparono della stesura del Trattato di Maastricht e, successivamente, delle basi normative per la nascita dell’euro. Una carriera che lo ha portato a un passo dalla presidenza della Bce, a cui ambiva, ma fu scavalcato da Mario Draghi. A titolo di consolazione, Angela Merkel lo impose alla guida del Mes, contando sul suo rigido ordoliberismo.

Quando, non ancora trentenne, aveva iniziato a lavorare al Fmi occupandosi dei programmi dedicati all’Africa, Regling aveva dato subito prova della sua vocazione all’austerità, concedendo prestiti soltanto in cambio di severi tagli della spesa pubblica e drastiche privatizzazioni. Una ricetta ordoliberista che anni dopo ha applicato anche in Grecia, quando gli fu affidato dalla Commissione Ue il ruolo di regista del «salvataggio» dell’economia greca. Pur di ottenere il rimborso dei prestiti concessi al governo di Atene, non esitò a tagliare stipendi pubblici e sanità e chiese al ministro delle Finanze di sospendere il pagamento delle pensioni. Un massacro sociale.

Reso in seguito praticamente inoperoso dalla politica monetaria di Mario Draghi, che aggirando la statuto della Bce varò il Quantitative easing, rendendo così inutile il ricorso al Mes da parte degli Stati in difficoltà, Regling è tornato sulla cresta dell’onda subito dopo la nomina di Christine Lagarde alla guida della Bce. La pandemia da Coronavirus era di là da venire, e la rimessa in pista del falco Regling aveva tutta l’aria di una rivincita tedesca per porre fine alla politica monetaria accomodante di Draghi, e di riflesso mettere in riga i paesi più indebitati, Italia in testa. Per la bisogna, infatti, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, con l’accordo di Meseberg, concordarono alcuni cambiamenti della governance economica europea. Tra questi, la riforma del Mes (pretesa da Merkel), il varo di un budget europeo e di un ministro europeo delle Finanze (chiesti da Macron).

Inutile dire che le richieste di Macron sono rimaste finora lettera morta. Ha invece fatto passi avanti la riforma del Mes. E se arriverà in porto, Regling diventerà un pari grado della Bce. Un interlocutore non incline ad accomodamenti con l’Italia. Il 23 marzo scorso, quando all’inizio della pandemia l’Italia si fece promotrice degli eurobond, Merkeldisse: «C’è già il Mes». E Regling aggiunse: «Italia e Spagna devono mettersi in ginocchio». Un vero kapò.

 

Articolo pubblicato su ItaliaOggi

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