Economia

Contratto per il governo del cambiamento: con il Def è recesso per giusta causa?

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L’articolo di Stefano Masa, analista

«Mi propongo di essere l’avvocato difensore del popolo italiano». È trascorso quasi un anno dalla solenne dichiarazione rilasciata dal nostro Premier Conte. Nel suo discorso aveva sottolineato quanto fosse importante l’esercizio della sua professione e – in quanto tale – si è speso fin da subito nel poterne rappresentare la più concreta applicazione: la formalizzazione di un contratto (il cosiddetto ‘Contratto per il governo del cambiamento’) tra due parti politiche è stata la sua prima azione di coerenza tra la persona e la sua professione. Bisogna riconoscerlo.

Ogni contratto prevede clausole che (generalmente) è necessario rispettare pena, il venir meno di quanto pattuito. Nel nostro “contratto nazionale” si legge al punto ‘14. Lavoro’: «Al fine di tutelare la sicurezza occupazionale e sociale, è importante lo sviluppo e il rafforzamento di politiche attive che facilitino l’occupazione, la ricollocazione ed adeguate misure di sostegno al reddito e di protezione sociale tutelare la sicurezza occupazione e sociale». Un chiaro messaggio come già indicato qualche riga sopra attraverso l’inciso: «favorire una pronta ripresa dell’occupazione». Anche al successivo punto ‘19. Reddito di cittadinanza e pensione di cittadinanza’ viene indicata l’importanza della «crescita occupazionale ed economica». Punti diversi ma stesso obiettivo. L’ulteriore conferma a tale dichiarazione d’intenti, si legge anche nel successivo ed autorevole ‘Documento Programmatico di Bilancio 2019’ messo agli atti presso la Commissione Europea e all’Eurogruppo: «Il miglioramento dell’attività economica è atteso produrre i suoi effetti anche sul mercato del lavoro. Gli occupati aumenteranno in media dell’1,1 per cento nel triennio 2019-2021 e il tasso di disoccupazione è atteso ridursi gradualmente fino a raggiungere l’8,6 per cento a fine periodo».

A distanza di qualche mese è giunto l’attuale ‘Documento di Economia e Finanza 2019’ del Governo: dei suddetti propositi non vi è alcuna traccia ma – soprattutto – si evidenzia una palese contraddizione rispetto a quanto finora assunto; al punto ‘Prospettive per l’economia italiana – Scenario a legislazione vigente’ si legge: «Sia il Reddito di Cittadinanza che Quota 100 hanno un impatto sull’offerta di lavoro: il primo provvedimento porterà a un aumento delle forze di lavoro mentre il secondo agirà in senso opposto. Tenuto conto delle ipotesi adottate per le simulazioni e la fase ciclica debole, il tasso di disoccupazione è previsto in lieve aumento nel 2019 (11,0 per cento) e nel 2020 (11,2) e in progressiva riduzione fino a tornare sui livelli del 2018 a fine periodo».

Rispettata la forma tra i sottoscrittori del contratto, la sostanza risulta essere difforme (parecchio) in ottica di esito finale.

Tralasciando volutamente l’analisi di altri importanti parametri economici, il solo aspetto occupazionale, mostra una significativa divergenza nel conseguire quanto annunciato.

Per tale evidente risultanza, come in ogni forma contrattuale sottoscritta, il mancato rispetto degli accordi pattuiti prevede la risoluzione del mandato (talvolta per “giusta causa”). Nel suddetto ‘Contratto per il governo del cambiamento’ non vi è alcun rimando a tale facoltà di recesso. Che tale termine contrattuale possa trovare stretta coincidenza in occasione del prossimo 26 maggio? Le agenzie di rating hanno già individuato alcune possibili soluzioni.

Sollecitando il rispetto di quanto pattuito in precedenza, si rimane in attesa di conoscere il luogo e la data da porre in calce al nuovo atto contrattuale.

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