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Dazi Usa sulla pasta, ecco come è finita per La Molisana, Rummo, Garofalo e non solo

Come e perché si è chiusa positivamente per ora la partita dei dazi Usa su alcuni pastifici italiani (La Molisana, Rummo, Garofalo). L'approfondimento di Liturri

Si è conclusa positivamente, almeno per ora, la vicenda che avrebbe visto le esportazioni di alcuni pastifici italiani (La Molisana, Rummo, Garofalo) verso gli Usa, soggette ad un dazio del 92% (oltre al 15% base) a partire dal 1 gennaio 2026.

Il risultato finale, ancorché preliminare rispetto alla determinazione finale attesa per marzo, è un intervallo di dazi che va dal 2,3%per La Molisana al 13,9% per Garofalo, con altri undici pastifici soggetti al 9,1%.

Nulla di particolarmente proibitivo, considerato che dal 1996 queste indagini antidumping finiscono regolarmente con l’imposizione di dazi nell’ordine di qualche punto percentuale.

Immediate e comprensibili le reazioni “petto in fuori” del governo, per intestarsi il merito dell’operazione ed esaltare il ruolo di mediazione e convincimento esercitato verso l’amministrazione Usa e il Dipartimento del Commercio (DoC). Ovviamente non si vuole disconoscere il lavoro dei funzionari del Maeci che non si vede ma è sempre efficace, ma oltre alla versione “facile” e ufficiale, serve anche la versione completa.

Per la quale serve un approfondimento non banale, oppure aver partecipato a questo tipo di indagini, come accaduto a chi scrive, conoscendo dettagli che fanno la differenza.

Infatti questo tipo di indagini esistono dal 1996 e sono finalizzate – in un quadro di regole definite dal WTO e poi interpretate dal DoC Usa – a verificare se l’esportazione di pasta italiana negli Usa avvenga a un prezzo inferiore al “valore normale” o addirittura sottocosto. Coerentemente, da subito il DoC ci ha tenuto a precisare che la determinazione iniziale del dazio antidumping non è mai stata il risultato di politiche protezionistiche perseguite dall’amministrazione Trump, ma soltanto l’esito dell’applicazione di criteri tecnici.

Si tratta quindi di un’indagine caratterizzata da un elevato tecnicismo, in cui le aziende investigate devono letteralmente squadernare tutti i loro dati contabili e commerciali e rispondere a meticolosi questionari dei funzionari Usa. Anche perché non è affatto immediato e banale comparare i costi commerciali relativi al mercato nazionale e quelli relativi al mercato Usa. Quindi le regole del gioco sono note, anche se non manca una certa discrezionalità.

Le difficoltà e le incomprensioni sorgono quando le richieste dei funzionari del DoC devono incrociarsi con i metodi di rilevazione ed esposizione contabile italiani. Capita spesso che chi chiede ignori questi metodi e chi fornisce i dati non si adegui agli schemi dei richiedenti. Ed allora sembra di essere nella torre di Babele.

Esattamente quanto accaduto ad inizio settembre, con i dazi antidumping preliminarmente fissati al 92%. Infatti, già a suo tempo, chi scrive aveva letto attentamente il documento che aveva portato a quel 92% e aveva previsto che tutto si sarebbe risolto in una tempesta in un bicchier d’acqua.

Infatti il DoC aveva accusato le aziende italiane di aver fornito dati incompleti, di non essere state collaborative fino a fornire documenti con parole prive di traduzione, che aveva reso impossibili i calcoli da parte dei funzionari del DoC. Da lì la conclusione “mannaia”: chi non collabora e non fornisce i dati ordinati e organizzati come richiesti dal DoC viene punito con la sanzione massima. In sostanza, come se i dati non fossero stati forniti affatto.

Non che gli americani avessero richiesto chissà quali articolate analisi di contabilità dei costi: si trattava di informazioni ormai disponibili con un “click” in imprese mediamente organizzate, era solo necessario riesporle e riclassificarle secondo la chiave di lettura e di comprensione dei funzionari del DoC.

Per questo motivo chi scrive commentò su X il 5 ottobre «una vicenda, quella dei super dazi sulla pasta, che dovrebbe concludersi come una tempesta in un bicchiere d’acqua. Perché le indagini antidumping del Dipartimento del Commercio Usa – molto analitiche – spesso hanno dei passaggi intermedi di questo tipo. Poi, in genere, tutto si chiarisce». Un commento che era riferito ad un articolo apparso sul Sole 24 ore sulla vicenda e poi ripreso nella rassegna stampa.

Gli americani lamentavano, lasciando trasparire un fortedisappunto, disallineamenti e mancanza di riconciliazioni nei dati forniti talmente eclatanti che, delle due, l’una: o chi li aveva forniti aveva cercato di “fare il furbo” e gli americani si erano giustamente arrabbiati o, più probabilmente, si trattava da parte italiana di fare uno sforzo in più e spiegare agli americani certi aspetti contabili come se avessero davanti un bambino di 5 anni, passo per passo. Insomma, o c’era dolo o c’era colpa, in quest’ultimo caso rimediabile.

Rimedio che è puntualmente arrivato, con i produttori italiani che hanno capito l’antifona e i rischi che correvano e si sono affrettati a inondare di dati le scrivanie dei funzionari Usa. D’altronde appariva da subito improbabile che marchi come La Molisana e Garofalo – da sempre “premium price” in Italia ma anche all’estero – potessero essere accusati di politiche di prezzo particolarmente aggressive negli Usa.

Ora – conosciuti i fatti in dettaglio – si può tranquillamente tornare a sfruttare la vicenda per “mettere il petto in fuori”. In fondo, ci sta.

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