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L’America sta fallendo nel tagliare i rapporti con la Cina. Report Economist

Nonostante l'enfasi politica sul derisking, nella realtà la dipendenza commerciale degli Stati Uniti dalla Cina non sta affatto diminuendo. Ecco cosa scrive l'Economist.

Se il mantra della politica americana è il derisking dalla Cina, e i suoi corollari sono i processi di reshoring, nearshoring e friendshoring delle catene produttive a debita distanza dal Dragone, la realtà è un’altra ed è che la dipendenza strategica da Pechino e dai suoi commerci non sta affatto diminuendo ma al contrario aumentando. Questo è quanto emerge da un recente approfondimento dell’Economist dall’emblematico titolo “Come l’America sta fallendo nel tagliare i rapporti con la Cina”.

Parola chiave: derisking

Derisking, osserva il settimanale britannico, è diventata la parola chiave delle relazioni sino-americane. La tendenza alla riduzione dell’esposizione al rischio geopolitico derivante dall’avere rapporti economici troppo profondi con una potenza autoritaria come la Cina sta già producendo risultati concreti: nella prima metà di quest’anno, ad esempio, Messico e Canada hanno commerciato più con l’America che con la Cina per la prima volta negli ultimi due decenni.

Eppure, nonostante l’enfasi sui processi di reshoring, nearshoring e friendshoring che caratterizza l’attuale strategia economica della Casa Bianca, i legami tra America e Cina non si stanno affatto allentando, ma, al contrario, si stanno rimodulando in forme nuove e in parte inedite.

Effetto paradossale

È senz’altro vero che in questa fase gli Usa, per sostituire le importazioni dalla Cina, stanno rilocalizzando le loro produzioni in Paesi amici come India, Messico, Taiwan e Vietnam. Il commercio con questi partner sta in effetti aumentando velocemente: solo il 51% delle importazioni americane dell’anno scorso da Paesi asiatici low cost è arrivato dalla Cina contro il 66% di cinque anni fa.

Il problema è che anche il commercio tra i partner americani e la Cina sta aumentando, suggerendo che quei Paesi stanno semplicemente agendo come assemblatori di beni cinesi. Come mostra un recente studio dell’Università di California richiamato dall’Economist, i Paesi che hanno più strette relazioni commerciali con la Cina in una determinata industria sono anche i più grandi beneficiari del ridirezionamento dei flussi commerciali, e ciò indica come le catene produttive cinesi sono ancora fondamentali per l’America.

Questo è vero anche per quei beni high tech su cui l’America sta cercando di limitare l’influenza cinese. Infatti la quota delle importazioni dalla Cina di questi beni è scesa di 14 punti percentuali fra il 2017 e il 2022 mentre quelle da Taiwan e Vietnam, ossia di Paesi che hanno flussi di importazione massicci dalla Cina, hanno guadagnato quote di mercato.

Talvolta le esportazioni in America da Paesi amici sono composte niente altro che da beni cinesi riconfezionati per evitare i dazi. In altri casi si tratta più semplicemente di parti elettriche o meccaniche che provengono di fatto dal Paese che le fabbrica a minor costo, ossia di nuovo la Cina.

Il caso Asean

Si prendano ad esempio le esportazioni dei Paesi dell’Asean: secondo i dati più recenti, risalenti al 2018, circa il 7% del loro valore è attribuibile a qualche produzione in Cina. Questa è una tendenza che non ha fatto altro che aumentare negli ultimi anni, durante i quali la Cina ha incrementato le sue esportazioni verso i Paesi del blocco in 69 delle 97 categorie di prodotto monitorate dall’organizzazione.

Il commercio in particolare di beni elettronici dalla Cina verso l’Asean è letteralmente esploso: negli ultimi cinque anni le vendite di questi beni in Paesi come Indonesia, Malesia, Tailandia e Filippine sono aumentate di 49 miliardi di dollari, ovvero del’80%. Anche gli investimenti cinesi in quest’area risultano in netto aumento, eclissando quelli degli Usa.

Se c’è un comparto dove la presenza cinese è particolarmente visibile questo è l’automotive. In Messico l’anno scorso il 40% degli investimenti nearshoring è arrivato da società che si sono spostate in quel Paese dalla Cina. L’anno scorso le aziende cinesi hanno esportato 500 milioni di dollari al mese in parti verso il Messico, più del doppio di quanto si registrava cinque anni fa.

E in Europa?

Una analoga tendenza la si può riscontrare in Paesi dell’Europa centro-orientale, dove, grazie anche alla rapida adozione dell’auto elettrica, le importazioni di parti di automobili dalla Cina rappresentano il 10% di tutte le parti importate, con una quota di mercato superiore a quella di qualsiasi altro Paese.

Il paradosso dunque è che, all’aumentare della domanda americana di prodotti finali fabbricati in Paesi amici, aumenta anche quella di beni intermedi cinesi, oltre a creare incentivi per le società cinesi ad operare ed esportare in location alternative.

Phony decoupling

Insomma, essendo vero che tutti i Paesi sono alla ricerca di investimenti esteri e dei benefici occupazionali che ne derivano, se ne deve concludere che l’America non è stata in grado di convincere i suoi più stretti partner a tagliare i ponti con la Cina. Ne consegue che quella del disaccoppiamento è una chimera che occulta la realtà di una Cina ancora al centro delle catene globali del valore.

Con il paradosso che, al crescere dell’enfasi sui processi di reshoring e friendshoring, corrisponde proprio l’effetto opposto di quello voluto dagli americani, ossia l’aumento della dipendenza strategica da Pechino.

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