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Ecco la gabbia dei conti pubblici italiani post Draghi

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Come e perché è già segnato il perimetro della finanza pubblica per i prossimi anni. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Ora che si è conclusa la solita corsa affannosa a definire le candidature per le elezioni del prossimo 25 settembre, è auspicabile che tutti i soggetti coinvolti abbiano il tempo di leggersi (o rileggersi) quattro pagine del Def presentato da Mario Draghi e Daniele Franco ad aprile scorso.

Da pagina 70 a pagina 74, è definito il sentiero della politica di bilancio dal 2022 al 2025 e, così com’è delineato, pone una pesantissima ipoteca su tutte le più o meno ardite ipotesi di politica economica che circolano in questi giorni e che poi saranno l’ossatura della legge di bilancio per il 2023.

Ed è un sentiero tutto in salita per noi, e in discesa per il deficit, che deve osservare le regole di bilancio europee. Chi propone tagli di tasse o aumenti di spese, deve anche avere il coraggio di trarre le conseguenze ed affermare che quei numeri sono scritti sull’acqua. E poi convincere anche la Commissione.

Se nel 2022 era stato ancora possibile fare solo una modesta riduzione del deficit strutturale (l’unica misura che conta per le bizzarre regole UE) dal 6,1% al 5,9%, nel 2023 Draghi e Franco hanno promesso una ben più consistente correzione. Si dovrebbe infatti passare dal 5,9% al 4,5%. Una correzione “monstre” di 1,4 punti, che diventa 1,7 punti osservando il deficit/PIL al lordo delle correzioni per il ciclo e delle una-tantum, previsto scendere dal 5,6% al 3,9%. Anche in questo caso una discesa di assoluta rilevanza.

E tutto ciò deve necessariamente accadere non per un destino cinico e baro o per la imperscrutabile volontà di Draghi e Franco. Quello scalino ci deve essere perché in quel modo si centra l’obiettivo di riduzione del deficit strutturale previsto dal Patto di Stabilità. Né più né meno. È il pilota automatico in purezza. Per i cultori della materia, la riduzione media del saldo strutturale richiesta dalla Ue è di 0,6 p.p. per tutti gli anni fino al 2025 fino a convergere all’obiettivo di medio termine (MTO) del +0,3%. Per centrare l’obiettivo, considerato che nel 2022 si è fatto poco, nel 2023 si deve recuperare con una riduzione più ampia, in modo da portare la media sui due anni in prossimità dell’obiettivo richiesto.

Stessa solfa per la regola della spesa pubblica, la cui crescita sarà contenuta al 0,8%.

Quelle pagine sono la garanzia per la Commissione Ue che l’Italia righerà dritto, a prescindere da chi siederà a Palazzo Chigi. Ed a nulla vale l’obiezione che la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità sarà attiva anche per il 2023, per il semplice motivo (fra tanti) che, nonostante fosse attiva anche ad aprile, al Mef hanno progettato un percorso di rientro rispettando in pieno i parametri imposti da Bruxelles. Come se non fosse attiva. L’unica cosa che cambia è solo il mancato avvio della procedura di infrazione per deficit eccessivo, che tuttora pende sul nostro capo ma viene rinviata di semestre in semestre.

Ad ottobre il neo-insediato governo dovrà seguire il sentiero di Draghi e Franco perché – in caso di politica di bilancio troppo “esuberante” – potrebbe essere solo al riparo dal rischio di procedura di infrazione, ma non da altri pericoli. Infatti, basterebbe un cenno di disappunto della Commissione, opportunamente veicolato al Financial Times, Bloomberg o Reuters, per scatenare i mercati contro l’Italia “spendacciona, sull’orlo della bancarotta, ecc…” e via di questo passo con simili luoghi comuni.

A questo proposito, crediamo che il ricordo della lezione dell’autunno 2018 dovrebbe essere ancora vivo in molti parlamentari e nell’opinione pubblica.

Entro fine settembre il governo Draghi presenterà la Nota di aggiornamento al Def (Nadef) con i dati che recepiscono la legislazione vigente (dato tendenziale), quindi senza la parte programmatica che dovrà poi essere il primo compito del nuovo governo. A cui potrebbe essere consentito un minimo spazio di manovra, qualora il deficit/Pil tendenziale previsto per il 2023 si collocasse un poco più in basso rispetto all’obiettivo UE.

Ma questa è un’ipotesi con modesta probabilità di avveramento. Infatti, le prospettive di crescita per il 2023 sono così modeste che il nuovo governo si troverà costretto – per ridurre il deficit strutturale di 1,4 p.p. – ad eseguire tagli di spesa ed aumenti di imposte, anziché il contrario, come promesso in questi giorni che somigliano tanto al “Sabato del villaggio” di leopardiana memoria.

Ma poi arriva la festa della domenica e c’è solo da sperare, per chi governerà, che “la tua festa, ch’anco tardi a venir, non ti sia grave”.

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