Economia

Deutsche Bank e non solo. Ecco come e perché scricchiolano i colossi tedeschi

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Deutsche Bank Germania

Tutte le grandi aziende tedesche stanno registrando difficoltà di varie genere. Chi sono e come stanno affrontando i problemi

La guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina sembra aver scoperto i piedi d’argilla dei colossi tedeschi. Da inizio anno otto delle 30 società quotate al Dax hanno emesso un profit warning, rivedendo al ribasso le previsioni di utile per il 2019. Ieri è stata la volta Basf che ha abbattuto del 30% le stime di risultato operativo per l’anno in corso. L’allarme della prima azienda chimica al mondo è un segnale preoccupante per l’intera industria teutonica che si aggiunge al calo del 2,2% congiunturale degli ordini al settore manifatturiero a maggio (-8,6% tendenziale). Basf rifornisce diversi comparti trainanti della locomotiva d’Europa: dall’auto al farmaceutico, dall’elettronica al packaging.

Dietro il calo della domanda di prodotti chimici, temono gli analisti, si potrebbe a cascata nascondere il crollo della produzione degli altri colossi tedeschi e, chissà, il rischio di recessione per la Germania. La guerra dei dazi ha messo a nudo i problemi di un’economia da 1.600 miliardi di export annuale. Primo fra tutti, ovviamente, l’alta dipendenza dalla domanda estera e, simmetricamente, la debolezza del mercato interno. Ogni settore presenta poi problematiche specifiche.

L’industria dell’auto, per esempio, si trova al centro di una tempesta perfetta: il mercato cinese non tira più le vendite, la minaccia di dazi incombe sulle importazioni negli Usa e i nuovi regolamenti europei sulle emissioni aumentano costi e multe.

L’attacco concentrico arriva per di più in un momento di piena transizione verso elettrico e guida autonoma che richiede ai costruttori enormi investimenti. Risultato: in pochi mesi l’aumento dei costi ha costretto sia Daimler sia Bmw a procedere a un profit warning per il 2019 con conseguenti perdite in borsa. Volkswagen , il primo produttore al mondo, resta invece fermo sulle sue previsioni, ma deve ancora fare i conti con gli strascichi del Dieselgate. Sempre nel settore dei trasporti, anche Lufthansa si è vista obbligata ad abbassare le stime di utile ante-imposte per quest’anno a causa della concorrenza delle compagnie low-cost e dell’aumento dei prezzi del carburante. Il produttore di semiconduttori Infineon ha invece motivato il profit warning di fine marzo con «persistenti incertezze globali e una domanda del mercato finale debole».

Un capitolo a parte merita il settore finanziario: le prime due banche di Germania, Deutsche Bank e Commerzbank, hanno perso circa un terzo del loro valore di borsa nell’ultimo anno. In un contesto complesso per il comparto europeo del credito, Deutsche e Commerz devono anche scontare la frammentazione del mercato domestico e le difficoltà di agire sul loro punto debole: i costi. Il ceo di Db, Christian Sewing, ci sta provando con un brutale piano di ristrutturazione: taglio di 18 mila posti di lavoro, bad bank da 74 miliardi di asset, addio all’ambizione di competere sull’investment banking con i colossi di Wall Street. Per ora mercato e analisti non sembrano però credere alla fattibilità del progetto che peraltro comporterà un rosso significativo nel 2019: il titolo ha perso quasi il 10% in due sedute (-4,2% giovedì), riavvicinando il minimo storico toccato un mese fa.

Tre settori-chiave dell’economia tedesca – auto, chimico e finanziario – sembrano insomma in un momento di crisi o, perlomeno di trasformazione.

In questa crisi c’è chi scorge opportunità. Anzitutto, gli investitori, non solo attivisti, che puntano a sfruttare il momento di difficoltà per scardinare l’ingessato sistema di potere della grande industria tedesca. Per la prima volta nella storia delle quotate di Germania, così, ad aprile l’assemblea ha votato contro il board di Bayer, rimproverandogli il sinora deludente acquisto di Monsanto. Gli strateghi del ribasso sono poi pronti ad approfittare delle sfortune di borsa delle blue chip tedesche. Pochi giorni fa l’hedge fund inglese Marshall Wace ha rivelato una posizione corta su Basf del valore di circa 289 milioni di euro (pari allo 0,5% del capitale) che si aggiunge ad altre 27 posizioni short su quotate tedesche, incluse Merck, Deutsche Bank e Thyssenkrupp.

 

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza)

 

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