Economia

Che cosa succederà se Morgan Stanley e dirigenti del Tesoro saranno condannati per i derivati?

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Nomine

Il post di Giuliano Cazzola, blogger di Start Magazine, sul ricorso contro Morgan Stanley e 4 dirigenti del Tesoro sui derivati contratti anni fa dal ministero dell’Economia

‘’Ricorso contro Morgan Stanley: il 19 aprile è in programma l’udienza davanti alla Corte dei Conti. Sollecitiamo le forze politiche a sostenere questa importante battaglia di legalità affinché chi ha sottratto risorse all’Erario paghi!’’.

E’ questo il titolo di un recente comunicato di Federconsumatori (nel quale viene ricordato pure l’appoggio della Cgil all’iniziativa). Incuriositi da un tono così vibrante e considerato che oggi cade il ‘’giorno del giudizio’’ (non della sola Corte, ma anche dell’Onnipotente, come si evince dal tono del testo), siamo andati ad informarci su di una vicenda che, in verità, era apparsa fugacemente sui media.

E’ una storia complicata che ha avuto un riscontro finito nel nulla in sede penale e che ora affronta la magistratura contabile sul terreno della responsabilità patrimoniale. Alla sbarra sono – nientemeno – Morgan Stanley, la potente banca d’affari americana, e quattro dirigenti blasonati del Tesoro italiano: Vittorio Grilli, Domenico Siniscalco (ambedue ex ministri) e Maria Cannata e Vincenzo La Via, i dirigenti che in generale si occupano delle operazioni finanziarie e dei titoli di Stato.

La Procura della Corte dei Conti accusa Morgan Stanley e i quattro funzionari di danno erariale rispettivamente per 2,7 e 1,2 miliardi di euro. Questo perché all’inizio 2012 sono stati chiusi anticipatamente quattro contratti derivati con il pagamento di 3,1 miliardi da parte dello Stato italiano proprio a Morgan Stanley.

L’iter processuale merita di essere seguito sia per la consistenza delle risorse in questione, sia – e soprattutto – per una questione che attiene ai rapporti tra amministrazione e giustizia in settori delicati come quello delle politiche di investimento finanziario e della gestione del debito pubblico, che, per le loro caratteristiche, interagiscono e sono condizionate dall’andamento dei mercati.

Fino a che punto un giudice – sia pure contabile – è in grado di valutare la convenienza di un’operazione finanziaria? E fino a che punto rientra tra i suoi compiti farlo? E’ troppo facile arrivare alla fine e prendere atto dell’esito di un investimento, ritenendo che il funzionario abbia operato bene a fronte di un guadagno; male, fino a doverne rispondere, nel caso contrario.

Tutto ciò nel contesto di una gravissima crisi finanziaria che ha preso tutti di sorpresa e che ha rischiato di far saltare il sistema. A posteriori le critiche ai prodotti finanziari definiti “derivati’’ hanno riempito le cronache, ma si è scoperto che se ne era fatto largo uso, anche da parte di enti ed amministrazioni pubbliche, senza che vi fossero norme o anche solo direttive che sconsigliassero questa tipologia di investimenti.

Certo, in giudizio potrebbero essere dimostrate particolari responsabilità per valutazioni sbagliate o imperizia, a prescindere dall’inattesa criticità del contesto. Vedremo. Occorre però essere molto attenti.

Il caso degli appalti – regolati da un codice assurdo e vigilati da procure che si muovono sulla base del pregiudizio di intervenuta corruzione – è lì a dimostrare che i funzionari incaricati non si prendono la responsabilità di effettuare le assegnazioni dei lavori, mettendosi a rischio di un avviso di garanzia ampliamente pubblicizzato sui media, se non persino di un soggiorno di qualche mese nelle patrie galere. Sono questi i motivi delle ‘’procedure burocratiche’’ che vengono genericamente accusate dei ritardi nell’assistenza alle popolazioni la cui vita è stata devastata dai terremoti dell’Italia Centrale.

Figuriamoci quali sarebbero le preoccupazioni legittime di un funzionario professionalmente incaricato di investire miliardi di denaro pubblico sui mercati finanziari, se dovesse essere lui a rispondere dell’esito delle operazioni, peraltro autorizzate dai suoi superiori e non contrarie alla legge. La questione è comunque delicata, perché andranno esaminati elementi di merito specifici. Ma auguriamoci che tale esame – in una sede giudiziaria – non divenga un’occasione per gettare qualche testa alla plebe, con una condanna mediatica.

Dal canto suo, la Federconsumatori ha già pronunciato la sentenza: ‘’Ci aspettiamo – è scritto nel comunicato – che gli incolpati siano condannati (se è già certo che siano colpevoli, a che serve il procedimento?, ndr) a risarcire l’erario dei 4,5 miliardi di euro che hanno fatto perdere al Paese intero. Sarebbe questa l’unica risposta possibile per i cittadini, le famiglie, i disoccupati e gli esodati che, grazie all’utilizzo mirato di tali importi, avrebbero potuto beneficiare in questi anni di misure utili a risollevare le loro condizioni, arginando il disagio sociale che, al contrario, si è fatto sempre più accentuato. In vista di tale pronunciamento invitiamo i cittadini, i partititi e tutte le forze sociali che condividono la nostra battaglia a mobilitarsi, non solo per ottenere il risarcimento del danno erariale causato, ma anche per sollecitare il nuovo Governo a ricontrattare le situazioni pendenti’’. Il solito ‘’crucifige’’.

Ma non si era fatta proprio la scelta auspicata nel documento attraverso la chiusura anticipata di taluni contratti di derivati al costo di 3,1 miliardi per evitare di dover sostenere oneri maggiori alla scadenza prevista?

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