Economia

Comuni senza banche. Il prezzo dell’efficienza pagato ai mercati?

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Produrre un’inversione di tendenza rispetto alla redditività delle banche con la chiusura di sportelli bancari e di riduzione di personale produce non solo effetti limitati in termini di produttività ma anche danni per i risparmiatori e per l’economia reale. L’intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione nazionale fra le banche popolari

In Italia, negli ultimi sette anni, sono scomparse 6.289 filiali con una riduzione del personale impegnato nel sistema creditizio di oltre 26.000 unità. Il tasso di riduzione del numero degli sportelli oscilla tra il – 4,6% del Nord-Ovest e il – 9,3% delle Isole. Più di un quarto delle filiali italiane è stato chiuso nel solo 2017.

Procede, dunque, senza sosta la trasformazione del sistema bancario alla ricerca di più elevati livelli di efficienza che diano ai mercati segnali di una sempre maggiore stabilità. C’è però un prezzo da pagare ai mercati che è rappresentato dal processo di desertificazione che rischia di tagliare fuori le aree meno sviluppate e depresse del Paese, ovvero quei territori che non possono “essere messi a reddito”.

Sono, infatti, numeri che, se da un lato indicano una salutare operazione di ristrutturazione del sistema creditizio finalizzata alla riduzione dei costi e al miglioramento della produttività, dall’altro privano, come primo ed immediato effetto, 383 comuni di una presenza bancaria. 383 comuni italiani che, dallo scorso anno, non hanno più né una filiale, né uno sportello, né un bancomat. Passiamo quindi dalla frenesia degli anni ‘90 alla drastica cura dimagrante imposta negli ultimi anni dai mercati.

Senz’altro la rivoluzione digitale gioca un ruolo molto importante in questa riduzione di punti fisici di contatto bancari e sta profondamente trasformando, come sappiamo bene, l’intera operatività creditizia. I progressi tecnologici devono essere sostenuti e incoraggiati, non bisogna certo ostacolarli. Attenzione però a non perdere di vista gli effetti collaterali e le controindicazioni che possono portare con sé.

È, infatti, evidente che con la scomparsa della “banca” in diversi centri, tante persone anziane o piccoli imprenditori agricoli o commercianti avranno, come è evidente, la vita più complicata nella gestione del proprio risparmio così come tanti piccoli imprenditori avranno difficoltà maggiori per accedere al credito dovendosi rivolgere a soggetti non conosciuti di altre realtà territoriali.

Forse, però, dietro la scelta che porta alla chiusura di centinaia tra filiali, sportelli o semplici bancomat, più che una resa incondizionata e acritica alla rivoluzione tecnologia che diventa il dominus nelle scelte economiche e politiche, c’è, in realtà, la rincorsa ad una maggiore produttività fine a sé stessa e che non ha nessuna considerazione delle realtà territoriali e degli effetti problematici che determinate scelte possono produrre sui tessuti produttivi e sociali.

Il problema della redditività delle banche in Italia, come nel resto dell’Europa, non è nuovo ed è stato affrontato ripetutamente con numerose operazioni di fusioni e aggregazioni, senza grandi risultati. Attribuire all’aspetto quantitativo del numero di banche e filiali la causa della bassa redditività, come è stato fatto in questi anni, non è affatto risolutivo e, nei casi che abbiamo visto diventa anche dannoso. Continuare a chiudere banche e sportelli senza un disegno strategico, sacrificare insediamenti utili alle economie dei territori è servito a qualcosa? Ha davvero migliorato la produttività delle banche?

E poi in Italia, la riorganizzazione del sistema bancario, affrontata con gli strumenti della privatizzazione, della concentrazione e della despecializzazione, è iniziata nel 1990 producendo 500 aggregazioni, nei primi dieci anni, 193 operazioni di fusione/incorporazioni e 133 acquisizioni tra il 1998 e il 2007. Nel 1990 il sistema bancario italiano era composto da 1.064 banche (93 pubbliche, 106 di credito ordinario, 108 le Popolari e 715 le Casse Rurali e Artigiani). Oggi, profondamente cambiate, di quelle banche insieme ad altre aggiuntesi nel frattempo ne esistono circa la metà.

A parte che non tutti gli strati della popolazione hanno accesso diretto e semplice ai mezzi informatici, il rapporto tra banca e cliente non può, comunque, essere interamente sostituito dall’uso della tecnologia, smartphone e tablet in primis, sia essa la più avanzata possibile. La rivoluzione digitale è epocale e sta producendo trasformazioni rapide e profonde ma, proprio per questo, le banche, soprattutto quelle con una radicata vocazione territoriale, continuano ad essere una presenza necessaria per declinare efficacemente la tecnologia al servizio delle persone e non viceversa, perché essa sia un’opportunità e non una condanna.

La presenza delle banche del credito popolare lo dimostra. Nel 2010, in Italia, esistevano 370 comuni con una sola banca e, quella banca, era una Banca popolare. Nel 2017 quei comuni sono diventati 396. L’aumento della diffusione del credito popolare in questi centri, è stata possibile anche mantenendo una migliore efficienza operativa, misurata dal cost-income ratio (rapporto tra costi operativi e margine d’intermediazione), pari al 64,8%, quasi cinque punti percentuali inferiore al dato delle banche società per azioni. Un dato in controtendenza rispetto a ciò che avviene per altre banche del sistema che, dal 2010 al 2017, hanno visto ridurre la propria presenza nei comuni da 1830 a 1754 dove sono presenti con un unico sportello abbandonano, di fatto, 76 piccoli centri.

Produrre, dunque, un’inversione di tendenza rispetto alla redditività delle banche con la chiusura di sportelli bancari e di riduzione di personale produce non solo effetti limitati in termini di produttività ma anche danni per i risparmiatori e per l’economia reale.

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