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Ecco i numeri sulle pensioni che smentiscono i bufalari

Pensioni Quota 100

L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola

Domani è il giorno dei Santi Crispino e Crispiniano delle pensioni. Finalmente il ministro Andrea Orlando ha convocato le organizzazioni sindacali per affrontare — cosa resa più urgente dalla ricomparsa di Elsa Fornero nei paraggi di Palazzo Chigi — la resa dei conti finale con la riforma del 2011. Sarà un bel match. Il governo fino ad ora non ha detto né scritto una parola. Qualcuno aveva osato infilare (la solita manina?) qualche riga nel Pnrr, ben presto espunte alla stregua di un refuso proveniente da un testo redatto dal precedente esecutivo. Ovviamente non era vero, ma la spiegazione dava modo di fornire una soluzione diplomatica ad un dissenso, nel momento in cui il governo camminava ancora sulle acque e il presidente del Consiglio guariva i lebbrosi e raddrizzava gli storpi. Prendendo le dovute misure, la questione delle pensioni somiglia molto alla riforma della giustizia del ministro Marta Cartabia. Per quanto cauta e mediata l’impostazione del Guardasigilli non incontra solo difficoltà all’interno della maggioranza, ma si muove in controtendenza rispetto ad una opinione pubblica sobillata da decenni dall’oppio del giustizialismo.

Il tema delle pensioni, d’altronde, è da sempre al centro di un dibattito gestito dai peggiori demagoghi e peracottari, in nome di una subcultura molto diffusa nei Bar Sport della provincia profonda. Una questione che chiama in causa aspetti epocali dell’economia, della finanza pubblica, dei grandi squilibri demografici prodotti dall’invecchiamento e dalla denatalità viene affrontato a colpi di luoghi comuni. Il più ripetuto di questi riguarda l’età del pensionamento: nessuno vuole mettersi in testa che l’Italia è il Paese dell’anticipo. Eppure, basterebbe consultare fior di documenti ufficiali che smentiscono questa deriva populista che viene fomentata anche dai media. Prendiamo per esempio il Rapporto della Corte dei Conti sul coordinamento della finanza pubblica 2021 (RCPF 2021), il Grafico riprodotto evidenzia, per le liquidazioni di pensione anticipata e di vecchiaia, la forte attenuazione determinata a partire dal 2011 dai nuovi requisiti imposti dalla legge n. 214/2011 e dal loro graduale inasprimento, particolarmente accentuato per le uscite per vecchiaia; si possono visualizzare gli effetti frenanti determinati dai periodici adeguamenti dei requisiti anagrafici e contributivi alla speranza di vita e le conseguenti successive risalite (effetto rimbalzo). Nel 2019 le curve, per la prima volta, divergono: mentre le pensioni di vecchiaia rallentano per l’adeguamento a 67 anni del requisito di accesso, quelle anticipate registrano gli effetti della normativa Quota 100, che porta il valore della curva ad un livello quasi “fuori scala” rispetto ai valori assunti nel periodo osservato. Nel 2020 è visibile — sostiene il Rapporto — sia l’elevato rimbalzo del numero di nuove pensioni di vecchiaia (+60 per cento), sia la conferma della quota raggiunta nel 2019 per il numero di pensioni anticipate. Le restanti categorie (ai superstiti e per invalidità previdenziale) mostrano una sostanziale stabilità nel tempo, ma nel 2020 si osserva una variazione dell’andamento, per effetto della situazione pandemica. Il minor numero di pensioni di invalidità (-17 per cento) è presumibilmente associabile alle difficoltà amministrative per l’accertamento dello stato di invalidità. L’aumento delle pensioni ai superstiti (+7,4 per cento, +18 mila nuove pensioni) potrebbe essere correlato al drammatico aumento del tasso di mortalità determinato dalla pandemia. Da segnalare che questa tipologia di pensione è per circa l’81% liquidata alle donne e che l’incremento registrato nel 2020 è ascrivibile a liquidazione di pensione a superstite donna.

Tra i motivi sottostanti il rilevante aumento delle pensioni di vecchiaia liquidate nel 2020 (60%), se ne segnalano due. Il primo, come detto, è l’adeguamento dall’1.1.2019 dell’età alla speranza di vita da 66 anni e 7 mesi a 67 anni di età che ha determinato una compressione delle uscite nei primi due trimestri del 2019. Il dato successivamente rimbalza e il monitoraggio trimestrale del 2020 mostra una stabilizzazione sui valori registrati a partire dal terzo trimestre del 2019. Il secondo elemento che si è aggiunto è la forte fuoriuscita di personale femminile del settore privato. Anche questa alterazione è associabile a fattori di ulteriore decompressione determinati dalla legge n. 214/2011 che, a partire dal 2012, ha introdotto per le donne un percorso di convergenza ai medesimi requisiti di età per l’accesso a pensione di vecchiaia previsti per gli uomini, percorso che si è concluso nel 2018. Tale processo ha comportato una successione di riduzioni ed espansioni del numero di liquidazioni per vecchiaia delle lavoratrici del settore privato e nel 2020 — con il requisito di accesso fermo a 67 anni — gli effetti sulla limitazione dei pensionamenti sembrano neutralizzati.

In sostanza – basta osservare la curva all’anzianità in relazione con quella di vecchia – per comprendere come la riforma del 2011 aveva corretto la corsa all’anticipo che invece è ripresa con forza dal 2019. La fotografia della distribuzione delle tipologie pensionistiche la possiamo trovare, con un sol colpo d’occhio, nel grafico che segue, relativo ai trattamenti in vigore il 1° gennaio 2021.

Ha un bel da dire Gian Carlo Blangiardo, demografo e presidente dell’Istituto di Statistica in una intervista su Huffpost: ‘’ Con una demografia come questa non è sostenibile che le imprese mandino il proprio personale via a 55-60 anni’’. E alla domanda maliziosa del giornalista sulla responsabilità della legislazione, Blangiardo risponde: “Non so dire se, e in che misura, sia colpa della legislazione. So soltanto che ci sono troppe uscite anticipate. E a questo si dovrebbe trovare un rimedio’’.

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