Economia

Covid-19, ecco perché serve una ricapitalizzazione della Bei

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Per realizzare un vero ‘Piano Marshall’ europeo in senso anche anti crisi da Covid-19 è essenziale il ruolo della Banca europea per gli investimenti (Bei). Ma serve una ricapitalizzazione. Tutti i dettagli nello studio di Messori e De Michele pubblicato su Luiss Open

Come si può trasformare questa crisi in opportunità? Se lo stanno chiedendo tutti e concretamente ci stanno lavorando economisti nazionali e mondiali che vedono nell’emergenza Covid-19 una scintilla per cambiare paradigma. Anche la Luiss entra nel dibattito con uno studio curato da Marcello Messori, direttore della Luiss School of European Political Economy, e Giuseppe De Michele, dottore in Economia, Diritto e Istituzioni con incarichi al Meccanismo europeo di stabilità.

L’idea è di individuare — scrivono Messori e De Michele — “una nuova soluzione, basata sulla possibile centralizzazione a livello europeo sia dei diritti di proprietà di una parte delle reti delle infrastrutture nazionali esistenti sia degli investimenti in reti ancora da costruire. Questa centralizzazione permetterebbe una graduale realizzazione del mercato unico europeo per le infrastrutture”. Per favorire la ripresa economica l’Ue avrà bisogno di un massiccio piano europeo di investimenti che aggreghi diverse reti infrastrutturali (materiali e immateriali) che al momento hanno una dimensione nazionale, ma che potrebbero essere efficientemente riorganizzate a livello europeo innescando processi innovativi nel digitale. Ma per evitare che una parte del finanziamento a queste politiche diventi fonte di instabilità per i Paesi ad alto debito, serve anche per il finanziamento una soluzione centralizzata europea.

“Il nostro piano europeo di investimenti — spiegano gli autori — è basato su due pilastri: progetti cosiddetti brownfield e progetti cosiddetti greenfield. Riguardo al primo pilastro, la Commissione europea potrebbe acquistare, per conto della Ue e con il supporto tecnico e finanziario della Banca Europea per gli Investimenti, quelle reti infrastrutturali nazionali esistenti che gli stati membri detengono come proprietà e che sono pronti a cedere. Con riferimento al secondo pilastro, la Commissione europea potrebbe effettuare investimenti per conto della Ue, con il supporto tecnico e finanziario della Bei e in accordo con ciascuno degli stati membri coinvolti, per la costruzione di nuove reti infrastrutturali”.

Un progetto che richiederebbe investimenti stimati tra i 1.600 e i 2.300 miliardi di euro. Un elemento da sottolineare è che la proposta prevede il trasferimento delle decisioni di investimento e dei relativi diritti di proprietà dagli Stati membri dell’euro area alla Ue e potrebbero contribuire ad uno sviluppo ulteriore della governance europea. “Nonostante le enormi difficoltà di un simile disegno, non si tratta di un libro dei sogni”, spiegano i due economisti. E ne è una prova il fatto che l’istituzione e lo sviluppo di reti trans-europee (TENs) nel settore dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’energia per connettere tutti i territori europei rappresentano un obiettivo di lungo termine della Ue, almeno dal Trattato di Maastricht (1993) in poi.

“L’implementazione di un vero ‘Piano Marshall’ europeo — avvertono gli autori — richiede un ammontare di investimenti brownfield che copra almeno almeno 1.300 miliardi di euro e il coinvolgimento di almeno due terzi degli stati membri dell’euro area”. Aggiungendo i 300 miliardi di euro attesi dagli investimenti greenfield, si ottengono cifre ingenti comprese tra il 12% e il 18% del Pil dell’euro area per il 2019. Per realizzare il piano è essenziale il ruolo della Banca Europea per gli Investimenti (Bei).

“Questa istituzione dovrebbe acquistare la maggior parte dei diritti di proprietà di ciascuna rete. Ma è già impegnata in un altro piano europeo di investimenti, InvestEU e, nei prossimi giorni, l’Eurogruppo e il Consiglio europeo coinvolgeranno quest’istituzione nel finanziamento di alcuni investimenti richiesti dalle imprese private per fronteggiare lo shock causato dalla pandemia. È probabile che tali impegni esauriscano tutta l’attuale capacità di leverage della Bei”, sottolineano ancora gli autori che suggeriscono come soluzione “un importante aumento del suo capitale”.

Di norma, le ricapitalizzazioni della Bei sono largamente a carico dei bilanci dei Paesi dell’Euro area ma l’onere sarebbe comunque inferiore agli introiti. L’ammontare totale di tali emissioni e la relativa offerta potrebbero raggiungere un valore massimo atteso pari a circa 2.300 miliardi di euro. Una cifra grande ma non enorme se si considera che dal 2012 al 2019 gli avanzi positivi accumulati dalle bilance commerciali dell’intera EA verso il resto del mondo sono ammontati a oltre 3.400 miliardi di euro e la differenza positiva cumulata tra risparmi aggregati e investimenti aggregati dell’EA ha ecceduto largamente i 3.000 miliardi di euro che sono diventati una componente degli oltre 18.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria netta detenuta dalle famiglie dell’EA nell’autunno 2019. Inoltre alla fine di febbraio 2020 i depositi bancari avevano raggiunto il valore di quasi 19.000 miliardi di euro.

“Un’enorme ammontare di liquidità accumulata che è alla ricerca di investimenti finanziari ‘sicuri’ a interessi non negativi. Quindi — spiegano i professori — la domanda per i safe bond emessi dalla Commissione europea sarebbe un multiplo molto alto dell’emissione richiesta per finanziare l’acquisto di una quota significativa delle reti infrastrutturali nazionali da parte dell’EA”.

Un ragionamento che porta gli autori a concludere che questo piano è utile per i paesi più fragili dell’EA (perché crea spazio per le loro politiche fiscali espansive nel breve e nel medio periodo); per il gruppo di paesi dell’EA che desiderano migliorare il funzionamento del mercato unico per le reti infrastrutturali europee e rafforzare traiettorie innovative nell’economia digitale; per le famiglie e gli investitori professionali e istituzionali che sono alla ricerca di un safe asset.

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