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Conad-Auchan: l’ultimo miglio tra opportunità da individuare e inutili profezie negative. Il commento di Mario Sassi

C’è una profonda differenza negli osservatori esterni e nei sindacati tra chi chiama alla responsabilità sociale l’intero mondo Conad e le sue cooperative e quindi  al rispetto degli impegni in vista dell’ultimo miglio e chi, non avendo mai condiviso l’operazione, si nasconde dietro un dito, giudica dal divano di casa complessi quanto legittimi patti societari o ne propone caricature forzate.

Alcuni addirittura hanno scelto di parlare d’altro pretendendo dall’azienda risposte che mai si sarebbero permessi di chiedere ad altri interlocutori. Altri hanno preferito “dare i numeri” per cercare di dimostrare che nulla è cambiato sotto il sole. A questi “ragionieri” poco interessa cosa sta succedendo. Se, dopo l’acquisizione, è accaduto  o meno qualcosa  che potrebbe fornire tutti gli alibi e le strumentalizzazioni possibili che, al contrario, non vengono utilizzati.

A mio parere bene sta facendo, ad esempio, il segretario della Fisascat Cisl Vincenzo Dell’Orefice ad insistere chiedendo che le cooperative, nonostante il contesto, si impegnino di più rispetto ai ricollocamenti del personale ex Auchan. Il sindacato, quello deve fare. Spingere e battersi affinché nessuno resti per strada. Ci può riuscire o meno ma questo resta il suo dovere principale. Non ritirarsi  sull’Aventino.

Capisco anche la cautela di chi, nelle cooperative, preoccupato del contesto in peggioramento e dall’incertezza per il futuro prossimo, teme di doversi far carico di persone  che oggi non gli servono. Non credo ci sia nulla di male nel mettere in relazione la disponibilità alla propria capacità di assorbimento del personale ex Auchan al contesto esterno e ai rischi che comporta sul futuro del business.

Così come trovo sbagliato paragonare la capacità di assorbimento dei partner commerciali che si sono fatti avanti con quella di chi deve farsi carico dell’intera operazione. Una  insegna di rango nazionale che sceglie fior da fiore e dotata di una sua forza intrinseca non può essere paragonata ad un socio di cooperativa. È un atto strumentale che lascia il tempo che trova.

Ci sono però diversi modi  per procedere quando si arriva nella fase finale di un percorso. La domanda che il consorzio nel suo insieme, quindi non solo il suo vertice,  si deve sempre porre è se, l’operazione, le opportunità che offre e i sacrifici che richiede, per come si stanno manifestando, rende veramente residuale o fondamentale un’intesa con il sindacato proprio sull’ultimo miglio. E quale parte deve giocare chiunque è chiamato, ad ogni livello, alla responsabilità sociale sapendo che a questo punto della vicenda coesistono sia una data di scadenza formale che una sostanziale.

Quella formale è rappresentata dalla chiusura di Margherita Distribuzione. Quella sostanziale dal ricollocamento interno e esterno degli esuberi rimasti. La reciproca credibilità si gioca sul coprire quella differenza tra ciò che si “può” fare e ciò che si “deve” fare in questi casi. Altrimenti certe partite non si possono giocare.

Il negoziato sindacale, in casi come questo, è per sua natura, complesso, difficile e presenta problematiche che modificano in corso d’opera obiettivi e risposte concrete e quindi necessità di interlocutori che lavorino per individuare i compromessi possibili. In queste fasi non c’è mai un avversario davanti. C’è un insieme di interessi e di conseguenti sintesi che la parte più forte al tavolo deve considerare e affrontare. Occorre sempre lavorare per cercare un punto di incontro. Non ci può mai essere un prendere o lasciare. Non funziona così. Sul versante  del consorzio,  serve condividere una visione aziendale comune a tutti i livelli più che fermarsi di fronte ai pur legittimi problemi di singole situazioni.

Conad, a mio parere, ha una leadership forte, visionaria e certamente impegnata a trasferire in ogni socio una cultura che in questi quindici anni ha fatto fare un salto di qualità all’intero consorzio. Non tutti i soci però sembrano intenzionati a manifestare un’identica sensibilità. Ma è l’appartenenza alla squadra  che dà senso, ruolo  e prospettiva a ciascuno dei suoi componenti ed è questo che deve far riflettere chi, all’interno, resiste perché antepone il proprio legittimo interesse al quadro generale.  L’operazione Auchan non sarebbe stata possibile né in altri momenti né con altri interlocutori checché ne pensino coloro che giudicano dalla finestra.

Ma essere i primi comporta anche accettare dinamiche e partner sociali e politici che sanno interpretare le esigenze del proprio territorio di riferimento ma anche la necessità di avere un’identità nuova sul piano economico e sociale.

Personalmente credo che questo scatto in avanti finale ci sarà. Deve esserci. Non è però il Ministero la sede adatta. Lì semmai si certificano gli eventuali passi in avanti. Il numero di riferimento oggi per chi lavora ad una soluzione finale concreta  è rappresentato dai 795 lavoratori che restano “sospesi” ai quali andrebbero aggiunti, nel peggiore dei casi, i lavoratori dei 9 punti vendita per i quali, ad ora, non ci sono richieste di acquisizione. Il numero massimo possibile sale quindi a 1083 ma solo nel caso che nessuno di questi 9 punti vendita trovi una sbocco. Per tutti gli altri è stata individuata una soluzione. E questo rappresenta già un ottimo risultato. Si deve però fare di più.  Così come è inutile ritornare su chi ha fatto la scelta della mobilità volontaria. Recriminazioni o strumentalizzazioni a posteriori sono fuori tempo massimo.

Mi rendo conto, avendo fatto per molto anni questo lavoro, che la  data del 31/12/2020 funziona come deterrente importante per spingere gli indecisi a concordare una soluzione individuale è però, altrettanto evidente, che tutto quello che ci ha riservato il 2020 dovrebbe far riflettere il tavolo sindacale e ciascuno dei soggetti che vi si riconoscono, sulla necessità di provare ad andare oltre quella data puntando alla creazione di un “serbatoio” di professionalità e di persone a cui attingere in un pur limitato periodo successivo. In questo modo i numeri degli esuberi finali si potrebbero ridurre ulteriormente. E questo credo  possa essere un’obiettivo saggio.

Condivido assolutamente che i conti, quelli veri, si faranno comunque alla fine. Quello che vedo è la possibilità concreta che, pur in un contesto difficile, un risultato importante e significativo è ormai a portata di mano e quindi merita di essere realizzato ma, soprattutto,  condiviso.

(Articolo pubblicato su mariosassi.it)

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