Economia

Consigli utili per una sana politica industriale

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Chi c’era e che cosa si è detto alla presentazione del libro scritto da Antonello Di Mario

Mentre si va accendendo sempre più la campagna elettorale per le elezioni europee, tra lenzuolate e balconate (la nuova terminologia dei social impone un cambio di passo al Devoto Oli), un Paese che vuole continuare a vivere e progredire c’è.

Ovunque ci si giri, nello spazio virtuale del web o tra le persone vere, è chiaro a tutti che l’Italia non può andare avanti a colpi di social e di hashtag al veleno per vincere la trend topic.

Verrebbe da domandarsi: ma cosa servirebbe davvero al Paese?

Antonello Di Mario, nel Libro “L’industria che salva il Paese” (2018, Edizioni Tullio Pironti), ha provato a tracciare una via maestra: l’Italia si salva se cresce il lavoro con l’industria e, per farlo, occorrono investimenti strutturali, privati e pubblici, in primis di beni immateriali (la tecnologia avanza alla velocità della luce!). Nella cornice del recente Seminario #EuropeanSpeech, in Regione Lombardia, tenutosi lo scorso 16 maggio a Milano, alla presenza di Antonello Di Mario, l’Autore del Libro citato, Paolo Pirani (Segretario generale UILTEC), Pietro Bussolati (Consigliere Regione Lombardia) e Antonella Sciarrone Alibrandi (Prorettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e Ordinario di Diritto dell’Economia alla facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Ateneo milanese) all’unisono sono stati concordi nell’affermare la necessità urgente per il Paese di far fronte ad una seria politica di investimenti industriali. Per Antonella Sciarrone l’industria andrebbe “accompagnata” nelle scelte di sviluppo e di investimenti ad hoc. E, per Paolo Pirani, a fortiori, l’industria deve poter esprimere un’alta idea di politica industriale. Anche per questo c’è tanto bisogno di un sindacato che aiuti la politica industriale. Perché, se l’industria cresce, cresce il Paese e cresce l’Europa (insieme all’Italia).

Favorire, dunque, gli investimenti privati, piuttosto che promuovere una politica di indebitamento strutturale dell’economia del Paese.

Non è in gioco una diversa angolazione di teorie macroeconomiche; non è in gioco la rivalità tra le differenti Scuole di pensiero economico: è in gioco la stabilità e la sopravvenienza di un Paese, il futuro di un lavoro costruito nel dopoguerra e che ha raggiunto il massimo della ideazione e creazione, negli anni del cd. boom economico. E’ vero, molti elementi e vicende sono cambiate: il crollo del muro di Berlino (e la cortina di ferro), la caduta dei partiti della Prima Repubblica, l’11 settembre ed il crollo dell’economia predatoria alla Gekko come nel film “Wall Street”, il mondo tecnologico che avanza in modo dirompente, la globalizzazione, nuove forme di disuguaglianza sociali. E l’Italia che appare, da tempo, nel bel mezzo di una tempesta perfetta.

Che fare? Quale cura si potrebbe appuntare per fermare questo senso di annegamento?

La ricetta, forse, potrebbe davvero essere ritrovata in questa “idea alta di politica industriale”, tracciata nel Libro di Di Mario. Il Paese si salva se riesce a trovare, in concreto, soluzioni che possano favorire l’industria (che fa crescere il lavoro, in primis): un occhio al territorio, da valorizzare (e preservare), e l’altro proiettato verso altre geografie mondiali.

La cura per un sistema imprenditoriale, vera ricchezza del paese, relazioni industriali partecipative, un sindacato che sia corpo intermedio e ponte tra la società e la funzione pubblica, il dialogo tra le forze politiche, l’ammodernamento delle infrastrutture materiali ed immateriali, una giustizia civile più celere e predisposta al senso di risoluzione alternativa dei conflitti, il ruolo strategico della Cassa Depositi e Prestiti: tutto questo favorirebbe di per sé la crescita, renderebbe cioè questo nostro Paese competitivo e “appetibile” per futuri investimenti, da parte di capitali esteri.

Un sogno? Non saprei.

Aldo Moro scriveva che la politica deve pensare “al domani e al dopodomani”.
“Chi scrive, da tempo usa un esempio della politica economica degli Stati Uniti molto più recente, ovvero la scelta del presidente americano Ronald Reagan, all’indomani della sua elezione, avvenuta nel novembre 1981, di convocare incontri con i più importanti scienziati ed economisti del Paese per individuare le direttrici strategiche su cui concentrare l’azione del Governo al fine di riconquistare la leadership tecnologica del mondo. (…) A metà degli anni Novanta gli Stati Uniti hanno ritrovato la supremazia militare e quella industriale” (Di Mario, pag. 247, L’industria che salva il Paese, 2018, Edizioni Tullio Pironti).

L’Italia non è l’America, vero. L’Italia è collocata nel Continente Vecchio, vero. Nel 1987 l’Italia era la quarta potenza mondiale. Perché non riprovarci con un nuovo approccio dialettico, una nuova “idea alta di politica industriale” che sappia valorizzare le geografie italiane (di per sé variegate e campanilistiche), all’interno della geografia europea rafforzata da una rinvigorita politica europea comune?
“Uniti nella diversità”, proprio così scriveva Aldo Moro il 10 aprile 1977 su Il Giorno.

Proprio così ha ricordato Antonello Di Mario nel suo ultimo Libro, una vera traccia da condividere e da far diventare “onda emotiva di comunicazione”, come ha sottolineato Pietro Bussolati al Seminario #EuropeanSpeech del 16 maggio scorso.

Talenti in Italia ci sono: perché non riunirli presto in una vera task force per il Paese?

 

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