Economia

Ecco come in Bankitalia si studia un fondo Ue di ammortamento dei debiti pubblici

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Le conclusioni di un occasional paper (“Linee guida per un fondo di ammortamento del debito dell’area dell’euro senza effetti redistributivi”) scritto dagli economisti della Banca d’Italia Marika Cioffi, Pietro Rizza, Marzia Romanelli e Pietro Tommasino

 

La costituzione di un fondo di ammortamento del debito (European Redemption Fund), che metta in condivisione una quota dei debiti pubblici nazionali dei paesi dell’area dell’euro.

E’ la proposta contenuta nell’occasional paper (“Linee guida per un fondo di ammortamento del debito dell’area dell’euro senza effetti redistributivi”) scritto dagli economisti della Banca d’Italia Marika Cioffi, Pietro Rizza, Marzia Romanelli e Pietro Tommasino.

Gli autori discutono i potenziali benefici di un simile schema in termini di minore rischi sistemici e delineano le caratteristiche che il fondo dovrebbe avere al fine di evitare trasferimenti tra i paesi partecipanti e garantire una significativa riduzione del debito nel medio termine.

Se ciascun Paese conferisse al Fondo una quota significativa di debito – è la conclusione del paper – la stabilità finanziaria dell’Area dell’Euro ne potrebbe essere rafforzata.

Allo stesso tempo un contributo annuo al Fondo determinato in funzione dell’ammontare di debito trasferito e del PIL nazionale potrebbe essere definito in modo tale da ridurre in modo rilevante il debito dell’area nel medio periodo e da evitare trasferimenti sistematici di risorse tra paesi. Al margine, gli incentivi alla disciplina di bilancio non verrebbero intaccati.

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CONCLUSIONI

The takeaway of the paper is twofold. First, an ERF which pools together a sizeable portion of
national public debts and gradually redeems them could provide gains for all the participating
countries. The reason is that, with the introduction of the ERF, countries with sustainable public
finances but with a high legacy debt would be shielded from sudden swings in market sentiment,
while low legacy debt countries would benefit from the enhanced financial stability of the euro area.
In other words, the reform would immediately lead to more risk sharing and risk reduction. Second,
it is possible to design a redemption fund which – for reasonable developments of interest rates and
economic growth – does not entail significant cross-country redistribution.

The ERF is clearly not a panacea. The governance problems which plague the euro area would
remain. The over-borrowing bias which was arguably at play in some countries before the crisis
would not be reduced. However, with the launch of the ERF it is possible that these issues could be
addressed more easily. Markets would sanction fiscal profligacy more effectively in an environment
in which national debts are below the panic-prone level. The institutional reform process would also
be facilitated (we have argued, for example, that no euro-area debt restructuring scheme is thinkable
without first tackling the issue of legacy debt). Countries which engage in a serious fiscal
consolidation would be protected in the medium run from the vagaries of financial markets,
increasing the probability of their debt-reduction strategy being successful.

QUI LO STUDIO INTEGRALE

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